La mia pensione

La mia pensione2In questo articolo, Stefano Rofena ci offre uno spunto per meditare sui nostri bisogni reali, e sulle nostre motivazioni nella vita di tutti i giorni.



In questo inizio di 2012 si torna a parlare di possibili modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che tutela contro un eventuale licenziamento senza giusta causa.

Questo tipo di norme sono l’alba di quella che diventerà una coscienza umanitaria sensata e reale che finalmente dirà senza pudori economici che non solo i più deboli ma TUTTI i cittadini hanno diritto alla tutela di una vita economicamente dignitosa da parte della comunità intera.

Il bambino nato in un campo nomadi, l’anziano senza più parenti, il malato, l’adulto che non ha lavoro, la famiglia con molti figli, le persone con disagi psichici, l’immigrato arrivato solo col suo vestito, sono forse poveracci che possono restare al margine se volgiamo la testa altrove?

E che dire della ragazza che studia danza moderna, del bambino iperattivo, del giovane che vuole fare il ricercatore in un settore strano e forse innovativo, della famiglia che vuole coltivare un suo pezzo di terra, degli adulti che vogliono passare a un lavoro dove c’è contatto umano come terapeuti o artisti, di chi non sa che fare nella vita? Non sono forse anche queste persone che incontriamo, vicine o più lontane, simpatiche o che ci irritano, ma che esistono e sarebbe bene possano continuare - almeno - l’esistenza?

La mia pensione1Quale società civile, evoluta, con i supermercati stracolmi, con le televisioni che interrompono gli spettacoli pur di spingere la vendita di prodotti anche ridondanti (contate il numero e varietà delle auto in pubblicità tv...), con grandi aziende che portano valanghe di soldi in paradisi fiscali tropicali, con quantità di persone che giocano con la finanza come al casinò... non potrebbe garantire la sussistenza semplice e libera di un qualsiasi essere umano senz’altro pregio e diritto di essere tale?

Avvicinando a varie persone queste idee, credo che siamo ancora nella notte che precede quest’alba. Vediamo qualche stella ma non sappiamo che ore sono come quando ci svegliamo per fare pipì e non sappiamo quando farà chiaro fuori dal vetro freddo.

Sono nato professionalmente nella piccola, disagiata e precarissima piccola imprenditoria.

Una volta - avevo 23 anni - nella fabbrica di scatole di cartone dove ero appena passato da operaio a tecnico disegnatore, entravano nel mio ufficio sgarrupato giovani madri che mi raccomandavano pietosamente di assumere il loro figlio perché finita la scuola dell’obbigo a calci nel sedere non aveva voglia di studiare oltre. Un paio di volte mi fu possibile far assumere questi ragazzi dagli occhi di cucciolone imbranato come operai addetti al più semplice, noioso e faticoso lavoro manuale della fabbrica. Il mese dopo sentivo invariabilmente il rombo dell’ultima sgasata di una macchina nuova fiammante che si parcheggiava nel piazzale. Erano loro. Metà stipendio a casa, qualche spiccio per una pizza e una birra e l’altra metà per la rata del bolide.

Io guardavo la mia Uno bianca e invidiavo un po’ della loro spensieratezza.

Oggi ho quasi cinquant’anni e mia madre mi chiede cosa sto facendo per la mia pensione. Quando le rispondo: niente, si sconvolge un po’. Provo a spiegarle che continuerò a fare qualcosa di valore che qualcun altro vorrà comprare.

La mia pensione4Sessioni di coaching? Chitarre elettriche? Progetti di espositori cartotecnici? Chissà...

La mia ricetta è questa: non attendo la tutela di una società che sta prima di un’alba senza orario, ma mi invento come rischiarare davanti i piedi. Essere eccellente dove non riesco ad essere originale; essere innovativo dove ancora non so essere eccellente.

E quando non avrò più forza di lavorare? E se me ne trovassi impedito?

Premesso che non tutti i lavori hanno bisogno di forza fisica e che molti possono sfruttare la forza intellettuale e quella del cuore, molte esperienze positive e anche molti tentativi di rimediare agli errori, mi hanno suggerito che non si vive di solo lavoro - inteso come competenze e capacità messe in atto - ma anche e soprattutto di relazioni. Allacciare, mantenere e coltivare relazioni, simpatie, affetti e amori è un meta-lavoro. Il più bello e funzionale che conosca. Persone che ci vogliono bene ci favoriscono, ci aiutano anche gratis, lavorano con noi anche con piacere.

Avere tanti amici e persone care: queste sono e saranno la mia assicurazione ancor più di una astratta pretesa di diritti alla tutela. Anzi sono proprio questi sentimenti di civiltà che si sono concretizzati nelle norme di tutela e rispetto degli individui umani, degli animali, delle piante e dell’ambiente... e del diritto a immaginare e adorare uno Spirito ancora sopra.

E se qualcun altro avesse più bisogno di me? Mi impegno per essere più che auto-sufficiente. Avere margine per il dono è un buon motivo per essere grandi.

L’alba della quale si intravede un tenue chiarore segnerà la fine della mentalità del bisogno. La pretesa di mantenere e incrementare i privilegi acquisiti per eredità o con il lavoro ha una sua giustificazione ed è anche uno stimolo; ma la paura di perderli e il terrore di non essere quel che si è senza un avere che lo manisfesti, alimenta una artificiale sensazione di bisogno perenne,un istinto alla difesa, alla chiusura e alla diffidenza.

L’offerta, l’apertura e la fiducia sono i settori dove lavorare. Esistono già: genitori di figli nonpropri; amici di persone straniere; assistenti di malati non parenti; contribuenti per pensionati sconosciuti; insegnanti per generazioni che non vedranno; contadini che mangiano meno per coltivare meglio; acquirenti che pagano di più per migliorare le condizioni di lavoro.

Come posso essere per fare qualcosa di meglio, oggi?


il sito dell'autore www.stefanorofena.it

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