Economia http://coscienzeinrete.net Wed, 21 Feb 2018 20:36:23 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it Il controcontatore http://coscienzeinrete.net/economia/item/3139-il-controcontatore http://coscienzeinrete.net/economia/item/3139-il-controcontatore

di Il Pedante

In questi giorni i viaggiatori di alcune grandi stazioni ferroviarie italiane, già ridotte a Sodoma pubblicitarie e suk in franchising, sono accolti da un contatore su maxi-schermo che li aggiorna «in tempo reale» sull'incremento del debito pubblico italiano. L'idea è dell'Istituto Bruno Leoni, già autore di un widget sul tema.

Il senso di angoscia che questa inesorabile caduta nel gorgo dell'indebitamento genera in coloro che, tra l'obliterazione di un biglietto e un caffè, si scoprono vieppiù schiacciati dal «macigno» dei soldi dovuti, si spiega solo omettendo ciò che nei maxi-schermi non è spiegato. Cioè, che ad esempio:

  1. il'Italia si indebita perché è obbligata a farlo. Diversamente da quanto accade nei Paesi che hanno una banca centrale di Stato (quasi tutti), il Trattato di Maastricht (artt. 7 e 21.1) non prevede altri strumenti per immettere liquidità nell'economia pubblica;
  2. spende regolarmente meno di ciò che incassa (saldo primario positivo), sicché si indebita solo per pagare i debiti non potendoli onorare in altro modo (vedi punto precedente);
  3. ha il debito pubblico più sostenibile d'Europa;
  4. il debito pubblico italiano è un credito, cioè ricchezza, per due terzi in mano a imprese e cittadini italiani.

I numerini che dovrebbero ossessionare pendolari e capitreno non sono quindi altro che la conferma sintetica e pacchiana di un sistema di finanza pubblica disfunzionale. E del fatto che, nonostante quel sistema e nonostante gli appelli di chi indica la «virtù» nella serenità degli speculatori di borsa, il nostro Paese si sforza ancora di mantenere livelli di spesa compatibili con la propria civiltà. A ciascuno scatto del contatore dell'Istituo Bruno Leoni corrisponde infatti un mancato «taglio» a cure mediche, scuole, forze dell'ordine, strade, ricerca e altri servizi pubblici già drammaticamente sottofinanziati.

Ogni aumento del contatore leonino, ferme restando le attuali norme di finanza pubblica, è quindi un'ottima notizia.

***

Ma siccome i populismi sono contagiosi, anche noi abbiamo voluto cimentarci nel giuoco del contatore. Qui proponiamo una prima versione relativa ai versamenti dello Stato italiano all'Unione Europea al netto dei contributi ricevuti. Contrariamente ai dati leonini, trattasi di soldi effettivamente sottratti al circuito economico nazionale per alimentare un apparato e un progetto politico che ad oggi ci ha restituito solo vincoli, sanzioni e schiaffi morali, oltreché un assetto monetario distruttivo per le nostre produzioni.

Per includere il contatore nei propri siti o blog:

http://ilpedante.org/app/counter_ue" scrolling="no">
 

L'indirizzo dell'iframe può includere due parametri opzionali:

Parametro Valori ammessi Default
size (dimensioni del contatore) xs
sm
md
lg
sm
separators (puntini separatori delle migliaia) true
false
true

Ad esempio, un contatore extra small senza separatori delle migliaia:

http://ilpedante.org/app/counter_ue?size=xs&separators=false

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Mon, 19 Feb 2018 15:25:40 +0000
Obsolescenza programmata: l’Italia maglia nera, l’esempio della Francia http://coscienzeinrete.net/economia/item/3113-obsolescenza-programmata-l-italia-maglia-nera-l-esempio-della-francia http://coscienzeinrete.net/economia/item/3113-obsolescenza-programmata-l-italia-maglia-nera-l-esempio-della-francia

Obsolescenza2018L’accusa della Francia nei confronti di Apple accende un grosso riflettore su un tema che da anni innervosisce i consumatori: l’obsolescenza programmata degli elettrodomestici. Su questo argomento, l’Italia è indietro rispetto a tanti altri paesi europei, che invece hanno già una legislazione ad hoc. A dare una scossa è stata sicuramente la Francia che a partire dal 2014 ha approvato una legge anti-furbetti dell’obsolescenza programmatica, diventata reato, che prevede una pena massima di due anni di reclusione per l’amministratore delegato dell’azienda responsabile dell’alterazione della durata dei prodotti da mettere in vendita.

di Lorenzo Misuraca

 

In Finlandia garanzia senza limite

In Svezia la durata della garanzia legale di conformità è stata estesa a tre anni indipendentemente dal tipo di prodotto, mentre in Inghilterra e Irlanda il consumatore può agire legalmente contro inadepimento del contratto fino a sei anni dopo l’acquisto. In Finlandia, addirittura, non esiste un termine preciso riguardo la garanzia, ma va valutato in base alla ragionevole aspettativa di vita per il tipo di merce in questione. Avere due anni minimo di tempo entro cui sfruttare la garanzia non è però l’unica cosa di cui il consumatore debba tener conto. La Direttiva 1999/44 della Comunità europea stabilisce l’obbligo per il consumatore di denunciare il difetto o la non conformità del bene al venditore entro due mesi dalla scoperta, anche se su questa scadenza solo in 12 stati, tra cui l’Italia, la disposizione è stata recepita. Anche in questo caso, ci sono paesi che interpretano la norma in maniera più favorevole al consumatore: in Francia e in Germania, ad esempio, non è stabilito un termine entro cui denunciare il difetto ma solo il generale termine di prescrizione di due anni.

L’onore della prova

C’è poi il capitolo dell’onere della prova: in Italia solo per i primi 6 mesi dall’acquisto si dà per assodato che il difetto sia responsabilità del produttore, mentre dopo tocca al consumatore che richiede l’intervento in garanzia dimostrare che il malfunzionamento non dipenda dal cattivo utilizzo dell’elettrodomestico. In Portogallo e in Francia, invece, per tutti i due anni di garanzia, spetta al produttore dimostrare la sua assenza di responsabilità, se non vuole procedere alla riparazione. A tal proposito, in Spagna e in Ungheria il periodo di garanzia è sospeso in caso di riparazione e ricomincia a decorrere quando il bene riparato viene riconsegnato al consumatore, e addirittura riparte da zero se il bene è sostituito. Per chi volesse confrontare le norme nel dettaglio, ad esempio dopo l’acquisto di un elettrodomestico all’estero, può consultare la guida “La garanzia legale in Europa” a cura del Centro europeo consumatori Italia, che è il punto di contatto nazionale della rete ECCNet voluta dalla Commissione europea negli Stati membri, andando sul sito ecc-netitalia.it.

La voce del parlamento Ue

Nel luglio del 2017, il Parlamento europeo aveva votato una risoluzione con la quale invitava la Commissione Juncker ha intraprendere iniziative concrete per contrastare il fenomeno della cosiddetta obsolescenza programmatica, ovvero la “vita a scadenza” – senza la possibilità in molti casi di riparazione – di smartphone, tablet, tv, computer, elettrodomestici e software. Tra le richieste, l’introduzione di un “criterio di resistenza minima” per ciascuna categoria di prodotti fin dalla fase di progettazione, l’estensione della garanzia qualora la riparazione durasse più di un mese.

Italia fanalino di coda

Nel nostro paese, nulla sembra essersi mosso. L’unico timido passo è stato fatto con l’approvazione in Commissione Attività produttive della Camera di una risoluzione proposta dal Movimenti 5 Stelle, a firma del deputato Davide Crippa, lo scorso novembre che puntava al diritto del consumatore a conoscere la durata dei prodotti e dei servizi, stabilendo obblighi generali di informazione sui prodotti e sui servizi, incluso quello relativo alla durata. Purtroppo, la fine della legislatura ha lasciato questa risoluzione lettera morta.

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/01/10/obsolescenza-programmata-litalia-maglia-nera-lesempio-della-francia/30144/?utm_content=buffercfd8e&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 12 Jan 2018 14:28:59 +0000
I sindaci della Val di Susa scrivono al governo francese http://coscienzeinrete.net/economia/item/3108-i-sindaci-della-val-di-susa-scrivono-al-governo-francese http://coscienzeinrete.net/economia/item/3108-i-sindaci-della-val-di-susa-scrivono-al-governo-francese

Quest'opera non s'ha da fare: è in sintesi il messaggio che la Val di Susa manda al governo francese con un documento articolato inviato nei giorni scorsi.«Anche perché, se la Francia dichiarerà di volerla realizzare, la maggioranza dei costi li pagherà l'Italia...» aggiungono dal Piemonte.

TAV Sindaci

La Francia svelerà presto il futuro della Lione-Torino. A questo fine la Ministra francese dei Trasporti Elisabeth Borne ha affidato al Conseil d'Orientation des Infrastructures - COI, presieduto da Philippe Duron il compito di “definire entro la fine di gennaio 2018 una strategia sostenibile e una programmazione delle azioni da realizzare nel prossimo decennio”. Questa programmazione indicherà, tra gli altri progetti, il futuro della linea.
In questo contesto il Presidente dell'Unione Montana Valle Susa Sandro Plano ha inviato alcuni giorni fa un articolato documento a Philippe Duron che conferma che "questo progetto avrebbe un impatto fortemente negativo sulla Valle Susa e sul bilancio dello Stato italiano".
Questo atto si è reso necessario «in quanto il COI non ha consultato ufficialmente alcun soggetto italiano favorevole o contrario al progetto Torino-Lione - spiegano dalla Valle Susa - Tra gli altri è stato ascoltato il Presidente di TELT, società mista franco-italiana, che però non ha titolo ad esprimere un parere franco e disinteressato sull’opportunità di realizzare questo progetto, dato che la sua missione è unicamente quella di portare avanti tutti gli atti indicati nelle istruzioni che le sono comunicate dai Governi italiano e francese, come precisato nel suo Statuto di TELT».
La decisione dell’Unione Montana della Valle Susa di scrivere direttamente al Governo francese è «un atto politico che rafforza l’unità dell’opposizione alla Torino-Lione».
La lettera rende note «al Conseil d’orientation des infrastructures alcune valutazioni economiche e trasportistiche che consigliano di non procedere alla realizzazione del progetto Lyon-Turin, confermate dal gruppo di esperti altamente qualificati che integrano la Commissione tecnica dei Comuni della Valle Susa e di Torino».
Il Presidente Plano ricorda che: «Nel primo accordo di Torino 29 gennaio 2001 Francia e Italia avevano saggiamente deciso che il progetto avrebbe dovuto essere realizzato alla saturazione della linea esistente: oggi questa linea, completamente ammodernata è utilizzata al 15%. Allo stato delle conoscenze, la prevedibilità della sua saturazione è impossibile da valutare. Siamo dunque ben lontani dalla necessità di dover iniziare lo scavo del tunnel abbandonando il tunnel esistente.”
La Pausa può dunque continuare ancora per molti anni nel rispetto di questa decisione anche perché, al momento attuale, né la Francia né l’Italia sono in grado di rispettare la fondamentale clausola dell’Accordo del 2012 (art. 16) che impone ai due Stati “di mettere a disposizione del progetto tutti i fondi nazionali necessari alla sua completa esecuzione prima di iniziare lo scavo del tunnel”».
Il Presidente Plano ha inoltre richiesto che "una nuova analisi socio-economica europea sia realizzata per confermare l’inutilità della nuova relazione ferroviaria".
Nel documento si afferma inoltre che: “Le nostre analisi indicano che i costi di gestione del nuovo tunnel saranno moto elevati e prevediamo che, a causa della concorrenza dei tunnel di base realizzati dalla Svizzera, il gestore TELT dovrà ricevere delle importanti sovvenzioni dall’Italia e dalla Francia per evitare il fallimento”.
Circa i costi del tunnel, sono in gran parte a carico del bilancio italiano. «L'Accordo di Roma del 30 gennaio 2012 (art.18) ha infatti previsto l’iniqua ripartizione del costo, per ora previsto in 8,6 miliardi di euro: al netto del contributo europeo del 40%, le quote nazionali italiana e francese ammontano a 5,16 miliardi» aggiungono dalla Valle Susa.
L’Italia dovrebbe pagare ben il 58% di questa fattura. E, data la prevalente collocazione del tunnel nel territorio francese (45 km in Francia contro i 12 km in Italia), ogni chilometro italiano del tunnel costerebbe 245 milioni di euro, mentre ogni chilometro francese solo 48 milioni.
Il Presidente Plano ha affermato che "gli accordi sono modificabili alla luce di nuove e più approfondite valutazioni economiche e stime dettagliate dei traffici" e ha auspicato che "la riflessione del Conseil d’orientation des infrastructures non si basi unicamente sulle pregresse decisioni contenute negli accordi internazionali tra Francia e Italia".
Nel documento viene ricordato al Presidente Duron che l’opposizione dei cittadini italiani a questo faraonico progetto è iniziata nel 1989 e prosegue senza sosta nonostante il dispiegamento da parte dello Stato italiano di un dispositivo di controllo militare del territorio mai visto nella storia italiana dal dopo guerra ad oggi. L’opposizione alla Torino-Lione è politicamente sostenuta dalle amministrazioni della maggioranza dei Comuni della Valle Susa e della Città di Torino, non ostante quanto affermato dai media, dal Presidente dell’Osservatorio tecnico e dal Commissario straordinario del Governo italiano.
In conclusione il Presidente Plano informa il Governo francese che l’Italia ha unilateralmente modificato l’Accordo del 2012 (art. 4), che stabiliva che il progetto dovrebbe essere realizzato in fasi funzionali, introducendo nella legge di ratifica di questo accordo il principio dei “lotti costruttivi” che permetterà all’Italia di non dovere assicurare il finanziamento integrale del progetto attraverso una legge pluriennale, rendendo così indeterminata la data di completamento dei lavori (si vede in questa decisione la ripetizione della Salerno Reggio Calabria).

Ecco il testo inviato a Duron.

Bussoleno, 4 gennaio 2018
Egregio Signor Philippe DURON
Presidente del Conseil d’Orientation des Infrastructures
Ministère de la transition écologique et solidaire
244 Boulevard Saint-Germain
75007 PARIS
Oggetto: Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione: parte comune franco-italiana
Egregio Presidente,
L’Unione Montana Valle Susa (Italia)[1] è l’associazione dei Comuni della Bassa Valle Susa, un territorio che inizia a circa 15 chilometri da Torino e confina ad ovest con la Francia.
L’Unione Montana Valle Susa ha preso atto e apprezza il buon senso della decisione del Governo francese di “fare una pausa” sul progetto ferroviario Torino-Lione e in particolare sul nuovo tunnel transfrontaliero. Consideriamo che questo progetto avrebbe un impatto fortemente negativo sulla Valle Susa e sul bilancio dello Stato italiano.
Il Conseil d’Orientation des Infrastructures, del quale Lei è Presidente, consegnerà alla fine di gennaio 2018 il risultato della sua riflessione e delle sue proposte per una pianificazione degli investimenti francesi in materia di trasporti e in particolare le su raccomandazioni sul progetto Torino-Lione per la sezione transfrontaliera e gli “accessi” della parte francese.
A tale scopo, le Conseil d’Orientation des Infrastructures ha svolto l’audizione di oltre cinquanta persone e organizzazioni francesi. Data la natura internazionale di questo collegamento, queste proposte avranno conseguenze dirette per la parte italiana del progetto.
Desideriamo contribuire alla riflessione in corso e portare alla vostra attenzione alcuni elementi di analisi.
Auspichiamo che la riflessione del Conseil d’orientation des infrastructures non si basi unicamente sulle pregresse decisioni contenute negli accordi internazionali tra Francia e Italia.
Crediamo che gli accordi siano modificabili alla luce di nuove e più approfondite valutazioni economiche e stime dettagliate dei traffici.
Avete audito[2] il Presidente di TELT, Promotore Pubblico responsabile della realizzazione e della gestione della sezione transfrontaliera della futura linea ferroviaria merci e passeggeri Torino-Lione. Crediamo che TELT non abbia titolo ad esprimere un parere franco e disinteressato sull’opportunità di realizzare questo progetto. In effetti la sua missione è unicamente quella di portare avanti tutti gli atti indicati nelle istruzioni che le sono comunicate dai Governi italiano e francese, ai sensi dell’articolo 2 dello Statuto di TELT.[3]
L’opposizione dei cittadini e degli eletti
L’opposizione dei cittadini italiani a questo faraonico progetto è iniziata nel 1989 e da allora prosegue senza sosta, nonostante il dispiegamento da parte dello Stato italiano di un dispositivo di controllo militare del territorio mai visto nella storia italiana dal dopo guerra ad oggi.
L’opposizione alla Torino-Lione è politicamente sostenuta dalle amministrazioni della maggioranza dei Comuni della Valle Susa e della Città di Torino, non ostante quanto affermato dai media e dal Presidente dell’Osservatorio tecnico e Commissario straordinario del Governo italiano.
Contrariamente a quanto asserito dalla Commissione europea, dai media, dai rappresentanti della Commissione Intergovernativa franco italiana, dalla Transalpine, Presidente dell’Osservatorio tecnico, dal Commissario governativo italiano e da TELT, l’opposizione pacifica e non violenta dei cittadini e dei loro eletti è stata in questi anni tanto efficace da ritardare le attività di LTF/TELT al punto che solo gli studi e i lavori di carattere geognostico sono stati parzialmente terminate quest’anno a 17 anni dal primo Accordo di Torino.
Ricordiamo che le previsioni ufficiali fatte al momento della firma del primo accordo del 2001 affermavano che il tunnel sarebbe stato aperto al traffico ferroviario nel 2012.
La nostra valutazione
Da molti anni analizziamo questo progetto con professionalità e lo conosciamo in modo approfondito.
Abbiamo inoltre chiesto al gruppo di esperti altamente qualificati che compone la Commissione Tecnica [4] dei Comuni della Valle Susa e di Torino di validare la nostra opposizione con valutazioni economiche e trasportistiche.
Desideriamo di conseguenza rendere noti in modo sintetico al Conseil d’orientation des infrastructures alcuni elementi della nostra expertise che consigliano di non procedere alla realizzazione del progetto Lyon-Turin.
Inutilità del progetto
Per ciò che concerne l’ambiente, siamo convinti che la linea ferroviaria esistente ha la capacità di permettere da subito il riporto modale su questa direttrice così contribuendo alla riduzione dei gas ad effetto serra.
Il bilancio tra l’ipotetica diminuzione dei gas a effetto serra nell’esercizio della nuova linea ferroviaria e le emissioni dei cantieri per la sua costruzione è previsto nella migliore delle ipotesi molto oltre l’anno 2058.[5]
La linea esistente, totalmente rinnovata con un investimento di più di €400 milioni, ha una capacità di oltre 20 milioni di tonnellate ossia di più di sei volte la domanda di traffico attuale, mentre secondo l’Osservatorio Tecnico presso il Governo italiano la sua capacità può arrivare fino a 32 milioni di tonnellate.[6].
Il tempo di percorrenza tra Parigi e Milano può essere effettuato in 5 ore e 15’, utilizzando la linea esistente. Mentre il tempo di 4 ore presentato da TELT è calcolato da Parigi a Milano senza effettuare alcuna fermata.
Auspichiamo che una nuova analisi socio-economica europea sia realizzata per confermare l’inutilità della nuova relazione ferroviaria.
Circa la qualità del servizio e l’efficienza, il progetto non contribuisce alla riduzione della congestione dei nodi ferroviari, e i colli di bottiglia (circonvallazione di Lione, Chambéry e Torino) sono molto distanti dal tunnel transfrontaliero.
Le nostre analisi indicano che i costi di gestione del nuovo tunnel saranno moto elevati e prevediamo che, a causa della concorrenza dei tunnel di base realizzati dalla Svizzera, il gestore TELT dovrà ricevere delle importanti sovvenzioni dall’Italia e dalla Francia per evitare il fallimento, come è stato il caso dell’impresa incaricata di gestire il tunnel Figueras-Perpignan[7], di fronte ad un traffico insufficiente.
L’Unione Europea assegna la priorità dei suoi finanziamenti a progetti che hanno “un valore aggiunto europeo e vantaggi significativi per la società e non riceve un finanziamento adeguato dal mercato”.[8] [9]
Questi criteri sono assenti dal progetto di Torino Lione. Il nuovo tunnel sostituirà quello esistente, quindi non crea un collegamento mancante. Il collegamento non elimina i colli di bottiglia della circonvallazione settentrionale di Lione e di Torino e non aumenta l’interoperabilità ferroviaria già attiva sulla linea esistente.
L’Analisi Costi Benefici del progetto mostra un risultato molto debolmente positivo attraverso l’introduzione di elementi di costo fuorvianti (incidentalità dei mezzi pesanti) ed è stata realizzata prima dell’accordo per il primo finanziamento europeo quando avrebbe dovuto essere realizzata prima della domanda del finanziamento.
Inoltre si tratta di un’analisi non affidabile in quanto è stata eseguita da Oliviero Baccelli, docente non accademico della Bocconi, che è membro del Consiglio di Amministrazione di TELT e ha quindi un conflitto di interessi nello svolgimento di questa perizia.[10]
Il finanziamento europeo in corso scade nel 2019 ed è relativo ad una limitata porzione dei lavori sulla parte comune franco-italiana della sezione internazionale.
Gli impegni di Francia e Italia
Desideriamo ricordare alcuni degli impegni sottoscritti da Francia e Italia e una modifica unilaterale dell’Italia che non permettono la realizzabilità del progetto.
Nel primo accordo del 2001[11] Francia e Italia avevano saggiamente deciso che il progetto avrebbe dovuto essere realizzato alla saturazione della linea esistente: oggi questa linea, completamente ammodernata con un investimento italiano e francese di circa €400 milioni è utilizzata al 15%. Allo stato delle conoscenze, la prevedibilità della sua saturazione è impossibile da valutare. Siamo dunque ben lontani dalla necessità di dover iniziare lo scavo del tunnel abbandonando il tunnel esistente.
La Pausa può dunque continuare ancora per molti anni nel rispetto di questa decisione.
Con il secondo accordo del 2012[12] Francia e Italia, – vista i ritardi nella realizzazione dell’opera e al fine di rendere la sua esecuzione certa e celere, si erano accordate attraverso l’art. 16 di mettere a disposizione del progetto tutti i fondi nazionali necessari alla sua completa esecuzione prima di iniziare lo scavo del tunnel.
I finanziamenti francese e italiano per l’insieme dei lavori definitivi del tunnel non sono attualmente disponibili.
Allo stato, Francia e Italia non rispettano questa clausola fondamentale. In attesa della Legge sull’orientamento delle mobilità, TELT non dovrebbe essere autorizzata di impegnare i lavori definitivi sui cantieri in Francia e in Italia.
Allo stesso tempo Francia e Italia si sono impegnate a non richiedere all’Unione europea fondi supplementari oltre al costo certificato (art. 18 dell’acordo del 2012) e l’Unione europea non ha stanziato fondi per attività che dovessero essere realizzate oltre il 2019. Il finanziamento europeo presuppone che la Francia sia in grado di finanziare la sua parte.
Il progetto dovrebbe essere realizzato in diverse fasi funzionali, come dettagliatamente indicato nell’art. 4 dell’accordo del 2012[13]. Ma l’Italia ha modificato unilateralmente questa modalità di realizzazione dei lavori introducendo il concetto di lotti costruttivi nella Legge di Ratifica[14] dell’accordo del 2015[15], che permetterà all’Italia di non dovere assicurare il finanziamento integrale del progetto attraverso una legge pluriennale, rendendo così indeterminata la data di completamento dei lavori.
Augurandoci che il nostro contributo sia considerato nella vostra riflessione, vi preghiamo di accettare, Signor Presidente e egregi membri del Conseil d’orientation des infrastructures, l’espressione della nostra più alta considerazione.
ing. Sandro Plano
Presidente
Unione Montana Valle Susa
[1] http://www.unionemontanavallesusa.it/
[2] Hubert du Mesnil, Presidente di TELT, audito il 22 novembre 2017
[3] Statuto di TELT http://www.telt-sas.com/wp-content/uploads/2016/11/Statuts-TELT_010716.pdf
[4] Scienziati, professori universitari e tecnici che prestano la loro attività a titolo gratuito.
[5] Impatto ambien­tale della Nuova Linea Fer­ro­via­ria Torino-Lione M. Cle­rico, L. Giunti, L. Mercalli, M. Ponti, A. Tar­ta­glia, S. Ulgiati, M. Zuc­chetti (2014) http://www.notav.info/post/impatto-ambientale-della-nuova-linea-torino-lione-3/
[6] http://www.ambientevalsusa.it/PresentTartagliaTAV-01-12-07.pdf
http://presidenza.governo.it/osservatorio_torino_lione/quaderni/Quaderno1.pdf

[7] https://www.lesechos.fr/16/09/2016/LesEchos/22278-076-ECH_tgv—Perpignan–Figueras–une-ligne-en-faillite.htm#
[8] Art. 3 del Regolamento (UE) n. 1316/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013
[9] Art. 4 del Regolamento (UE) n. 1316/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013
[10] http://www.gruppoclas.com/it/news_dett.asp?cat=notiz&id=436
[11] Accordo di Torino 29.1.2001, it Articolo 1. Objet Les Gouvernements français et italien s’engagent par le présent accord à construire ou à faire construire les ouvrages de la partie commune franco-italienne, nécessaires à la réalisation d’une nouvelle liaison ferroviaire mixte marchandises-voyageurs entre Lyon et Turin et dont la mise en service devrait intervenir à la date de saturation des ouvrages existants.
[12] Accordo di Roma 30 gennaio 2012. Articolo 16 – Principes Le présent titre a pour but de préciser les modalités de financement entre les Parties des prestations réalisées pendant la construction des ouvrages définitifs de la partie commune franco-italienne. La disponibilité du financement sera un préalable au lancement des travaux des différentes phases de la partie commune franco-italienne de la section internationale. Les Parties solliciteront l’Union européenne pour obtenir une subvention au taux maximum possible pour ces réalisations.
[13] Accordo di Roma 30 gennaio 2012. Articolo 4 – La Partie commune franco-italienne de la nouvelle liaison ferroviaire Lyon-Turin est composée, suivant le plan figurant en annexe 1 au présent Accord (cette annexe faisant partie intégrante du présent Accord) : a) en France, d’une section de 33 kilomètres environ franchissant le massif de Belledonne et comprenant les tunnels à double tube de Belledonne et du Glandon ; b) d’un tunnel à double tube de 57 kilomètres environ entre Saint-Jean-de-Maurienne, en France, et Suse – Bussoleno, en Italie, creusé dans les Alpes, sur les territoires français et italien et incluant trois sites de sécurité à La Praz, Modane et Clarea ; c) d’une section à l’air libre d’environ 3 kilomètres en territoire italien à Suse ; d) d’un tunnel à double tube d’environ 19,5 kilomètres situé sur le territoire italien entre Suse et Chiusa San Michele ; e) en France et en Italie, des ouvrages de raccordement à la ligne historique ; f) ainsi que des ouvrages annexes (gares, installations électriques, etc.) nécessaires à l’exploitation ferroviaire et de ceux dont les Parties conviendraient ultérieurement qu’ils doivent être inclus dans cette partie commune franco-italienne. Ces ouvrages seront réalisés en plusieurs phases fonctionnelles.
[14] Legge 5 gennaio 2017 n. 1 (cfr. Art. 3) : Ratificazione dell’Accordo di Parigi 2015, Protocollo addizionale firmato a Venezia l’8 marzo 2016, Regolamento dei contratti adottato a Torino il 7 giugno 2016.
[15] Accordo di Parigi 24 febbraio 2015

 

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/i-sindaci-della-val-di-susa-scrivono-al-governo-francese

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Tue, 09 Jan 2018 10:17:03 +0000
Negli Stati Uniti non c’è più la net neutrality http://coscienzeinrete.net/economia/item/3094-negli-stati-uniti-non-c-e-piu-la-net-neutrality http://coscienzeinrete.net/economia/item/3094-negli-stati-uniti-non-c-e-piu-la-net-neutrality

Net neutralityNegli Stati Uniti è stato approvato un regolamento che di fatto mette fine alla “net neutrality” (“neutralità della rete”), il principio secondo cui i fornitori di accesso a Internet (Internet Service Provider, ISP) non possono favorire certi contenuti su altri, rendendo per esempio più rapido l’accesso a un sito di notizie o di video rispetto a un altro. Il regolamento è stato votato dalla Federal Communications Commission (FCC), l’agenzia governativa che si occupa di vigilare sulle comunicazioni, con 3 voti a favore dei Repubblicani e 2 contrari dei Democratici. Appena due anni fa l’agenzia era a maggioranza Democratica e aveva votato per rendere effettive regole che tutelassero il più possibile la net neutrality.

Il nuovo regolamento consente agli ISP statunitensi di fare praticamente tutto ciò che vogliono, per quanto riguarda la gestione del traffico online. Potranno quindi bloccare, rallentare o accelerare il passaggio di alcuni dati rispetto ad altri, senza particolari limitazioni. Avranno il solo obbligo di avvisare i loro clienti sulle disparità di trattamento che decideranno di attuare. I sostenitori delle nuove regole dicono che non era necessario regolamentare Internet come si era deciso di fare nel 2015, e sostengono che la rete fino ad allora non avesse problemi di alcun tipo per quanto riguarda la disparità di trattamento dei siti e dei servizi online. Il capo della FCC, Ajit Pai, ha sempre sostenuto che le regole fossero superflue e lavorava da inizio anno al piano per smontare la net neutrality, su indicazione dell’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump.

I sostenitori della net neutrality dicono invece che senza le regole in vigore fino a oggi, gli ISP potranno controllare il traffico online e condizionare i loro clienti privilegiando alcuni contenuti su altri. Il problema potrebbe essere particolarmente sentito negli Stati Uniti perché alcuni dei principali ISP sono anche produttori di contenuti, come nel caso del provider Comcast che controlla NBCUniversal. Comcast potrebbe per esempio decidere di favorire i servizi in streaming che hanno nei loro cataloghi serie tv e film di NBCUNiversal, rallentando l’accesso a servizi concorrenti come Netflix o PrimeVideo di Amazon.

Complici le recenti evoluzioni tecnologiche nella gestione delle reti e la grande differenziazione di servizi online, la net neutrality è diventata uno dei più importanti principi per garantire la libera circolazione delle informazioni online. L’accesso libero e paritario a qualsiasi contenuto è ritenuto essenziale non solo per tutelare i consumatori da un aumento dei prezzi (un ISP potrebbe per esempio far pagare di più l’accesso agli streaming, che consumano più banda), ma anche per garantire alle aziende del Web più piccole la possibilità di concorrere alla pari con quelle più grandi. In assenza di regole sulla net neutrality, aziende molto grandi potrebbero per esempio pagare gli ISP per ottenere trattamenti di favore dei loro dati, facendoli arrivare prima e meglio agli utenti rispetto ai servizi concorrenti. Net neutrality significa anche che un ISP non può bloccare l’accesso ai contenuti, salvo per motivi di sicurezza o decisioni dei governi, ma in assenza di regole chiare potrebbe avvenire il contrario con siti e applicazioni resi inaccessibili in modo arbitrario.

La riforma di Pai ha portato a grandi polemiche ed è criticata da tutte le principali associazioni per i consumatori e dai consorzi delle aziende del Web, come l’Internet Association che comprende Facebook e Google. L’associazione ha ricordato che le nuove regole non tengono in considerazione le effettive condizioni del mercato per l’accesso a Internet negli Stati Uniti. Se ci si allontana dalle grandi città, la scelta degli ISP è estremamente limitata e in molti casi è completamente senza alternative. Gli utenti si troveranno nella condizione di dover scegliere per forza un ISP anche se questo promette l’accesso privilegiato a contenuti cui non sono interessati. Si ritroveranno quindi con un piano di navigazione che funziona diversamente a seconda dei siti che visitano, mentre con le regole precedenti avevano la certezza di accedere ai contenuti allo stesso modo a prescindere dall’operatore e dalle scarse opzioni di scelta.

Jessica Rosenworcel, uno dei due membri Democratici della FCC, ha definito una “decisione affrettata” il voto di giovedì sulla net neutrality, che mette l’agenzia “dal lato sbagliato della storia, della legge e dell’interesse pubblico americano”. Rosenworcel ha detto che il nuovo regolamento: “Non è una buona cosa. Non lo è per i consumatori. Non lo è per le aziende. Non lo è per chiunque si colleghi e crei cose online”. L’altra commissaria Democratica, Mignon Clyburn, ha spiegato che ci potrebbero essere conseguenze soprattutto per alcuni gruppi di persone e per le minoranze, che potrebbero vedere rallentato l’accesso ai loro contenuti rispetto ad altri.

Prima di approvare le nuove regole, la FCC aveva avviato una grande consultazione pubblica, della quale Pai aveva detto che avrebbe tenuto conto. In pochi mesi l’agenzia ha ricevuto sul suo sito 22 milioni di commenti, ma alla fine della consultazione ha annunciato che almeno 7,5 milioni di questi erano spam. La FCC non ha ritenuto necessario condurre indagini per ricostruire la loro origine e nei fatti ha avuto un pretesto per ignorare buona parte dei restanti commenti. La gestione della consultazione è stata duramente criticata dai Democratici e da numerose organizzazioni che si occupano della tutela dei diritti, della libertà di stampa e della privacy online.

La decisione di giovedì è stata assunta dopo appena un’ora di dibattito, dove i cinque commissari hanno avuto la possibilità di leggere brevi dichiarazioni spiegando il motivo del loro voto. La FCC ora ha alcune settimane di tempo per definire gli ultimi dettagli del nuovo regolamento. Dopo la sua pubblicazione ufficiale, entrerà in vigore e le regole potranno essere sfruttate dagli ISP. Non ci saranno probabilmente cambiamenti repentini, anche perché i provider temono danni di immagine e stanno quindi procedendo cautamente, anche se hanno speso negli ultimi mesi centinaia di milioni di dollari per influenzare i politici sul tema.

Diverse organizzazioni hanno comunque annunciato di volere fare ricorso in tribunale, mettendo in discussione la validità del regolamento. Le iniziative legali saranno di vario tipo e diverse potrebbero partire dal modo in cui sono stati gestiti i commenti nel periodo di consultazione, molti dei quali erano per chiedere il mantenimento della net neutrality. Davanti ai giudici, la FCC dovrà dimostrare che dal 2015 a oggi sono cambiate cose a sufficienza per giustificare un cambiamento delle regole, approvate appena due anni fa. Azioni legali sono state annunciate anche da alcuni procuratori generali a livello statale, che cercheranno di smontare in tribunale le nuove regole. I tempi potrebbero però essere lunghi e l’esito stesso di queste iniziative non è prevedibile.

Con qualche difficoltà e contraddizione, negli ultimi anni l’Unione Europea si è dotata di un buon regolamento sulla net neutrality, stabilendo limiti e condizioni per gli ISP (sono previste deroghe per gli operatori mobili, considerata la natura diversa delle loro reti e la maggiore facilità con cui si saturano). Il timore di molte associazioni e osservatori è che un cambiamento così radicale negli Stati Uniti possa portare nel tempo a revisioni delle attuali regole anche in Europa. I meno scettici pensano invece che le vicende legali, che probabilmente interesseranno la FCC nel caso di una approvazione, e le proteste degli utenti faranno da buon deterrente per evitare l’esperienza statunitense.

Fonte: http://www.ilpost.it/2017/12/14/net-neutrality-abolita/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 15 Dec 2017 12:38:06 +0000
Ri-Generation: gli elettrodomestici che fanno bene http://coscienzeinrete.net/economia/item/3073-ri-generation-gli-elettrodomestici-che-fanno-bene http://coscienzeinrete.net/economia/item/3073-ri-generation-gli-elettrodomestici-che-fanno-bene

Cosa ci fanno insieme uno dei principali distributori europei di ricambi per elettrodomestici e il Servizio missionario giovani? Semplice: il primo negozio italiano di elettrodomestici ricondizionati in Italia!

di Paolo Cignini

Ri Generation

Ri-Generation è un progetto solido, reale ed un esempio perfetto di economia circolare applicata ad un settore, quello dei RAEE (Rifiuti di Apparecchi Elettrici Ed Elettronici), tra i più delicati da un punto di vista della gestione dei rifiuti e del loro impatto ambientale e umano.

Ri Generation1Ma come funziona? L'obiettivo di Ri-Generation è relativo ad un'attività di rigenerazione di lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e forni a suo tempo dismessi dai rispettivi proprietari, quindi diventati RAEE. Grazie a Ri-Generation e al lavoro di Astelav (uno dei principali distributori europei di ricambi per elettrodomestici) e del Sermig (Il Servizio Missionario Giovani nato nel 1964 da un'intuizione di Ernesto Olivero), questi elettrodomestici dopo essere stati rigenerati vengono venduti a condizioni molto vantaggiose: un esempio perfetto e concreto di economia circolare nel segno dell'uso, della riparazione e del riuso e della conseguente concezione di uno sviluppo socio-economico responsabile.

Il progetto ha sede a Torino, dove da gennaio 2017 sono attivi i laboratori dove operano gli addetti di Ri-generation: è qui che vengono testati i RAEE, comprati direttamente dai conferitori, e sostituiti i pezzi danneggiati per dare nuova vita agli elettrodomestici, che rientrano poi sul mercato. I due punti vendita e di ritiro degli elettrodomestici di Ri-Generation si trovano a Torino e a Vinovo, ma è possibile anche acquistare i vari pezzi sul sito internet di Ri-Generation e ricevere a casa la merce acquistata anche se si è lontani dal Piemonte.

Ri Generation2

Oltre all'economia circolare, un altro punto che caratterizza fortemente il progetto è l'obiettivo sociale ed è qui che entra in gioco il ruolo del Sermig, che fornisce la rete per impiegare persone con esperienza nel settore degli elettrodomestici ma che si trovano in difficoltà lavorative. Di cinque nuovi assunti nel progetto a giugno 2017, tre sono persone in età adulta che avevano perso il lavoro in seguito al fallimento dell'azienda presso cui lavoravano e due sono ragazzi giovani inseriti in un processo di formazione.

Ri Generation3

La speranza è che progetti di questo tipo, già diffusi fuori dai nostri confini nazionali, possano espandersi anche in altre città italiane: per quanto riguarda specificatamente i RAEE, nel 2015 in Italia ne sono stati trattati in modo appropriato circa 250.000 tonnellate con un aumento dell'8% rispetto all'anno precedente; questo dato però rappresenta solo il 40% del totale degli elettrodomestici realmente dismessi. Le restanti 350.000 tonnellate di RAEE sono gettate in discariche abusive o esportate illegalmente in paesi in via di sviluppo, sia come apparecchi funzionanti sia come fonte di componenti e materie prime di recupero. La possibilità concreta di poter creare nuove occasioni lavorative traendo ispirazione dalla Natura e dai suoi processi, nei quali materia ed energia vengono scambiati tra i diversi sistemi secondo tematiche a ciclo chiuso dove i rifiuti non esistono, è la speranza concreta affinché il ruolo del lavoro non sia più solo relegato e fine a se stesso, ma utile al miglioramento reale delle condizioni di vita dell'uomo e del Pianeta.

fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/rigeneration-elettrodomestici-che-fanno-bene/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 17 Nov 2017 12:34:51 +0000
India a un anno dalla lotta al cash fallita, demonetizzazione è stata un flop http://coscienzeinrete.net/economia/item/3061-india-a-un-anno-dalla-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-e-stata-un-flop http://coscienzeinrete.net/economia/item/3061-india-a-un-anno-dalla-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-e-stata-un-flop

Cashless IndiaLa lotta al contante in India è stata un flop, ma il governo Modi non ne ha risentito politicamente, restando ben saldo.

Un anno fa, il premier indiano Narendra Modi lanciava a circa 1,3 miliardi di suoi concittadini un annuncio scioccante: le due banconote dal taglio più alto di 500 e 1.000 rupie, allora circa 6,50 e 13 dollari rispettivamente, sarebbero diventate fuori corso dalla mezzanotte del giorno seguente e sarebbero state scambiate in banca, dove al di sopra di certe quantità esibite, ai detentori sarebbero state richieste informazioni sulla provenienza e in assenza di una adeguata giustificazione, sarebbe scattata la segnalazione al fisco. La misura fu realmente uno shock, se si considera che le banconote ritirate dalla circolazione erano ben 15.440 miliardi, pari all’86% del valore del contante totale esistente. 

di Giuseppe Timpone

L’obiettivo di Modi era di contrastare l’evasione fiscale e l’economia sommersa, partendo dalla premessa che le banconote dal taglio più elevato fungano da metodo di pagamento tra privati per aggirare il fisco o per traffici illeciti. Tuttavia, al termine dell’operazione colossale, che creò parecchi disagi e per più settimane del previsto, costringendo milioni di indiani a fare lunghe file in banca per scambiare le vecchie rupie con le nuove, non solo l’economia sommersa e gli evasori fiscali non sarebbero stati combattuti, ma la percentuale delle transazioni cash pare che sia rimasta inalterata pressappoco intorno al 95% del totale. Nonostante gli sforzi, quindi, solamente un pagamento su venti in India avverrebbe oggi con l’uso di carte di credito, bancomat o altri metodi tracciabili non in contante.

Lotta al cash in India è stata un flop

A conferma che si sarebbe trattato di un flop, vi è il dato assai negativo per il governo del 99% della restituzione in banca delle banconote oggetto della “demonetizzazione”. In sostanza, quasi tutta la moneta ritirata dalla circolazione è tornata indietro, segno che gli indiani non avrebbero faticato granché a nascondere al fisco le loro eventuali illiceità commesse. Anzi, pare che l’operazione del governo abbia creato un mercato nero delle rupie, grazie al quale i più facoltosi, non essendo in grado di giustificare in banca le banconote detenute in eccesso rispetto ai limiti fissati, le hanno cedute a sconto ad altri indiani, con questi ultimi a presentarsi in banca al posto loro.

Per impedire il riciclaggio, la polizia indiana ha fatto irruzione in diverse oreficerie, al fine di evitare che gli indiani scambiassero denaro contro oro. In realtà, le quotazioni del metallo sono risultate a premio rispetto a quelle internazionali nelle settimane successive all’annuncio, segno che la domanda interna sarebbe stata più alta del solito. E parecchio denaro sarebbe stato convogliato in fondi d’investimento, i quali lo hanno dirottato sui mercati finanziari. Insomma, Modi non è riuscito a cogliere i truffaldini con le mani nel sacco, perché questi hanno trovato il modo di portare altrove il loro denaro, “ripulendolo” senza grossi problemi, non da ultimo acquistando Bitcoin, le cui quotazioni sono decuplicate nell’ultimo anno. 

Tutto come prima? Non proprio. La crescita economica ha rallentato nel sub-continente asiatico e nel secondo trimestre di quest’anno risulta scesa al 5,7%, la più bassa dal 2014 e nettamente inferiore al +7,1% dello stesso periodo del 2016. La demonetizzazione, infatti, ha colpito le transazioni, impedendo a molti consumatori di effettuare acquisti nella fase di passaggio al nuovo sistema di emissione delle banconote. E nonostante sia stato mancato l’obiettivo del governo di centrare 25 miliardi di transazioni non in contanti in un anno, pur in presenza di una crescita più lenta, il governo si difende, sostenendo che l’iniziativa di un anno fa avrebbe abbassato a 12.500 miliardi le banconote di più alto valore detenute dagli indiani dai 18.000 altrimenti tendenziali. E il partito del premier, dei nazionalisti del BJP, è uscito vincitore dalle elezioni di marzo nello stato di Uttar Pradesh e anche per quelle in programma nel Gujarat, lo stato di Modi, sembra in vantaggio, beneficiando dell’immagine di un partito anti-corruzione e teso a redistribuire ricchezza, allargando la scarna platea dei contribuenti, visto che ad oggi solo il 5% delle famiglie indiane compila una dichiarazione dei redditi. Insomma, la lotta al cash è servita più sul piano della propaganda che non dei risultati reali.

fonte: https://www.investireoggi.it/economia/india-un-anno-della-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-stata-un-flop/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 10 Nov 2017 10:14:09 +0000
Lo scandalo dell’acciaio giapponese “farlocco” usato nelle auto di tutto il mondo http://coscienzeinrete.net/economia/item/3047-lo-scandalo-dell-acciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo http://coscienzeinrete.net/economia/item/3047-lo-scandalo-dell-acciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo

Scandalo acciaioPrima lo scandalo che ha portato al richiamo di milioni di auto, per gli airbag difettosi della Takata, ora quello dell’acciaio falsificato. Ancora una volta un caso tutto giapponese ma che ha pesanti riflessi sull’industria dell’auto in tutto il mondo. Protagonista la Kobe Steel, gigante della produzione e fornitore di 200 aziende mondiali e, nel settore automobilistico, di General MotorsFord, Honda, Mazda, Mitsubishi, Nissan, Subaru e Toyota.Il big dell’acciaio ha da poco rivelato che per almeno un anno ha spedito prodotti che non soddisfano effettivamente le specifiche di resistenza e durata concordate con i propri clienti.Una rivelazione choc, ma non del tutto inattesa dopo che lo scorso anno era emerso un caso analogo presso una sua controllata. Da quel momento sono stati scoperte decine di migliaia di tonnellate di prodotti in alluminio e rame, spediti tra il 1° settembre 2016 e il 31 agosto 2017 che “non rispettavano” i contratti di consumo, come ha ammesso la società.

di Riccardo Quintili

Dieci anni di falsificazione

E non si trattava di difetti sconosciuti alla Kobe. I lavoratori dell’azienda sapevano che alcuni dei metalli non erano in linea con le specifiche ma falsificavano i dati.
“I dati nelle certificazioni di ispezione erano stati scritti in modo improprio”, afferma la nota della società, un problema che si è rivelato “a seguito di controlli di auto-ispezione e di qualità di emergenza” dei prodotti in questione.
Una condotta “sistematica” che, secondo quanto riferisce Bloomberg, continuava da un decennio.

Di che si tratta

Quando i produttori ordinano un metallo di un certo spessore e di una determinata composizione, lo fanno perché deve assicurare proprietà specifiche ai veicoli che fabbrica. È evidente che se quello che riceve e utilizza non risponde ai requisiti che ha richiesto, le caratteristiche di sicurezza del veicolo ne risultano compromesse.

E a giudicare dalle commesse della Kobe, non il discorso, e l’allarme, non si limitano al settore delle quattro ruote, L’azienda giapponese, infatti, contribuisce anche alla fabbricazione di alcuni treni Hitachi, aerei Boeing e razzi utilizzati dall’agenzia spaziale del Giappone.

Cosa ci aspetta

“La verifica e l’ispezione fino ad oggi non hanno riconosciuto problemi specifici che suscitano dubbi sulla sicurezza dei prodotti non conformi”, ha dichiarato Kobe, che ha istituito un comitato per esaminare le questioni di qualità, guidato dall’amministratore della società Hiroya Kawasaki.
Ma Kawasaki e i suoi difficilmente eviteranno un’ondata di cause legali da parte dei suoi clienti e delle autority, sia in Giappone che negli Stati Uniti. Ed è facile ipotizzare che ci aspetti un’altra lunga sequela di richiami delle nostre auto da parte di tutte le case produttrici europee. Dopo il caso di Takata, quello della Kobe sembra segnare il tramonto dell’industria del Sol Levante.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/12/lo-scandalo-dellacciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo/26727/?utm_content=buffer58edb&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Sat, 14 Oct 2017 09:53:43 +0000
LA POLONIA RIDUCE L’ETA’ PENSIONABILE SFIDANDO LA UE http://coscienzeinrete.net/economia/item/3043-la-polonia-riduce-l-eta-pensionabile-sfidando-la-ue http://coscienzeinrete.net/economia/item/3043-la-polonia-riduce-l-eta-pensionabile-sfidando-la-ue

Zloty euroVi proponiamo quest’articolo di Voci dall’estero che potete leggere anche qui, sull situazione in Polonia, dove il governo, fuori dall’euro, riesce a fare un surplus di bilancio, abbassa le età pensionabili e fa crescere l’economia del 3,9%,  giocando anche molto abilmente sulla sua qualifica di paese della UE in grado di svalutare. Macron ha tentato di impedire alle società di servizio polacche di offrire i propri servizi negli altri paesi ricevendone il veto. Dovremmo imparare dal fatto che c’è vita e ricchezza fuori dall’Euro.

Come riporta Reuters, pare che nel mondo sia possibile essere un’economia più piccola di quella italiana, permettersi una propria moneta, crescere a ritmi del 3,9 per cento, fare politiche demografiche attive e addirittura abbassare l’età della pensione. Fortunatamente ci pensano gli austeri banchieri a ricordare a tutti il più grande pericolo per l’umanità, ossia che gli stipendi dei lavoratori crescano troppo velocemente. E che è proprio un peccato che certi governi tengano addirittura fede alle proprie promesse elettorali.

Di Marcin Goettig

Varsavia (Reuters) – Lunedì la Polonia abbasserà l’età pensionabile, onorando una costosa promessa elettorale che il partito conservatore al governo aveva fatto, e andando controcorrente rispetto alle tendenze europee a incrementare gradualmente l’età della pensione, mentre le persone vivono più a lungo e rimangono più in salute.

L’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini è un provvedimento caro soprattutto ai sostenitori del governo di centro-destra (sì, avete letto bene, anche in Polonia è il centro-destra a preoccuparsi degli interessi dei lavoratori NdVdE) del Partito della Legge e della Giustizia (PiS), e inverte un provvedimento che l’aveva portata a 67 anni, approvato nel 2012 dal governo centrista allora in carica.

Il provvedimento dovrebbe avere impatti immediati limitati sull’economia, che è in fase di boom, ma potrebbe mettere sotto pressione il bilancio statale in futuro.

Questa mossa avviene mentre la disoccupazione in Polonia è scesa ai livelli più bassi dai tempi dell’abbandono del comunismo all’inizio degli anni ’90, e potrebbe aumentare la tensione sui salari che stanno già crescendo al ritmo più alto da cinque anni a questa parte (Orrore! I salari crescono e l’età della pensione cala! È proprio vero che fuori dall’eurozona c’è solo l’inferno NdVdE).

“Il mercato del lavoro polacco deve affrontare una disponibilità sempre più limitata di lavoratori” ha dichiarato Rafal Benecki, un economista di Varsavia che si occupa dell’Europa Centrale presso ING Bank.

La popolazione della Polonia è di 38 milioni di abitanti e sta invecchiando a uno dei ritmi più rapidi all’interno dell’Unione Europea.

“Il governo sta buttando via uno degli strumenti più efficaci per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro”, ha detto Benecki (commovente come un banchiere si preoccupi che non ci sia abbastanza concorrenza – da parte dei loro nonni – per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro NdVdE).

 

Gli economisti e i banchieri centrali dicono che il crescente afflusso in Polonia di centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dall’Ucraina potrebbe ridurre la tensione sui salari (ecco un’altra tendenza che accomuna i banchieri: la tutela degli immigrati quando questi possono fare concorrenza ai lavoratori locali NdVdE).

I numeri del ministero del Lavoro mostrano che i datori di lavoro polacchi hanno richiesto più di 900.000 permessi a breve termine per i lavoratori ucraini nella prima metà del 2017, rispetto a 1.260.000 permessi totali nell’anno 2016.

“Con l’arrivo di lavoratori dall’Ucraina, finora il problema che alcuni avevano previsto – mancanza di lavoratori, tensioni sul mercato del lavoro – sta diminuendo” ha detto il Governatore della Banca Centrale  Adam Glapinski all’inizio di settembre.

Il governo ucraino del partito PiS ha stimato che il costo della riduzione dell’età pensionabile è di circa 10 miliardi di zloty (eh già, perché in Polonia gli euro non ce li hanno, poveri loro… NdVdE), ossia 2,74 miliardi di dollari, nel 2018, all’incirca lo 0,5 per cento del PIL.

Da quando è andato al potere, nel 2015, l’attuale governo ha velocemente aumentato la spesa pubblica per tenere fede alle promesse elettorali di aiutare le famiglie e ridistribuire i frutti della crescita economica in modo più equo (già scorgiamo gli austeri anti-populisti nostrani scuotere la testa con veemenza di fronte a questi sciagurati provvedimenti NdVdE).

Nonostante la crescita della spesa pubblica, il bilancio pubblico ha registrato il primo surplus da più di due decenni nel periodo gennaio-agosto, principalmente grazie a un intervento governativo contro l’evasione fiscale e grazie ai bonus concessi per i nuovi nati, che hanno alimentato i consumi (intollerabile: non solo la Polonia fa politiche di aiuto alle famiglie per risolvere i problemi demografici, ma addirittura osa sfruttare il moltiplicatore keynesiano! NdVdE).

La crescita economica ha raggiunto il 3,9 per cento nel secondo trimestre, ma gli economisti avvertono che l’aumentato costo delle pensioni potrebbe causare problemi, se l’economia dovesse rallentare.

“Sono preoccupato di quello che succederà quando il ciclo economico si invertirà” dice Marcin Mrowiec, capo economista presso Bank Pekao.

“Potremmo svegliarci con salari superiori a quelli che le società possono permettersi e… spese permanentemente più alte per le pensioni” (fortunatamente invece, nell’eurozona potremo affrontare la prossima recessione con una disoccupazione vicina ai massimi storici, un’età pensionabile sulla soglia della demenza senile e uno stato sociale che ha fatto passi indietro di decenni. Evviva! NdVdE)

fonte: https://scenarieconomici.it/la-polonia-riduce-leta-pensionabile-sfidando-la-ue-da-voci-dallestero/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Mon, 09 Oct 2017 10:11:12 +0000
IL MISSILE DI KIM FA VOLARE IL BITCOIN http://coscienzeinrete.net/economia/item/3028-il-missile-di-kim-fa-volare-il-bitcoin http://coscienzeinrete.net/economia/item/3028-il-missile-di-kim-fa-volare-il-bitcoin

BitcoinSarà anche cripto, ma sempre più investitori considerano il bitcoin una valuta rifugio. Ieri, nel giorno in cui la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico che ha sorvolato l’isola giapponese di Hokkaido per poi cadere nell’Oceano Pacifico, la criptovaluta ha registrato il nuovo record di tutti i tempi a 4.703 dollari (mentre l’oro ha toccato un massimo di giornata a 1.331 dollari l’oncia). L’impennata si è verificata in contemporanea con l’apertura al ribasso di Wall Street e il rialzo rispetto al record precedente, segnato lo scorso 18 agosto, è stato del 4%.

È interessante notare che i più forti acquisti di bitcoin sono arrivati dal Giappone e dalla Corea del Sud, i due Paesi più direttamente minacciati dai missili del presidente nordcoreano Kim Jong-un. Della corsa a un rifugio sicuro hanno beneficiato anche le altre critpovalute, come l’ethereum, tanto che la loro capitalizzazione complessiva ha raggiunto il nuovo record di 162 miliardi di dollari. Un balzo impressionante dall’8 di agosto, quando la capitalizzazione era di poco inferiore ai 90 miliardi.

Ma è davvero un rifugio sicuro il bitcoin?

di Marcello Bussi

Nei giorni scorsi hacker nordcoreani hanno attaccato alcune delle borse sudcoreane in cui vengono scambiati i bitcoin, ma l’assalto non ha avuto successo. L’operazione potrebbe essere solo uno dei tanti modi di Pyongyang per innervosire Seul, ma c’è anche chi ipotizza che si sia trattato di un vero e proprio tentativo di rapina per impossessarsi di criptovaluta in un momento in cui le casse nordcoreane cominciano a soffrire per l’embargo cinese alle esportazioni di carbone.

Quando si parla del mondo delle criptovalute è spesso difficile stabilire la fondatezza delle notizie. La notizia dell’attacco è stata però data da un ente ufficiale, il Centro di ricerca sudcoreano sulla cyber-guerra. L’interpretazione dell’evento resta aleatoria. Ma se si fosse trattato di un vero tentativo di rapina, questo non farebbe altro che aumentare lo status del bitcoin: lo vuole anche uno Stato sovrano come bottino di guerra. L’attivismo degli investitori sudcoreani è però dettato anche da un altro motivo: il parlamento di Seul ha intenzione di regolamentare in maniera più stretta le criptovalute. Il mese prossimo sarà sottoposta all’esame del parlamento una proposta di legge che, tra l’altro, impone alle società che offrono servizi di trading in criptovalute di avere riserve per almeno 450 mila dollari. Il vice ministro delle Finanze russo, Alexei Moiseev, ha invece proposto di riservare la compravendita di criptovalute ai soli investitori qualificati, elimando così dalla partita gli investitori retail.

Bitcoin2

 

Bitcoin1Intanto dagli Stati Uniti è arrivata la notizia che la criminalità sta abbandonando il bitcoin per altre criptovalute che meglio garantiscono l’anonimato delle transazioni, prima fra tutte monero, ritenuta la più sicura in questo senso. Non a caso nel giro di un anno le quotazioni sono salite di oltre il 1.000 per cento. Lunedì scorso monero ha toccato il record di tutti i tempi a 154,58 dollari, mentre ieri è sceso del 3,3% a 134,23 dollari. Evidentemente chi compra questa criptovaluta non è rimasto impressionato dai missili di Kim Jong-un. La capitalizzazione di monero è comunque ancora molto bassa, poco più di 2 miliardi di dollari contro i 75,2 miliardi del bitcoin (62,9 miliardi di euro). Tanto per fare un paragone, a Piazza Affari il titolo Enel ha una capitalizzazione di 51,1 miliardi di euro.

Per Shone Anstey, presidente e co-fondatore di Blockchain Intelligence Group le transazioni di natura illegale in bitcoin sono precipitate dal 50% del volume totale a meno del 20%. Mentre un funzionario della Homeland Security degli Stati Uniti ha dichiarato a Cnbc che la criminalità «guarda con più attenzione ad altre valute come monero ed ethereum». Secondo alcuni analisti, però, il bitcoin gode ancora dell’apprezzamento della malavita perché è comunque la criptovaluta più diffusa e pertanto è più facile convertirla in contanti senza il bisogno di intermediari. Come ogni altra valuta, il bitcoin può essere utilizzato per opere di male ma anche di bene: Danny Sessoms, il conduttore del programma Crypto Show trasmesso da una radio di Austin, ha raccolto donazioni in criptovalute per 50 mila dollari da destinare alle vittime dell’uragano in Texas. Il grosso della somma è stato donato da un tale Bill Kline, che ha messo sul tavolo 10 bitcoin.

Fonte: https://scenarieconomici.it/il-missile-di-kim-fa-volare-il-bitcoin-di-marcello-bussi/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Thu, 31 Aug 2017 09:27:51 +0000
Due anni dopo, ecco che cosa resta del miracolo di Expo http://coscienzeinrete.net/economia/item/2963-due-anni-dopo-ecco-che-cosa-resta-del-miracolo-di-expo http://coscienzeinrete.net/economia/item/2963-due-anni-dopo-ecco-che-cosa-resta-del-miracolo-di-expo

Sono passati due anni dal 1 maggio 2015, quando si sono aperti i cancelli di Expo. Sulla narrazione dell’esposizione universale sono stati costruiti il mito della rinascita di Milano e il successo politico del suo commissario, Giuseppe Sala, poi diventato sindaco di Milano. Ora è possibile un bilancio meno ideologico e trionfale e più pacato. Tentiamo di farlo sulla base dei numeri oggi a disposizione.
expo smantellamento

1. Lo smantellamento. A due anni dall’inizio e 19 mesi dopo la chiusura, non sono ancora terminati neppure i lavori per smantellare i padiglioni (i lotti dovevano essere riconsegnati entro maggio 2016). Dei 53 padiglioni dei Paesi, 8 sono ancora lì. L’Ungheria non ha neppure cominciato i lavori. Smantellamento in corso per Turkmenistan, Nepal, Usa, Polonia, Barhain e Messico. Da smontare ancora lo stand Alitalia (che ora ha altro a cui pensare) e quello delle aziende private cinesi: dovrà occuparsene, con soldi suoi, Arexpo, la società che possiede le aree.

2. I contenziosi. Sono 18 gli appalti per la costruzione dell’esposizione che si sono trasformati in braccio di ferro con le aziende, che hanno chiesto più soldi per varianti ed extracosti. La Piastra è costata 225 milioni invece dei 165 aggiudicati nella gara vinta dalla Mantovani (ancora sotto indagine penale). Palazzo Italia (compreso il Cardo) ha raddoppiato il costo, da 27 a 54 milioni. La Cmc per la rimozione delle interferenze ha preteso 98 milioni invece dei 58 offerti al momento della gara. Per le vie d’acqua la Maltauro ha incassato 5 milioni in più. Per l’allestimento di Palazzo Italia la Castelli ha strappato 1 milione in più. Altri 13 dossier sono ancora aperti, con trattative con le aziende, contenziosi in corso e coinvolgimento dell’Autorità nazionale anticorruzione e dell’Avvocatura generale dello Stato.

3. Il bilancio. Expo è costato 2,4 miliardi di euro di soldi pubblici: 1,3 miliardi per la costruzione del sito e 960 milioni per la gestione dell’evento. I ricavi da biglietti e sponsorizzazioni sono stati circa 700 milioni. La società deve andare avanti, per chiudere i contenziosi e la liquidazione, fino al 2021. Mancano soldi. Almeno 23 milioni che dovranno essere versati dai soci: 9 milioni li ha messi il governo, il resto dovrà arrivare da Comune di Milano e Regione Lombardia. Ma questi sono i denari necessari per la gestione della società, a cui si devono aggiungere i soldi per i creditori non ancora pagati e per gli extracosti chiesti dalla imprese. Potrebbe aprirsi una voragine, che sarà ridotta se e quando Arexpo pagherà i 47 milioni che deve a Expo per l’infrastrutturazione dell’area.

4. Il buco. I fornitori aspettano da Expo spa pagamenti per 256 milioni (dati 2015) che oggi potrebbero essere scesi a 115 milioni. Expo, d’altra parte, non è solo debitore, ma anche creditore: sta ancora aspettando che i suoi clienti (da Alessandro Rosso ad alcune aziende cinesi) saldino le fatture per pacchetti di biglietti mai venduti ai visitatori e altre forniture. A fine 2016, i crediti considerati esigibili erano 10,4 milioni: 3,3 milioni sono stati incassati tra gennaio e marzo 2017; altri 7,1 milioni dovrebbero arrivare in questi mesi. I crediti considerati irrecuperabili sono 58,4 milioni.

La palla passerà ora al nuovo commissario unico per la liquidazione, Gianni Confalonieri, che dovrà battere cassa per far quadrare i conti. Intanto siamo in attesa che la gara avviata da Arexpo trovi uno sviluppatore in grado di trasformare il grande vuoto dell’area Expo (oltre 1 milione di metri quadrati, costati 142 milioni di euro nel 2011) in attività immobiliari e in un parco universitario, di ricerca e di produzione scientifica. Con finora un’unica certezza: il grande parco promesso di 440 mila metri quadrati non ci sarà, ma sarà spezzettato in tante aree verdi “condominiali”.

Fonte: http://www.giannibarbacetto.it/2017/05/08/due-anni-dopo-ecco-che-cosa-resta-del-miracolo-di-expo

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Tue, 16 May 2017 09:04:01 +0000