Economia http://www.coscienzeinrete.net Mon, 21 May 2018 22:36:27 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it Il business delle acque minerali: ogni euro di canone le aziende ne incassano 191 http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3173-il-business-delle-acque-minerali-ogni-euro-di-canone-le-aziende-ne-incassano-191 http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3173-il-business-delle-acque-minerali-ogni-euro-di-canone-le-aziende-ne-incassano-191
Minerali business“Per ogni euro speso in canoni di concessione” le società proprietarie delle acque minerali realizzano “191,35 euro in ricavi dalle vendite”. Insomma un grande affare ma non per le casse pubbliche bensì per quelle private.
Ad accertare l’evidente sproporzione non è una Ong né un’associazione ambientalista ma il Mef, il ministero dell’Economia e Finanze che per la prima volta pubblica un report (dati 2015) “dedicato allo sfruttamento delle acque minerali e termali”. In soldoni l’incasso totale per le amministrazioni locali (18,4 milioni) corrisponde allo 0,68% del fatturato del settore dell’imbottigliamento delle acque minerali, pari a 2,7 miliardi nel 2015.
 
di Enrico Cinotti

Di seguito riportiamo la tabella con i ricavi realizzati dai principali marchi:

Minerali business1
 
Come si evince in testa alla classifica c’è acqua Lete che per ogni euro pagato in concessione ne ricava 312, seguita dalla Ferrarelle (280 euro) e dalla San Pellegrino (gruppo Nestlé) con 268 euro. Chi “incassa” di meno invece la Società italiana acque minerali (marchi: Misia, Lieve, Rugiada, Viva), seguita da Norda-Gaudianello-Sangemini con 78 euro e da Rocchetta-Uliveto con 81 euro.

Il canone? Un millesimo di euro ogni litro imbottigliato

Ma quanto si paga in media di concessione? Il Salvagente se ne era occupato nel numero di agosto 2017 scoprendo che in media (dati riferiti al 2013) le aziende imbottigliatrici pagano 1 euro ogni 1.000 litri emunti, ovvero appena un millesimo di euro per ogni litro imbottigliato. Un vero e proprio regalo fatto dalle amministrazioni pubbliche alle aziende private.

L’acqua da bene comune si è ormai trasformata in business privato.

Secondo Legambiente e Altraeconomia se si istituisse un canone minimo nazionale pari ad almeno 20 euro a metro cubo imbottigliato (oggi il canone più alto lo chiede il Veneto con 3 euro per metro cubo, tutti gli altri sono intorno a un euro), ai tassi attuali di prelievo si ricaverebbero circa 250 milioni di euro, rispetto a un giro di affari per le imprese, che si è attestato, nel 2015, a 2,7 miliardi di euro.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2018/04/27/il-business-delle-acque-minerali-ogni-euro-di-canone-le-aziende-ne-incassano-191/35332/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Sat, 28 Apr 2018 09:56:57 +0000
Tav, non c’erano ragioni per sostenere anni di lavori. Ma allora perché li abbiamo iniziati? http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3146-tav-non-c-erano-ragioni-per-sostenere-anni-di-lavori-ma-allora-perche-li-abbiamo-iniziati http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3146-tav-non-c-erano-ragioni-per-sostenere-anni-di-lavori-ma-allora-perche-li-abbiamo-iniziati

Della vicenda della Tav in Val di Susa ciò che colpisce è la sua capacità di far perdere ad analisti, giornalisti e politici il filo di un pensare razionale. In una società – e in un tempo – che del calcolo razionale ha fatto il suo ancoraggio, la Tav in Val di Susa è una decisione collettiva che i suoi promotori hanno collocato in uno spazio nel quale la logica e l’evidenza empirica non trovano posto. Chi si oppone alla realizzazione dell’opera ha le sue ragioni e le ha rappresentate con un movimento che ha assunto un rilievo politico forte. Da quando nel 2006 scrissi un piccolo libro sul tema (Dove sono le ragioni del sì? La Tav in Val di Susa nella società della conoscenza, Torino, Seb 27, 2006) il mio interesse maggiore è però andato alle “ragioni del sì”: come argomentano la loro posizione coloro che sono favorevoli all’opera?

di Antonio Calafati

Notav2018

Ciò che mi affascina di questa vicenda è come sia possibile che la realizzazione dell’opera sia giustificata con argomentazioni contraddittorie e senza alcun fondamento empirico, con un pensiero che viola ogni elementare principio di razionalità collettiva. Come sia possibile che l’opinione pubblica non si accorga che chi sostiene l’opera non ha ragioni razionali per farlo. Un incantesimo che dura da oltre un decennio, un mistero.

Il crescendo di stupore con il quale ho seguito questa vicenda leggendo nell’autunno del 2005 leggevo i tre maggiori quotidiani italiani (Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) è diventato a un certo punto rassegnazione. Avevo letto incredulo che gli ingenti costi sociali che l’opera, per consenso unanime, avrebbe comportato nella fase di realizzazione e di attività erano banali “servitù”. Avevo letto sgomento che l’opera bisognava farla perché era “cosa buona e giusta”, perché ci permetteva di non perdere “i mercati dei Balcani”, perché era la “Modernità”, perché non farla “era una fiammeggiante rappresentazione del nostro fermarci ai confini”. Avevo letto che la Valutazione di impatto ambientale era una richiesta di isterici che si interessavano alla sorte degli “scorfani maculati”.

Avevo letto – e riportato nel libro – molte altre affermazioni prive di senso logico e valore empirico, affermazioni di commentatori autorevoli che sulla Tav in Val  di Susa si esprimevano come confusi sciamani. E non ho mai capito perché lo hanno fatto. Poi il suggello finale: in un dibattito radiofonico quella che allora era una persona chiave dell’Osservatorio sulla Tav mi contesta dicendo che gli antichi romani tutti questi studi di impatto non li facevano quando decidevano di costruire una strada…

Sono trascorsi molti anni e l’incantesimo non si scioglie. Ora il governo italiano ammette che le previsioni di traffico addotte a sostegno dell’opera – già più volte ri-progettata – sono assurdamente sovrastimate: l’opera sulla  base di queste previsioni non si giustifica. Però, poi aggiunge che l’opera si farà ugualmente. Si inizia un’opera che richiede ingenti risorse economiche, che richiederà anni e anni per essere completata ed entrare in uso sapendo prima di iniziare che nessun calcolo razionale la giustifica? Ma che storia!
Per quanto tempo ancora continuerà l’incantesimo? Che cosa ha questa opera perché l’intenzione di realizzarla sopravviva all’assenza di ragioni per realizzarla? Non è nel potere delle lobby che va cercata la risposta, bensì nei caratteri del dibattito pubblico italiano. Non riusciamo più a mettere a fuoco collettivamente neanche l’assurdità di affermazioni palesemente irragionevoli. Qualche pilastro della nostra democrazia deve aver ceduto.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/27/tav-non-cerano-ragioni-per-sostenere-anni-di-lavori-ma-allora-perche-li-abbiamo-iniziati/4191544/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Thu, 01 Mar 2018 06:30:51 +0000
Disoccupazione in Europa: una misura più completa http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3145-disoccupazione-in-europa-una-misura-piu-completa http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3145-disoccupazione-in-europa-una-misura-piu-completa

Disoccupazione Europa

1. Non vi è dubbio che il fenomeno della disoccupazione eserciti un ruolo determinante nella dinamica sociale e nella percezione che di questa si ha. In Italia, il dato pubblicato da ISTAT, relativo allo scorso mese di settembre, segnala un tasso di disoccupazione pari all’11,1% delle forze di lavoro. Un miglioramento rispetto a dodici mesi prima, quando tale parametro si attestava all’11,8%. In valori assoluti, si è passati da 3.045.000 persone in cerca di lavoro alla fine del terzo trimestre del 2016, a 2.891.000 disoccupati nella stessa data del 2017.

di Antonino Iero

Tuttavia, se inquadriamo la questione nel contesto più generale e confrontiamo la posizione dell’Italia con la media dell’area euro e con le altre tre grandi economie dell’Unione Monetaria, emerge come il nostro Paese resti pur sempre, subito dopo la Spagna, quello con il più elevato tasso di disoccupazione.

Disoccupazione Europa1

Come già argomentato su Economia e Politica, occorre anche considerare la metodologia di rilevazione dei numeri esposti nel grafico precedente. Sono classificate come occupate le persone, di età superiore ai 15 anni, le quali, nel corso della settimana di riferimento, abbiano lavorato almeno un’ora. Può sembrare curioso, ma tale è la definizione assunta a livello internazionale. Di conseguenza, per essere classificati tra i disoccupati, occorre rispettare tutte le seguenti quattro condizioni:

  1. avere un’età compresa tra i 15 e i 74 anni;
  2. non essere occupati secondo la definizione prima specificata;
  3. essere disponibili ad accettare un’offerta di lavoro nell’arco delle prossime due settimane;
  4. aver attivamente cercato un’occupazione nelle quattro settimane precedenti quella di riferimento.

Sorge il dubbio che la struttura della rilevazione, soprattutto nel nuovo ambiente creatosi dopo la doppia recessione cui sono state soggette le economi europee, tenda a sottostimare l’effettiva diffusione della disoccupazione. D’altra parte, la condizione di sofferenza in cui si trovano le classi disagiate in Italia appare confermata da diversi indicatori, non ultimo dei quali la ripresa di apprezzabili flussi migratori verso l’estero: le iscrizioni all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, registrate nel 2016 per solo espatrio, sono aumentate del 15,4% rispetto all’anno precedente, un incremento che ha interessato tutte le regioni ad esclusione del Friuli Venezia Giulia (nel 2016 si sono iscritte all’Aire per espatrio oltre 124 mila persone, ossia, in rapporto alla popolazione italiana, 2 ogni mille abitanti).

Che vi sia qualcosa di non convincente nei dati sulla disoccupazione è ormai così evidente che la stessa Banca Centrale Europea ha ritenuto opportuno affrontare la questione con un’analisi ad hoc[1] condotta sui dati del quarto trimestre del 2016. Nel ricalcolare una misura più efficace per rilevare la stagnazione del mercato del lavoro nei Paesi europei, la BCE ha preso in considerazione, oltre ai disoccupati normalmente rilevati dalle indagini, anche altre due categorie di persone: chi è senza lavoro, anche se non rispetta i requisiti 3 e 4 della definizione di disoccupato (disoccupati scoraggiati[2], in precedenza classificati tra la popolazione inattiva), e chi è occupato part time, ma desidererebbe lavorare più ore di quelle attualmente assegnategli[3] (part time sottoccupati, persone incluse tra gli occupati). Le conclusioni cui è giunto l’istituto di Francoforte sono piuttosto significative: all’interno dell’area euro, l’incidenza della disoccupazione e della sottoccupazione si attesta al 18% della forza lavoro, ossia circa il doppio di quanto rilevato sulla base degli indicatori ordinari. Nello stesso studio si afferma che tuttora il mercato del lavoro europeo offre, con l’importante eccezione della Germania, poche opportunità ai lavoratori.

2. Come è noto, da diversi mesi sulla stampa si sottolinea il miglioramento della congiuntura economica sia in Europa, che in Italia. Pertanto può essere opportuno verificare se tale miglioramento abbia manifestato effetti significativi anche nel mercato del lavoro. Ho deciso di seguire la metodologia applicata dalla BCE sui dati più recenti disponibili (secondo trimestre del 2017) per alcuni tra i principali Paesi europei, indipendentemente dalla loro appartenenza all’Unione Europea o dal fatto che abbiano adottato l’euro o che utilizzino ancora la loro moneta nazionale. E quindi ho aggiunto al numero dei disoccupati ordinari i lavoratori part time sottoccupati, le persone inattive che hanno cercato lavoro anche se non sono immediatamente disponibili a cominciare l’attività e le persone prive di lavoro disponibili ad accettare un’occupazione ma che non hanno svolto attività di ricerca di un’occupazione[4]. Le ultime due categorie sono definite “forza di lavoro potenziale addizionale” poiché, pur ricadendo, secondo i criteri dell’ILO[5], all’interno della definizione di popolazione inattiva, evidenziano una certa disponibilità a partecipare al mercato del lavoro che non si concretizza per ragioni in buona parte indipendenti dalla loro volontà. Naturalmente, ho provveduto a modificare il denominatore del rapporto, aggiungendo alle forze di lavoro (secondo la definizione ILO) anche la forza lavoro potenziale addizionale.

I risultati, relativi al secondo trimestre del 2017, sono rappresentati nel grafico che segue.

Disoccupazione Europa2

È opportuna qualche veloce (e superficiale) osservazione. Non stupisce trovare ai vertici di tale poco edificante graduatoria la Grecia e la Spagna, Paesi direttamente colpiti dalla crisi debitoria. La terza posizione dell’Italia rende bene il quadro drammatico in cui vivono gli italiani e dovrebbe fare piazza pulita di tante chiacchiere dei nostri governanti. La sorpresa (relativa) è trovare al quarto e quinto posto rispettivamente Finlandia e Francia: anche i ricchi piangono? In realtà, la Finlandia, in coincidenza con l’entrata in vigore della moneta unica europea, è progressivamente scivolata verso una posizione netta verso l’estero negativa (ossia ha cominciato ad esportare meno di quanto importi) e questo freno alla sua dinamica economica si è riflesso in un aumento della disoccupazione; anche la Francia da tempo soffre problemi di competitività delle sue industrie (con l’eccezione di quella degli armamenti). La presenza della Germania tra i Paesi con minore disoccupazione non stupisce. Vale la pena, però, di notare come anche Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca mostrino, nel complesso, tassi di disoccupazione totale non dissimili da quelli tedeschi: assieme alla Slovacchia, appartengono al cosiddetto gruppo di Visegrad, i cui governi, sostenuti per lo più da maggioranze di destra con orientamento nazionalista, esprimono politiche di relativo protezionismo del proprio mercato interno, in aperto contrasto con l’apertura totale ai flussi economici, finanziari e migratori sostenuta dalle istituzioni dell’Unione Europea.

Un ulteriore aspetto da considerare è la composizione della disoccupazione totale in funzione delle quattro categorie specificate in precedenza. Per semplificare la lettura (e anche per renderla più significativa), si sono raffrontate le dinamiche delle quattro principali economie della cosiddetta Eurozona: Germania, Francia, Italia e Spagna. A queste si è affiancato il valore medio calcolato per l’Eurozona. Con riferimento al secondo trimestre del 2017, fatto 100 i disoccupati totali, si hanno le articolazioni presentate nei grafici che seguono:

Disoccupazione Europa3

Come si vede, la situazione è diversa da Paese a Paese, sicché la media dell’Eurozona appare poco rappresentativa, anche se emerge qualche somiglianza con la composizione della Francia. Colpisce immediatamente, con riferimento all’Italia, il rilevante peso delle persone disponibili a lavorare ma che non cercano attivamente occupazione e che, caso unico tra quelli esaminati, sopravanza anche quello dei disoccupati (propriamente detti) e fornisce l’immagine di un mercato del lavoro pietrificato dalla modesta prospettiva di trovare effettivamente un’occupazione. Non vi è alcun riscontro di tale drammatica condizione negli altri Paesi, dove il peso di questa categoria non supera il 13% dei disoccupati totali. La Germania evidenzia una forte incidenza dei part time sottoccupati, probabilmente un riflesso della diffusione dei cosiddetti mini-job. Più vicine appaiono le posizioni di Francia e Spagna, con quest’ultima più colpita dalla vera e propria disoccupazione, mentre la Francia presenta un maggior peso dei part time sottoccupati.

3. Infine, pare opportuno delineare l’evoluzione registrata negli ultimi anni dalle quattro componenti della disoccupazione totale. I dati messi a disposizione da Eurostat partono dal primo trimestre del 2008, quindi permettono di cogliere l’evoluzione avvenuta nel mercato del lavoro in coincidenza con lo scoppio della crisi dei mutui subprime negli USA e la conseguente recessione del 2009. Appare non trascurabile anche l’impatto della cosiddetta crisi del debito sovrano europeo, manifestatasi a partire dal 2010 con la scoperta del buco di bilancio della Grecia.

Disoccupazione Europa4

La Germania si presenta come l’unico Paese in cui l’attuale tasso di disoccupazione è minore di quello antecedente la crisi. L’economia tedesca, al contrario delle altre, è stata in grado di riassorbire tutte le quattro componenti della disoccupazione totale. Nel primo trimestre del 2008 il tasso di disoccupazione totale tedesco era pari al 17,2%. Alla fine del periodo esaminato (secondo trimestre del 2017) tale parametro è sceso al 9,2%.

La Francia[6] ha sperimentato, nell’arco di tempo esaminato, un incremento del tasso di disoccupazione totale dal 14,0% al 17,3%. La maggior parte della crescita è avvenuta a livello di disoccupazione ordinaria (passata dal 7,0% al 9,8%).

In Italia, il tasso di disoccupazione totale è salito dal 17,9% del primo trimestre del 2008 al 23,1% del secondo trimestre del 2017. È aumentata la disoccupazione (da 6,4% a 9,8%), ma rimane preminente il peso delle persone disponibili a lavorare ma non attive nella ricerca di un’occupazione (da 9,4% a 10,3%).

Anche la Spagna ha registrato un peggioramento del tasso di disoccupazione totale, passato da 16,6% a 26,8%. Qui è stata la disoccupazione ad aumentare di oltre sette punti percentuali (da 9,2% a 16,5%) dopo aver toccato il massimo di 25,5% nel primo trimestre del 2013. Sono cresciuti anche i part time sottoccupati (da 3,3% a 5,9%), mentre per le altre categorie si sono rilevati incrementi marginali.

In conclusione, da questa breve analisi preliminare si ricava l’impressione di un mercato del lavoro europeo che, pur con le sue specificità nazionali, appare ancora in sofferenza. Sembra difficilmente contestabile la necessità di avviare politiche pubbliche volte a sostenere l’occupazione. Tra queste, non è di secondaria importanza il ripristino di normative destinate a limitare i perversi effetti della legge della domanda e dell’offerta all’interno del mercato del lavoro, in considerazione della particolare natura della merce “forza-lavoro”. Tra le maggiori economie, fa eccezione a questo quadro negativo la Germania, con indici che lasciano intendere come tale Paese sia prossimo alla piena occupazione, ma ci sono anche altri Paesi di dimensioni minori (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria) che evidenziano condizioni occupazionali migliori degli altri Stati appartenenti all’Unione Europea. Come che sia, la difformità delle situazioni nazionali è un’ulteriore conferma del mancato processo di convergenza economica, tanto più grave laddove riguardi nazioni che hanno adottato la stessa moneta.

[1] BCE, Assessing labour market slack, Economic Bulletin 3/2017.

[2] Il termine “disoccupato scoraggiato” si applica più propriamente alle persone che, essendo privi di un lavoro, non rispettano il punto 4 dell’elenco sopra. Qui, per comodità di lettura, si estende tale appellativo anche a coloro che non rispettano il punto 3.

[3] Si tratta di informazioni rilevate nelle indagini trimestrali condotte per misurare l’occupazione e la disoccupazione.

[4] Tale informazioni sono contenute nelle tavole [lfsq_pganws] e [lfsq_sup_age] pubblicate sul sito di Eurostat (http://ec.europa.eu/eurostat ).

[5] International Labour Organization.

[6] I dati francesi relativi ai quattro trimestri del 2013 non sono disponibili negli archivi di Eurostat.

 

Fonte: http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/lavoro-e-sindacato/disoccupazione-in-europa-una-misura-piu-completa/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Wed, 28 Feb 2018 12:35:29 +0000
Il controcontatore http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3139-il-controcontatore http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3139-il-controcontatore

di Il Pedante

In questi giorni i viaggiatori di alcune grandi stazioni ferroviarie italiane, già ridotte a Sodoma pubblicitarie e suk in franchising, sono accolti da un contatore su maxi-schermo che li aggiorna «in tempo reale» sull'incremento del debito pubblico italiano. L'idea è dell'Istituto Bruno Leoni, già autore di un widget sul tema.

Il senso di angoscia che questa inesorabile caduta nel gorgo dell'indebitamento genera in coloro che, tra l'obliterazione di un biglietto e un caffè, si scoprono vieppiù schiacciati dal «macigno» dei soldi dovuti, si spiega solo omettendo ciò che nei maxi-schermi non è spiegato. Cioè, che ad esempio:

  1. il'Italia si indebita perché è obbligata a farlo. Diversamente da quanto accade nei Paesi che hanno una banca centrale di Stato (quasi tutti), il Trattato di Maastricht (artt. 7 e 21.1) non prevede altri strumenti per immettere liquidità nell'economia pubblica;
  2. spende regolarmente meno di ciò che incassa (saldo primario positivo), sicché si indebita solo per pagare i debiti non potendoli onorare in altro modo (vedi punto precedente);
  3. ha il debito pubblico più sostenibile d'Europa;
  4. il debito pubblico italiano è un credito, cioè ricchezza, per due terzi in mano a imprese e cittadini italiani.

I numerini che dovrebbero ossessionare pendolari e capitreno non sono quindi altro che la conferma sintetica e pacchiana di un sistema di finanza pubblica disfunzionale. E del fatto che, nonostante quel sistema e nonostante gli appelli di chi indica la «virtù» nella serenità degli speculatori di borsa, il nostro Paese si sforza ancora di mantenere livelli di spesa compatibili con la propria civiltà. A ciascuno scatto del contatore dell'Istituo Bruno Leoni corrisponde infatti un mancato «taglio» a cure mediche, scuole, forze dell'ordine, strade, ricerca e altri servizi pubblici già drammaticamente sottofinanziati.

Ogni aumento del contatore leonino, ferme restando le attuali norme di finanza pubblica, è quindi un'ottima notizia.

***

Ma siccome i populismi sono contagiosi, anche noi abbiamo voluto cimentarci nel giuoco del contatore. Qui proponiamo una prima versione relativa ai versamenti dello Stato italiano all'Unione Europea al netto dei contributi ricevuti. Contrariamente ai dati leonini, trattasi di soldi effettivamente sottratti al circuito economico nazionale per alimentare un apparato e un progetto politico che ad oggi ci ha restituito solo vincoli, sanzioni e schiaffi morali, oltreché un assetto monetario distruttivo per le nostre produzioni.

Per includere il contatore nei propri siti o blog:

http://ilpedante.org/app/counter_ue" scrolling="no">
 

L'indirizzo dell'iframe può includere due parametri opzionali:

Parametro Valori ammessi Default
size (dimensioni del contatore) xs
sm
md
lg
sm
separators (puntini separatori delle migliaia) true
false
true

Ad esempio, un contatore extra small senza separatori delle migliaia:

http://ilpedante.org/app/counter_ue?size=xs&separators=false

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Mon, 19 Feb 2018 15:25:40 +0000
Obsolescenza programmata: l’Italia maglia nera, l’esempio della Francia http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3113-obsolescenza-programmata-l-italia-maglia-nera-l-esempio-della-francia http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3113-obsolescenza-programmata-l-italia-maglia-nera-l-esempio-della-francia

Obsolescenza2018L’accusa della Francia nei confronti di Apple accende un grosso riflettore su un tema che da anni innervosisce i consumatori: l’obsolescenza programmata degli elettrodomestici. Su questo argomento, l’Italia è indietro rispetto a tanti altri paesi europei, che invece hanno già una legislazione ad hoc. A dare una scossa è stata sicuramente la Francia che a partire dal 2014 ha approvato una legge anti-furbetti dell’obsolescenza programmatica, diventata reato, che prevede una pena massima di due anni di reclusione per l’amministratore delegato dell’azienda responsabile dell’alterazione della durata dei prodotti da mettere in vendita.

di Lorenzo Misuraca

 

In Finlandia garanzia senza limite

In Svezia la durata della garanzia legale di conformità è stata estesa a tre anni indipendentemente dal tipo di prodotto, mentre in Inghilterra e Irlanda il consumatore può agire legalmente contro inadepimento del contratto fino a sei anni dopo l’acquisto. In Finlandia, addirittura, non esiste un termine preciso riguardo la garanzia, ma va valutato in base alla ragionevole aspettativa di vita per il tipo di merce in questione. Avere due anni minimo di tempo entro cui sfruttare la garanzia non è però l’unica cosa di cui il consumatore debba tener conto. La Direttiva 1999/44 della Comunità europea stabilisce l’obbligo per il consumatore di denunciare il difetto o la non conformità del bene al venditore entro due mesi dalla scoperta, anche se su questa scadenza solo in 12 stati, tra cui l’Italia, la disposizione è stata recepita. Anche in questo caso, ci sono paesi che interpretano la norma in maniera più favorevole al consumatore: in Francia e in Germania, ad esempio, non è stabilito un termine entro cui denunciare il difetto ma solo il generale termine di prescrizione di due anni.

L’onore della prova

C’è poi il capitolo dell’onere della prova: in Italia solo per i primi 6 mesi dall’acquisto si dà per assodato che il difetto sia responsabilità del produttore, mentre dopo tocca al consumatore che richiede l’intervento in garanzia dimostrare che il malfunzionamento non dipenda dal cattivo utilizzo dell’elettrodomestico. In Portogallo e in Francia, invece, per tutti i due anni di garanzia, spetta al produttore dimostrare la sua assenza di responsabilità, se non vuole procedere alla riparazione. A tal proposito, in Spagna e in Ungheria il periodo di garanzia è sospeso in caso di riparazione e ricomincia a decorrere quando il bene riparato viene riconsegnato al consumatore, e addirittura riparte da zero se il bene è sostituito. Per chi volesse confrontare le norme nel dettaglio, ad esempio dopo l’acquisto di un elettrodomestico all’estero, può consultare la guida “La garanzia legale in Europa” a cura del Centro europeo consumatori Italia, che è il punto di contatto nazionale della rete ECCNet voluta dalla Commissione europea negli Stati membri, andando sul sito ecc-netitalia.it.

La voce del parlamento Ue

Nel luglio del 2017, il Parlamento europeo aveva votato una risoluzione con la quale invitava la Commissione Juncker ha intraprendere iniziative concrete per contrastare il fenomeno della cosiddetta obsolescenza programmatica, ovvero la “vita a scadenza” – senza la possibilità in molti casi di riparazione – di smartphone, tablet, tv, computer, elettrodomestici e software. Tra le richieste, l’introduzione di un “criterio di resistenza minima” per ciascuna categoria di prodotti fin dalla fase di progettazione, l’estensione della garanzia qualora la riparazione durasse più di un mese.

Italia fanalino di coda

Nel nostro paese, nulla sembra essersi mosso. L’unico timido passo è stato fatto con l’approvazione in Commissione Attività produttive della Camera di una risoluzione proposta dal Movimenti 5 Stelle, a firma del deputato Davide Crippa, lo scorso novembre che puntava al diritto del consumatore a conoscere la durata dei prodotti e dei servizi, stabilendo obblighi generali di informazione sui prodotti e sui servizi, incluso quello relativo alla durata. Purtroppo, la fine della legislatura ha lasciato questa risoluzione lettera morta.

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/01/10/obsolescenza-programmata-litalia-maglia-nera-lesempio-della-francia/30144/?utm_content=buffercfd8e&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 12 Jan 2018 14:28:59 +0000
I sindaci della Val di Susa scrivono al governo francese http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3108-i-sindaci-della-val-di-susa-scrivono-al-governo-francese http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3108-i-sindaci-della-val-di-susa-scrivono-al-governo-francese

Quest'opera non s'ha da fare: è in sintesi il messaggio che la Val di Susa manda al governo francese con un documento articolato inviato nei giorni scorsi.«Anche perché, se la Francia dichiarerà di volerla realizzare, la maggioranza dei costi li pagherà l'Italia...» aggiungono dal Piemonte.

TAV Sindaci

La Francia svelerà presto il futuro della Lione-Torino. A questo fine la Ministra francese dei Trasporti Elisabeth Borne ha affidato al Conseil d'Orientation des Infrastructures - COI, presieduto da Philippe Duron il compito di “definire entro la fine di gennaio 2018 una strategia sostenibile e una programmazione delle azioni da realizzare nel prossimo decennio”. Questa programmazione indicherà, tra gli altri progetti, il futuro della linea.
In questo contesto il Presidente dell'Unione Montana Valle Susa Sandro Plano ha inviato alcuni giorni fa un articolato documento a Philippe Duron che conferma che "questo progetto avrebbe un impatto fortemente negativo sulla Valle Susa e sul bilancio dello Stato italiano".
Questo atto si è reso necessario «in quanto il COI non ha consultato ufficialmente alcun soggetto italiano favorevole o contrario al progetto Torino-Lione - spiegano dalla Valle Susa - Tra gli altri è stato ascoltato il Presidente di TELT, società mista franco-italiana, che però non ha titolo ad esprimere un parere franco e disinteressato sull’opportunità di realizzare questo progetto, dato che la sua missione è unicamente quella di portare avanti tutti gli atti indicati nelle istruzioni che le sono comunicate dai Governi italiano e francese, come precisato nel suo Statuto di TELT».
La decisione dell’Unione Montana della Valle Susa di scrivere direttamente al Governo francese è «un atto politico che rafforza l’unità dell’opposizione alla Torino-Lione».
La lettera rende note «al Conseil d’orientation des infrastructures alcune valutazioni economiche e trasportistiche che consigliano di non procedere alla realizzazione del progetto Lyon-Turin, confermate dal gruppo di esperti altamente qualificati che integrano la Commissione tecnica dei Comuni della Valle Susa e di Torino».
Il Presidente Plano ricorda che: «Nel primo accordo di Torino 29 gennaio 2001 Francia e Italia avevano saggiamente deciso che il progetto avrebbe dovuto essere realizzato alla saturazione della linea esistente: oggi questa linea, completamente ammodernata è utilizzata al 15%. Allo stato delle conoscenze, la prevedibilità della sua saturazione è impossibile da valutare. Siamo dunque ben lontani dalla necessità di dover iniziare lo scavo del tunnel abbandonando il tunnel esistente.”
La Pausa può dunque continuare ancora per molti anni nel rispetto di questa decisione anche perché, al momento attuale, né la Francia né l’Italia sono in grado di rispettare la fondamentale clausola dell’Accordo del 2012 (art. 16) che impone ai due Stati “di mettere a disposizione del progetto tutti i fondi nazionali necessari alla sua completa esecuzione prima di iniziare lo scavo del tunnel”».
Il Presidente Plano ha inoltre richiesto che "una nuova analisi socio-economica europea sia realizzata per confermare l’inutilità della nuova relazione ferroviaria".
Nel documento si afferma inoltre che: “Le nostre analisi indicano che i costi di gestione del nuovo tunnel saranno moto elevati e prevediamo che, a causa della concorrenza dei tunnel di base realizzati dalla Svizzera, il gestore TELT dovrà ricevere delle importanti sovvenzioni dall’Italia e dalla Francia per evitare il fallimento”.
Circa i costi del tunnel, sono in gran parte a carico del bilancio italiano. «L'Accordo di Roma del 30 gennaio 2012 (art.18) ha infatti previsto l’iniqua ripartizione del costo, per ora previsto in 8,6 miliardi di euro: al netto del contributo europeo del 40%, le quote nazionali italiana e francese ammontano a 5,16 miliardi» aggiungono dalla Valle Susa.
L’Italia dovrebbe pagare ben il 58% di questa fattura. E, data la prevalente collocazione del tunnel nel territorio francese (45 km in Francia contro i 12 km in Italia), ogni chilometro italiano del tunnel costerebbe 245 milioni di euro, mentre ogni chilometro francese solo 48 milioni.
Il Presidente Plano ha affermato che "gli accordi sono modificabili alla luce di nuove e più approfondite valutazioni economiche e stime dettagliate dei traffici" e ha auspicato che "la riflessione del Conseil d’orientation des infrastructures non si basi unicamente sulle pregresse decisioni contenute negli accordi internazionali tra Francia e Italia".
Nel documento viene ricordato al Presidente Duron che l’opposizione dei cittadini italiani a questo faraonico progetto è iniziata nel 1989 e prosegue senza sosta nonostante il dispiegamento da parte dello Stato italiano di un dispositivo di controllo militare del territorio mai visto nella storia italiana dal dopo guerra ad oggi. L’opposizione alla Torino-Lione è politicamente sostenuta dalle amministrazioni della maggioranza dei Comuni della Valle Susa e della Città di Torino, non ostante quanto affermato dai media, dal Presidente dell’Osservatorio tecnico e dal Commissario straordinario del Governo italiano.
In conclusione il Presidente Plano informa il Governo francese che l’Italia ha unilateralmente modificato l’Accordo del 2012 (art. 4), che stabiliva che il progetto dovrebbe essere realizzato in fasi funzionali, introducendo nella legge di ratifica di questo accordo il principio dei “lotti costruttivi” che permetterà all’Italia di non dovere assicurare il finanziamento integrale del progetto attraverso una legge pluriennale, rendendo così indeterminata la data di completamento dei lavori (si vede in questa decisione la ripetizione della Salerno Reggio Calabria).

Ecco il testo inviato a Duron.

Bussoleno, 4 gennaio 2018
Egregio Signor Philippe DURON
Presidente del Conseil d’Orientation des Infrastructures
Ministère de la transition écologique et solidaire
244 Boulevard Saint-Germain
75007 PARIS
Oggetto: Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione: parte comune franco-italiana
Egregio Presidente,
L’Unione Montana Valle Susa (Italia)[1] è l’associazione dei Comuni della Bassa Valle Susa, un territorio che inizia a circa 15 chilometri da Torino e confina ad ovest con la Francia.
L’Unione Montana Valle Susa ha preso atto e apprezza il buon senso della decisione del Governo francese di “fare una pausa” sul progetto ferroviario Torino-Lione e in particolare sul nuovo tunnel transfrontaliero. Consideriamo che questo progetto avrebbe un impatto fortemente negativo sulla Valle Susa e sul bilancio dello Stato italiano.
Il Conseil d’Orientation des Infrastructures, del quale Lei è Presidente, consegnerà alla fine di gennaio 2018 il risultato della sua riflessione e delle sue proposte per una pianificazione degli investimenti francesi in materia di trasporti e in particolare le su raccomandazioni sul progetto Torino-Lione per la sezione transfrontaliera e gli “accessi” della parte francese.
A tale scopo, le Conseil d’Orientation des Infrastructures ha svolto l’audizione di oltre cinquanta persone e organizzazioni francesi. Data la natura internazionale di questo collegamento, queste proposte avranno conseguenze dirette per la parte italiana del progetto.
Desideriamo contribuire alla riflessione in corso e portare alla vostra attenzione alcuni elementi di analisi.
Auspichiamo che la riflessione del Conseil d’orientation des infrastructures non si basi unicamente sulle pregresse decisioni contenute negli accordi internazionali tra Francia e Italia.
Crediamo che gli accordi siano modificabili alla luce di nuove e più approfondite valutazioni economiche e stime dettagliate dei traffici.
Avete audito[2] il Presidente di TELT, Promotore Pubblico responsabile della realizzazione e della gestione della sezione transfrontaliera della futura linea ferroviaria merci e passeggeri Torino-Lione. Crediamo che TELT non abbia titolo ad esprimere un parere franco e disinteressato sull’opportunità di realizzare questo progetto. In effetti la sua missione è unicamente quella di portare avanti tutti gli atti indicati nelle istruzioni che le sono comunicate dai Governi italiano e francese, ai sensi dell’articolo 2 dello Statuto di TELT.[3]
L’opposizione dei cittadini e degli eletti
L’opposizione dei cittadini italiani a questo faraonico progetto è iniziata nel 1989 e da allora prosegue senza sosta, nonostante il dispiegamento da parte dello Stato italiano di un dispositivo di controllo militare del territorio mai visto nella storia italiana dal dopo guerra ad oggi.
L’opposizione alla Torino-Lione è politicamente sostenuta dalle amministrazioni della maggioranza dei Comuni della Valle Susa e della Città di Torino, non ostante quanto affermato dai media e dal Presidente dell’Osservatorio tecnico e Commissario straordinario del Governo italiano.
Contrariamente a quanto asserito dalla Commissione europea, dai media, dai rappresentanti della Commissione Intergovernativa franco italiana, dalla Transalpine, Presidente dell’Osservatorio tecnico, dal Commissario governativo italiano e da TELT, l’opposizione pacifica e non violenta dei cittadini e dei loro eletti è stata in questi anni tanto efficace da ritardare le attività di LTF/TELT al punto che solo gli studi e i lavori di carattere geognostico sono stati parzialmente terminate quest’anno a 17 anni dal primo Accordo di Torino.
Ricordiamo che le previsioni ufficiali fatte al momento della firma del primo accordo del 2001 affermavano che il tunnel sarebbe stato aperto al traffico ferroviario nel 2012.
La nostra valutazione
Da molti anni analizziamo questo progetto con professionalità e lo conosciamo in modo approfondito.
Abbiamo inoltre chiesto al gruppo di esperti altamente qualificati che compone la Commissione Tecnica [4] dei Comuni della Valle Susa e di Torino di validare la nostra opposizione con valutazioni economiche e trasportistiche.
Desideriamo di conseguenza rendere noti in modo sintetico al Conseil d’orientation des infrastructures alcuni elementi della nostra expertise che consigliano di non procedere alla realizzazione del progetto Lyon-Turin.
Inutilità del progetto
Per ciò che concerne l’ambiente, siamo convinti che la linea ferroviaria esistente ha la capacità di permettere da subito il riporto modale su questa direttrice così contribuendo alla riduzione dei gas ad effetto serra.
Il bilancio tra l’ipotetica diminuzione dei gas a effetto serra nell’esercizio della nuova linea ferroviaria e le emissioni dei cantieri per la sua costruzione è previsto nella migliore delle ipotesi molto oltre l’anno 2058.[5]
La linea esistente, totalmente rinnovata con un investimento di più di €400 milioni, ha una capacità di oltre 20 milioni di tonnellate ossia di più di sei volte la domanda di traffico attuale, mentre secondo l’Osservatorio Tecnico presso il Governo italiano la sua capacità può arrivare fino a 32 milioni di tonnellate.[6].
Il tempo di percorrenza tra Parigi e Milano può essere effettuato in 5 ore e 15’, utilizzando la linea esistente. Mentre il tempo di 4 ore presentato da TELT è calcolato da Parigi a Milano senza effettuare alcuna fermata.
Auspichiamo che una nuova analisi socio-economica europea sia realizzata per confermare l’inutilità della nuova relazione ferroviaria.
Circa la qualità del servizio e l’efficienza, il progetto non contribuisce alla riduzione della congestione dei nodi ferroviari, e i colli di bottiglia (circonvallazione di Lione, Chambéry e Torino) sono molto distanti dal tunnel transfrontaliero.
Le nostre analisi indicano che i costi di gestione del nuovo tunnel saranno moto elevati e prevediamo che, a causa della concorrenza dei tunnel di base realizzati dalla Svizzera, il gestore TELT dovrà ricevere delle importanti sovvenzioni dall’Italia e dalla Francia per evitare il fallimento, come è stato il caso dell’impresa incaricata di gestire il tunnel Figueras-Perpignan[7], di fronte ad un traffico insufficiente.
L’Unione Europea assegna la priorità dei suoi finanziamenti a progetti che hanno “un valore aggiunto europeo e vantaggi significativi per la società e non riceve un finanziamento adeguato dal mercato”.[8] [9]
Questi criteri sono assenti dal progetto di Torino Lione. Il nuovo tunnel sostituirà quello esistente, quindi non crea un collegamento mancante. Il collegamento non elimina i colli di bottiglia della circonvallazione settentrionale di Lione e di Torino e non aumenta l’interoperabilità ferroviaria già attiva sulla linea esistente.
L’Analisi Costi Benefici del progetto mostra un risultato molto debolmente positivo attraverso l’introduzione di elementi di costo fuorvianti (incidentalità dei mezzi pesanti) ed è stata realizzata prima dell’accordo per il primo finanziamento europeo quando avrebbe dovuto essere realizzata prima della domanda del finanziamento.
Inoltre si tratta di un’analisi non affidabile in quanto è stata eseguita da Oliviero Baccelli, docente non accademico della Bocconi, che è membro del Consiglio di Amministrazione di TELT e ha quindi un conflitto di interessi nello svolgimento di questa perizia.[10]
Il finanziamento europeo in corso scade nel 2019 ed è relativo ad una limitata porzione dei lavori sulla parte comune franco-italiana della sezione internazionale.
Gli impegni di Francia e Italia
Desideriamo ricordare alcuni degli impegni sottoscritti da Francia e Italia e una modifica unilaterale dell’Italia che non permettono la realizzabilità del progetto.
Nel primo accordo del 2001[11] Francia e Italia avevano saggiamente deciso che il progetto avrebbe dovuto essere realizzato alla saturazione della linea esistente: oggi questa linea, completamente ammodernata con un investimento italiano e francese di circa €400 milioni è utilizzata al 15%. Allo stato delle conoscenze, la prevedibilità della sua saturazione è impossibile da valutare. Siamo dunque ben lontani dalla necessità di dover iniziare lo scavo del tunnel abbandonando il tunnel esistente.
La Pausa può dunque continuare ancora per molti anni nel rispetto di questa decisione.
Con il secondo accordo del 2012[12] Francia e Italia, – vista i ritardi nella realizzazione dell’opera e al fine di rendere la sua esecuzione certa e celere, si erano accordate attraverso l’art. 16 di mettere a disposizione del progetto tutti i fondi nazionali necessari alla sua completa esecuzione prima di iniziare lo scavo del tunnel.
I finanziamenti francese e italiano per l’insieme dei lavori definitivi del tunnel non sono attualmente disponibili.
Allo stato, Francia e Italia non rispettano questa clausola fondamentale. In attesa della Legge sull’orientamento delle mobilità, TELT non dovrebbe essere autorizzata di impegnare i lavori definitivi sui cantieri in Francia e in Italia.
Allo stesso tempo Francia e Italia si sono impegnate a non richiedere all’Unione europea fondi supplementari oltre al costo certificato (art. 18 dell’acordo del 2012) e l’Unione europea non ha stanziato fondi per attività che dovessero essere realizzate oltre il 2019. Il finanziamento europeo presuppone che la Francia sia in grado di finanziare la sua parte.
Il progetto dovrebbe essere realizzato in diverse fasi funzionali, come dettagliatamente indicato nell’art. 4 dell’accordo del 2012[13]. Ma l’Italia ha modificato unilateralmente questa modalità di realizzazione dei lavori introducendo il concetto di lotti costruttivi nella Legge di Ratifica[14] dell’accordo del 2015[15], che permetterà all’Italia di non dovere assicurare il finanziamento integrale del progetto attraverso una legge pluriennale, rendendo così indeterminata la data di completamento dei lavori.
Augurandoci che il nostro contributo sia considerato nella vostra riflessione, vi preghiamo di accettare, Signor Presidente e egregi membri del Conseil d’orientation des infrastructures, l’espressione della nostra più alta considerazione.
ing. Sandro Plano
Presidente
Unione Montana Valle Susa
[1] http://www.unionemontanavallesusa.it/
[2] Hubert du Mesnil, Presidente di TELT, audito il 22 novembre 2017
[3] Statuto di TELT http://www.telt-sas.com/wp-content/uploads/2016/11/Statuts-TELT_010716.pdf
[4] Scienziati, professori universitari e tecnici che prestano la loro attività a titolo gratuito.
[5] Impatto ambien­tale della Nuova Linea Fer­ro­via­ria Torino-Lione M. Cle­rico, L. Giunti, L. Mercalli, M. Ponti, A. Tar­ta­glia, S. Ulgiati, M. Zuc­chetti (2014) http://www.notav.info/post/impatto-ambientale-della-nuova-linea-torino-lione-3/
[6] http://www.ambientevalsusa.it/PresentTartagliaTAV-01-12-07.pdf
http://presidenza.governo.it/osservatorio_torino_lione/quaderni/Quaderno1.pdf

[7] https://www.lesechos.fr/16/09/2016/LesEchos/22278-076-ECH_tgv—Perpignan–Figueras–une-ligne-en-faillite.htm#
[8] Art. 3 del Regolamento (UE) n. 1316/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013
[9] Art. 4 del Regolamento (UE) n. 1316/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013
[10] http://www.gruppoclas.com/it/news_dett.asp?cat=notiz&id=436
[11] Accordo di Torino 29.1.2001, it Articolo 1. Objet Les Gouvernements français et italien s’engagent par le présent accord à construire ou à faire construire les ouvrages de la partie commune franco-italienne, nécessaires à la réalisation d’une nouvelle liaison ferroviaire mixte marchandises-voyageurs entre Lyon et Turin et dont la mise en service devrait intervenir à la date de saturation des ouvrages existants.
[12] Accordo di Roma 30 gennaio 2012. Articolo 16 – Principes Le présent titre a pour but de préciser les modalités de financement entre les Parties des prestations réalisées pendant la construction des ouvrages définitifs de la partie commune franco-italienne. La disponibilité du financement sera un préalable au lancement des travaux des différentes phases de la partie commune franco-italienne de la section internationale. Les Parties solliciteront l’Union européenne pour obtenir une subvention au taux maximum possible pour ces réalisations.
[13] Accordo di Roma 30 gennaio 2012. Articolo 4 – La Partie commune franco-italienne de la nouvelle liaison ferroviaire Lyon-Turin est composée, suivant le plan figurant en annexe 1 au présent Accord (cette annexe faisant partie intégrante du présent Accord) : a) en France, d’une section de 33 kilomètres environ franchissant le massif de Belledonne et comprenant les tunnels à double tube de Belledonne et du Glandon ; b) d’un tunnel à double tube de 57 kilomètres environ entre Saint-Jean-de-Maurienne, en France, et Suse – Bussoleno, en Italie, creusé dans les Alpes, sur les territoires français et italien et incluant trois sites de sécurité à La Praz, Modane et Clarea ; c) d’une section à l’air libre d’environ 3 kilomètres en territoire italien à Suse ; d) d’un tunnel à double tube d’environ 19,5 kilomètres situé sur le territoire italien entre Suse et Chiusa San Michele ; e) en France et en Italie, des ouvrages de raccordement à la ligne historique ; f) ainsi que des ouvrages annexes (gares, installations électriques, etc.) nécessaires à l’exploitation ferroviaire et de ceux dont les Parties conviendraient ultérieurement qu’ils doivent être inclus dans cette partie commune franco-italienne. Ces ouvrages seront réalisés en plusieurs phases fonctionnelles.
[14] Legge 5 gennaio 2017 n. 1 (cfr. Art. 3) : Ratificazione dell’Accordo di Parigi 2015, Protocollo addizionale firmato a Venezia l’8 marzo 2016, Regolamento dei contratti adottato a Torino il 7 giugno 2016.
[15] Accordo di Parigi 24 febbraio 2015

 

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/i-sindaci-della-val-di-susa-scrivono-al-governo-francese

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Tue, 09 Jan 2018 10:17:03 +0000
Negli Stati Uniti non c’è più la net neutrality http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3094-negli-stati-uniti-non-c-e-piu-la-net-neutrality http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3094-negli-stati-uniti-non-c-e-piu-la-net-neutrality

Net neutralityNegli Stati Uniti è stato approvato un regolamento che di fatto mette fine alla “net neutrality” (“neutralità della rete”), il principio secondo cui i fornitori di accesso a Internet (Internet Service Provider, ISP) non possono favorire certi contenuti su altri, rendendo per esempio più rapido l’accesso a un sito di notizie o di video rispetto a un altro. Il regolamento è stato votato dalla Federal Communications Commission (FCC), l’agenzia governativa che si occupa di vigilare sulle comunicazioni, con 3 voti a favore dei Repubblicani e 2 contrari dei Democratici. Appena due anni fa l’agenzia era a maggioranza Democratica e aveva votato per rendere effettive regole che tutelassero il più possibile la net neutrality.

Il nuovo regolamento consente agli ISP statunitensi di fare praticamente tutto ciò che vogliono, per quanto riguarda la gestione del traffico online. Potranno quindi bloccare, rallentare o accelerare il passaggio di alcuni dati rispetto ad altri, senza particolari limitazioni. Avranno il solo obbligo di avvisare i loro clienti sulle disparità di trattamento che decideranno di attuare. I sostenitori delle nuove regole dicono che non era necessario regolamentare Internet come si era deciso di fare nel 2015, e sostengono che la rete fino ad allora non avesse problemi di alcun tipo per quanto riguarda la disparità di trattamento dei siti e dei servizi online. Il capo della FCC, Ajit Pai, ha sempre sostenuto che le regole fossero superflue e lavorava da inizio anno al piano per smontare la net neutrality, su indicazione dell’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump.

I sostenitori della net neutrality dicono invece che senza le regole in vigore fino a oggi, gli ISP potranno controllare il traffico online e condizionare i loro clienti privilegiando alcuni contenuti su altri. Il problema potrebbe essere particolarmente sentito negli Stati Uniti perché alcuni dei principali ISP sono anche produttori di contenuti, come nel caso del provider Comcast che controlla NBCUniversal. Comcast potrebbe per esempio decidere di favorire i servizi in streaming che hanno nei loro cataloghi serie tv e film di NBCUNiversal, rallentando l’accesso a servizi concorrenti come Netflix o PrimeVideo di Amazon.

Complici le recenti evoluzioni tecnologiche nella gestione delle reti e la grande differenziazione di servizi online, la net neutrality è diventata uno dei più importanti principi per garantire la libera circolazione delle informazioni online. L’accesso libero e paritario a qualsiasi contenuto è ritenuto essenziale non solo per tutelare i consumatori da un aumento dei prezzi (un ISP potrebbe per esempio far pagare di più l’accesso agli streaming, che consumano più banda), ma anche per garantire alle aziende del Web più piccole la possibilità di concorrere alla pari con quelle più grandi. In assenza di regole sulla net neutrality, aziende molto grandi potrebbero per esempio pagare gli ISP per ottenere trattamenti di favore dei loro dati, facendoli arrivare prima e meglio agli utenti rispetto ai servizi concorrenti. Net neutrality significa anche che un ISP non può bloccare l’accesso ai contenuti, salvo per motivi di sicurezza o decisioni dei governi, ma in assenza di regole chiare potrebbe avvenire il contrario con siti e applicazioni resi inaccessibili in modo arbitrario.

La riforma di Pai ha portato a grandi polemiche ed è criticata da tutte le principali associazioni per i consumatori e dai consorzi delle aziende del Web, come l’Internet Association che comprende Facebook e Google. L’associazione ha ricordato che le nuove regole non tengono in considerazione le effettive condizioni del mercato per l’accesso a Internet negli Stati Uniti. Se ci si allontana dalle grandi città, la scelta degli ISP è estremamente limitata e in molti casi è completamente senza alternative. Gli utenti si troveranno nella condizione di dover scegliere per forza un ISP anche se questo promette l’accesso privilegiato a contenuti cui non sono interessati. Si ritroveranno quindi con un piano di navigazione che funziona diversamente a seconda dei siti che visitano, mentre con le regole precedenti avevano la certezza di accedere ai contenuti allo stesso modo a prescindere dall’operatore e dalle scarse opzioni di scelta.

Jessica Rosenworcel, uno dei due membri Democratici della FCC, ha definito una “decisione affrettata” il voto di giovedì sulla net neutrality, che mette l’agenzia “dal lato sbagliato della storia, della legge e dell’interesse pubblico americano”. Rosenworcel ha detto che il nuovo regolamento: “Non è una buona cosa. Non lo è per i consumatori. Non lo è per le aziende. Non lo è per chiunque si colleghi e crei cose online”. L’altra commissaria Democratica, Mignon Clyburn, ha spiegato che ci potrebbero essere conseguenze soprattutto per alcuni gruppi di persone e per le minoranze, che potrebbero vedere rallentato l’accesso ai loro contenuti rispetto ad altri.

Prima di approvare le nuove regole, la FCC aveva avviato una grande consultazione pubblica, della quale Pai aveva detto che avrebbe tenuto conto. In pochi mesi l’agenzia ha ricevuto sul suo sito 22 milioni di commenti, ma alla fine della consultazione ha annunciato che almeno 7,5 milioni di questi erano spam. La FCC non ha ritenuto necessario condurre indagini per ricostruire la loro origine e nei fatti ha avuto un pretesto per ignorare buona parte dei restanti commenti. La gestione della consultazione è stata duramente criticata dai Democratici e da numerose organizzazioni che si occupano della tutela dei diritti, della libertà di stampa e della privacy online.

La decisione di giovedì è stata assunta dopo appena un’ora di dibattito, dove i cinque commissari hanno avuto la possibilità di leggere brevi dichiarazioni spiegando il motivo del loro voto. La FCC ora ha alcune settimane di tempo per definire gli ultimi dettagli del nuovo regolamento. Dopo la sua pubblicazione ufficiale, entrerà in vigore e le regole potranno essere sfruttate dagli ISP. Non ci saranno probabilmente cambiamenti repentini, anche perché i provider temono danni di immagine e stanno quindi procedendo cautamente, anche se hanno speso negli ultimi mesi centinaia di milioni di dollari per influenzare i politici sul tema.

Diverse organizzazioni hanno comunque annunciato di volere fare ricorso in tribunale, mettendo in discussione la validità del regolamento. Le iniziative legali saranno di vario tipo e diverse potrebbero partire dal modo in cui sono stati gestiti i commenti nel periodo di consultazione, molti dei quali erano per chiedere il mantenimento della net neutrality. Davanti ai giudici, la FCC dovrà dimostrare che dal 2015 a oggi sono cambiate cose a sufficienza per giustificare un cambiamento delle regole, approvate appena due anni fa. Azioni legali sono state annunciate anche da alcuni procuratori generali a livello statale, che cercheranno di smontare in tribunale le nuove regole. I tempi potrebbero però essere lunghi e l’esito stesso di queste iniziative non è prevedibile.

Con qualche difficoltà e contraddizione, negli ultimi anni l’Unione Europea si è dotata di un buon regolamento sulla net neutrality, stabilendo limiti e condizioni per gli ISP (sono previste deroghe per gli operatori mobili, considerata la natura diversa delle loro reti e la maggiore facilità con cui si saturano). Il timore di molte associazioni e osservatori è che un cambiamento così radicale negli Stati Uniti possa portare nel tempo a revisioni delle attuali regole anche in Europa. I meno scettici pensano invece che le vicende legali, che probabilmente interesseranno la FCC nel caso di una approvazione, e le proteste degli utenti faranno da buon deterrente per evitare l’esperienza statunitense.

Fonte: http://www.ilpost.it/2017/12/14/net-neutrality-abolita/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 15 Dec 2017 12:38:06 +0000
Ri-Generation: gli elettrodomestici che fanno bene http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3073-ri-generation-gli-elettrodomestici-che-fanno-bene http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3073-ri-generation-gli-elettrodomestici-che-fanno-bene

Cosa ci fanno insieme uno dei principali distributori europei di ricambi per elettrodomestici e il Servizio missionario giovani? Semplice: il primo negozio italiano di elettrodomestici ricondizionati in Italia!

di Paolo Cignini

Ri Generation

Ri-Generation è un progetto solido, reale ed un esempio perfetto di economia circolare applicata ad un settore, quello dei RAEE (Rifiuti di Apparecchi Elettrici Ed Elettronici), tra i più delicati da un punto di vista della gestione dei rifiuti e del loro impatto ambientale e umano.

Ri Generation1Ma come funziona? L'obiettivo di Ri-Generation è relativo ad un'attività di rigenerazione di lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e forni a suo tempo dismessi dai rispettivi proprietari, quindi diventati RAEE. Grazie a Ri-Generation e al lavoro di Astelav (uno dei principali distributori europei di ricambi per elettrodomestici) e del Sermig (Il Servizio Missionario Giovani nato nel 1964 da un'intuizione di Ernesto Olivero), questi elettrodomestici dopo essere stati rigenerati vengono venduti a condizioni molto vantaggiose: un esempio perfetto e concreto di economia circolare nel segno dell'uso, della riparazione e del riuso e della conseguente concezione di uno sviluppo socio-economico responsabile.

Il progetto ha sede a Torino, dove da gennaio 2017 sono attivi i laboratori dove operano gli addetti di Ri-generation: è qui che vengono testati i RAEE, comprati direttamente dai conferitori, e sostituiti i pezzi danneggiati per dare nuova vita agli elettrodomestici, che rientrano poi sul mercato. I due punti vendita e di ritiro degli elettrodomestici di Ri-Generation si trovano a Torino e a Vinovo, ma è possibile anche acquistare i vari pezzi sul sito internet di Ri-Generation e ricevere a casa la merce acquistata anche se si è lontani dal Piemonte.

Ri Generation2

Oltre all'economia circolare, un altro punto che caratterizza fortemente il progetto è l'obiettivo sociale ed è qui che entra in gioco il ruolo del Sermig, che fornisce la rete per impiegare persone con esperienza nel settore degli elettrodomestici ma che si trovano in difficoltà lavorative. Di cinque nuovi assunti nel progetto a giugno 2017, tre sono persone in età adulta che avevano perso il lavoro in seguito al fallimento dell'azienda presso cui lavoravano e due sono ragazzi giovani inseriti in un processo di formazione.

Ri Generation3

La speranza è che progetti di questo tipo, già diffusi fuori dai nostri confini nazionali, possano espandersi anche in altre città italiane: per quanto riguarda specificatamente i RAEE, nel 2015 in Italia ne sono stati trattati in modo appropriato circa 250.000 tonnellate con un aumento dell'8% rispetto all'anno precedente; questo dato però rappresenta solo il 40% del totale degli elettrodomestici realmente dismessi. Le restanti 350.000 tonnellate di RAEE sono gettate in discariche abusive o esportate illegalmente in paesi in via di sviluppo, sia come apparecchi funzionanti sia come fonte di componenti e materie prime di recupero. La possibilità concreta di poter creare nuove occasioni lavorative traendo ispirazione dalla Natura e dai suoi processi, nei quali materia ed energia vengono scambiati tra i diversi sistemi secondo tematiche a ciclo chiuso dove i rifiuti non esistono, è la speranza concreta affinché il ruolo del lavoro non sia più solo relegato e fine a se stesso, ma utile al miglioramento reale delle condizioni di vita dell'uomo e del Pianeta.

fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/rigeneration-elettrodomestici-che-fanno-bene/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 17 Nov 2017 12:34:51 +0000
India a un anno dalla lotta al cash fallita, demonetizzazione è stata un flop http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3061-india-a-un-anno-dalla-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-e-stata-un-flop http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3061-india-a-un-anno-dalla-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-e-stata-un-flop

Cashless IndiaLa lotta al contante in India è stata un flop, ma il governo Modi non ne ha risentito politicamente, restando ben saldo.

Un anno fa, il premier indiano Narendra Modi lanciava a circa 1,3 miliardi di suoi concittadini un annuncio scioccante: le due banconote dal taglio più alto di 500 e 1.000 rupie, allora circa 6,50 e 13 dollari rispettivamente, sarebbero diventate fuori corso dalla mezzanotte del giorno seguente e sarebbero state scambiate in banca, dove al di sopra di certe quantità esibite, ai detentori sarebbero state richieste informazioni sulla provenienza e in assenza di una adeguata giustificazione, sarebbe scattata la segnalazione al fisco. La misura fu realmente uno shock, se si considera che le banconote ritirate dalla circolazione erano ben 15.440 miliardi, pari all’86% del valore del contante totale esistente. 

di Giuseppe Timpone

L’obiettivo di Modi era di contrastare l’evasione fiscale e l’economia sommersa, partendo dalla premessa che le banconote dal taglio più elevato fungano da metodo di pagamento tra privati per aggirare il fisco o per traffici illeciti. Tuttavia, al termine dell’operazione colossale, che creò parecchi disagi e per più settimane del previsto, costringendo milioni di indiani a fare lunghe file in banca per scambiare le vecchie rupie con le nuove, non solo l’economia sommersa e gli evasori fiscali non sarebbero stati combattuti, ma la percentuale delle transazioni cash pare che sia rimasta inalterata pressappoco intorno al 95% del totale. Nonostante gli sforzi, quindi, solamente un pagamento su venti in India avverrebbe oggi con l’uso di carte di credito, bancomat o altri metodi tracciabili non in contante.

Lotta al cash in India è stata un flop

A conferma che si sarebbe trattato di un flop, vi è il dato assai negativo per il governo del 99% della restituzione in banca delle banconote oggetto della “demonetizzazione”. In sostanza, quasi tutta la moneta ritirata dalla circolazione è tornata indietro, segno che gli indiani non avrebbero faticato granché a nascondere al fisco le loro eventuali illiceità commesse. Anzi, pare che l’operazione del governo abbia creato un mercato nero delle rupie, grazie al quale i più facoltosi, non essendo in grado di giustificare in banca le banconote detenute in eccesso rispetto ai limiti fissati, le hanno cedute a sconto ad altri indiani, con questi ultimi a presentarsi in banca al posto loro.

Per impedire il riciclaggio, la polizia indiana ha fatto irruzione in diverse oreficerie, al fine di evitare che gli indiani scambiassero denaro contro oro. In realtà, le quotazioni del metallo sono risultate a premio rispetto a quelle internazionali nelle settimane successive all’annuncio, segno che la domanda interna sarebbe stata più alta del solito. E parecchio denaro sarebbe stato convogliato in fondi d’investimento, i quali lo hanno dirottato sui mercati finanziari. Insomma, Modi non è riuscito a cogliere i truffaldini con le mani nel sacco, perché questi hanno trovato il modo di portare altrove il loro denaro, “ripulendolo” senza grossi problemi, non da ultimo acquistando Bitcoin, le cui quotazioni sono decuplicate nell’ultimo anno. 

Tutto come prima? Non proprio. La crescita economica ha rallentato nel sub-continente asiatico e nel secondo trimestre di quest’anno risulta scesa al 5,7%, la più bassa dal 2014 e nettamente inferiore al +7,1% dello stesso periodo del 2016. La demonetizzazione, infatti, ha colpito le transazioni, impedendo a molti consumatori di effettuare acquisti nella fase di passaggio al nuovo sistema di emissione delle banconote. E nonostante sia stato mancato l’obiettivo del governo di centrare 25 miliardi di transazioni non in contanti in un anno, pur in presenza di una crescita più lenta, il governo si difende, sostenendo che l’iniziativa di un anno fa avrebbe abbassato a 12.500 miliardi le banconote di più alto valore detenute dagli indiani dai 18.000 altrimenti tendenziali. E il partito del premier, dei nazionalisti del BJP, è uscito vincitore dalle elezioni di marzo nello stato di Uttar Pradesh e anche per quelle in programma nel Gujarat, lo stato di Modi, sembra in vantaggio, beneficiando dell’immagine di un partito anti-corruzione e teso a redistribuire ricchezza, allargando la scarna platea dei contribuenti, visto che ad oggi solo il 5% delle famiglie indiane compila una dichiarazione dei redditi. Insomma, la lotta al cash è servita più sul piano della propaganda che non dei risultati reali.

fonte: https://www.investireoggi.it/economia/india-un-anno-della-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-stata-un-flop/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 10 Nov 2017 10:14:09 +0000
Lo scandalo dell’acciaio giapponese “farlocco” usato nelle auto di tutto il mondo http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3047-lo-scandalo-dell-acciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/3047-lo-scandalo-dell-acciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo

Scandalo acciaioPrima lo scandalo che ha portato al richiamo di milioni di auto, per gli airbag difettosi della Takata, ora quello dell’acciaio falsificato. Ancora una volta un caso tutto giapponese ma che ha pesanti riflessi sull’industria dell’auto in tutto il mondo. Protagonista la Kobe Steel, gigante della produzione e fornitore di 200 aziende mondiali e, nel settore automobilistico, di General MotorsFord, Honda, Mazda, Mitsubishi, Nissan, Subaru e Toyota.Il big dell’acciaio ha da poco rivelato che per almeno un anno ha spedito prodotti che non soddisfano effettivamente le specifiche di resistenza e durata concordate con i propri clienti.Una rivelazione choc, ma non del tutto inattesa dopo che lo scorso anno era emerso un caso analogo presso una sua controllata. Da quel momento sono stati scoperte decine di migliaia di tonnellate di prodotti in alluminio e rame, spediti tra il 1° settembre 2016 e il 31 agosto 2017 che “non rispettavano” i contratti di consumo, come ha ammesso la società.

di Riccardo Quintili

Dieci anni di falsificazione

E non si trattava di difetti sconosciuti alla Kobe. I lavoratori dell’azienda sapevano che alcuni dei metalli non erano in linea con le specifiche ma falsificavano i dati.
“I dati nelle certificazioni di ispezione erano stati scritti in modo improprio”, afferma la nota della società, un problema che si è rivelato “a seguito di controlli di auto-ispezione e di qualità di emergenza” dei prodotti in questione.
Una condotta “sistematica” che, secondo quanto riferisce Bloomberg, continuava da un decennio.

Di che si tratta

Quando i produttori ordinano un metallo di un certo spessore e di una determinata composizione, lo fanno perché deve assicurare proprietà specifiche ai veicoli che fabbrica. È evidente che se quello che riceve e utilizza non risponde ai requisiti che ha richiesto, le caratteristiche di sicurezza del veicolo ne risultano compromesse.

E a giudicare dalle commesse della Kobe, non il discorso, e l’allarme, non si limitano al settore delle quattro ruote, L’azienda giapponese, infatti, contribuisce anche alla fabbricazione di alcuni treni Hitachi, aerei Boeing e razzi utilizzati dall’agenzia spaziale del Giappone.

Cosa ci aspetta

“La verifica e l’ispezione fino ad oggi non hanno riconosciuto problemi specifici che suscitano dubbi sulla sicurezza dei prodotti non conformi”, ha dichiarato Kobe, che ha istituito un comitato per esaminare le questioni di qualità, guidato dall’amministratore della società Hiroya Kawasaki.
Ma Kawasaki e i suoi difficilmente eviteranno un’ondata di cause legali da parte dei suoi clienti e delle autority, sia in Giappone che negli Stati Uniti. Ed è facile ipotizzare che ci aspetti un’altra lunga sequela di richiami delle nostre auto da parte di tutte le case produttrici europee. Dopo il caso di Takata, quello della Kobe sembra segnare il tramonto dell’industria del Sol Levante.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/12/lo-scandalo-dellacciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo/26727/?utm_content=buffer58edb&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Sat, 14 Oct 2017 09:53:43 +0000