Economia http://coscienzeinrete.net Tue, 12 Dec 2017 00:45:51 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it Ri-Generation: gli elettrodomestici che fanno bene http://coscienzeinrete.net/economia/item/3073-ri-generation-gli-elettrodomestici-che-fanno-bene http://coscienzeinrete.net/economia/item/3073-ri-generation-gli-elettrodomestici-che-fanno-bene

Cosa ci fanno insieme uno dei principali distributori europei di ricambi per elettrodomestici e il Servizio missionario giovani? Semplice: il primo negozio italiano di elettrodomestici ricondizionati in Italia!

di Paolo Cignini

Ri Generation

Ri-Generation è un progetto solido, reale ed un esempio perfetto di economia circolare applicata ad un settore, quello dei RAEE (Rifiuti di Apparecchi Elettrici Ed Elettronici), tra i più delicati da un punto di vista della gestione dei rifiuti e del loro impatto ambientale e umano.

Ri Generation1Ma come funziona? L'obiettivo di Ri-Generation è relativo ad un'attività di rigenerazione di lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e forni a suo tempo dismessi dai rispettivi proprietari, quindi diventati RAEE. Grazie a Ri-Generation e al lavoro di Astelav (uno dei principali distributori europei di ricambi per elettrodomestici) e del Sermig (Il Servizio Missionario Giovani nato nel 1964 da un'intuizione di Ernesto Olivero), questi elettrodomestici dopo essere stati rigenerati vengono venduti a condizioni molto vantaggiose: un esempio perfetto e concreto di economia circolare nel segno dell'uso, della riparazione e del riuso e della conseguente concezione di uno sviluppo socio-economico responsabile.

Il progetto ha sede a Torino, dove da gennaio 2017 sono attivi i laboratori dove operano gli addetti di Ri-generation: è qui che vengono testati i RAEE, comprati direttamente dai conferitori, e sostituiti i pezzi danneggiati per dare nuova vita agli elettrodomestici, che rientrano poi sul mercato. I due punti vendita e di ritiro degli elettrodomestici di Ri-Generation si trovano a Torino e a Vinovo, ma è possibile anche acquistare i vari pezzi sul sito internet di Ri-Generation e ricevere a casa la merce acquistata anche se si è lontani dal Piemonte.

Ri Generation2

Oltre all'economia circolare, un altro punto che caratterizza fortemente il progetto è l'obiettivo sociale ed è qui che entra in gioco il ruolo del Sermig, che fornisce la rete per impiegare persone con esperienza nel settore degli elettrodomestici ma che si trovano in difficoltà lavorative. Di cinque nuovi assunti nel progetto a giugno 2017, tre sono persone in età adulta che avevano perso il lavoro in seguito al fallimento dell'azienda presso cui lavoravano e due sono ragazzi giovani inseriti in un processo di formazione.

Ri Generation3

La speranza è che progetti di questo tipo, già diffusi fuori dai nostri confini nazionali, possano espandersi anche in altre città italiane: per quanto riguarda specificatamente i RAEE, nel 2015 in Italia ne sono stati trattati in modo appropriato circa 250.000 tonnellate con un aumento dell'8% rispetto all'anno precedente; questo dato però rappresenta solo il 40% del totale degli elettrodomestici realmente dismessi. Le restanti 350.000 tonnellate di RAEE sono gettate in discariche abusive o esportate illegalmente in paesi in via di sviluppo, sia come apparecchi funzionanti sia come fonte di componenti e materie prime di recupero. La possibilità concreta di poter creare nuove occasioni lavorative traendo ispirazione dalla Natura e dai suoi processi, nei quali materia ed energia vengono scambiati tra i diversi sistemi secondo tematiche a ciclo chiuso dove i rifiuti non esistono, è la speranza concreta affinché il ruolo del lavoro non sia più solo relegato e fine a se stesso, ma utile al miglioramento reale delle condizioni di vita dell'uomo e del Pianeta.

fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/rigeneration-elettrodomestici-che-fanno-bene/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 17 Nov 2017 12:34:51 +0000
India a un anno dalla lotta al cash fallita, demonetizzazione è stata un flop http://coscienzeinrete.net/economia/item/3061-india-a-un-anno-dalla-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-e-stata-un-flop http://coscienzeinrete.net/economia/item/3061-india-a-un-anno-dalla-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-e-stata-un-flop

Cashless IndiaLa lotta al contante in India è stata un flop, ma il governo Modi non ne ha risentito politicamente, restando ben saldo.

Un anno fa, il premier indiano Narendra Modi lanciava a circa 1,3 miliardi di suoi concittadini un annuncio scioccante: le due banconote dal taglio più alto di 500 e 1.000 rupie, allora circa 6,50 e 13 dollari rispettivamente, sarebbero diventate fuori corso dalla mezzanotte del giorno seguente e sarebbero state scambiate in banca, dove al di sopra di certe quantità esibite, ai detentori sarebbero state richieste informazioni sulla provenienza e in assenza di una adeguata giustificazione, sarebbe scattata la segnalazione al fisco. La misura fu realmente uno shock, se si considera che le banconote ritirate dalla circolazione erano ben 15.440 miliardi, pari all’86% del valore del contante totale esistente. 

di Giuseppe Timpone

L’obiettivo di Modi era di contrastare l’evasione fiscale e l’economia sommersa, partendo dalla premessa che le banconote dal taglio più elevato fungano da metodo di pagamento tra privati per aggirare il fisco o per traffici illeciti. Tuttavia, al termine dell’operazione colossale, che creò parecchi disagi e per più settimane del previsto, costringendo milioni di indiani a fare lunghe file in banca per scambiare le vecchie rupie con le nuove, non solo l’economia sommersa e gli evasori fiscali non sarebbero stati combattuti, ma la percentuale delle transazioni cash pare che sia rimasta inalterata pressappoco intorno al 95% del totale. Nonostante gli sforzi, quindi, solamente un pagamento su venti in India avverrebbe oggi con l’uso di carte di credito, bancomat o altri metodi tracciabili non in contante.

Lotta al cash in India è stata un flop

A conferma che si sarebbe trattato di un flop, vi è il dato assai negativo per il governo del 99% della restituzione in banca delle banconote oggetto della “demonetizzazione”. In sostanza, quasi tutta la moneta ritirata dalla circolazione è tornata indietro, segno che gli indiani non avrebbero faticato granché a nascondere al fisco le loro eventuali illiceità commesse. Anzi, pare che l’operazione del governo abbia creato un mercato nero delle rupie, grazie al quale i più facoltosi, non essendo in grado di giustificare in banca le banconote detenute in eccesso rispetto ai limiti fissati, le hanno cedute a sconto ad altri indiani, con questi ultimi a presentarsi in banca al posto loro.

Per impedire il riciclaggio, la polizia indiana ha fatto irruzione in diverse oreficerie, al fine di evitare che gli indiani scambiassero denaro contro oro. In realtà, le quotazioni del metallo sono risultate a premio rispetto a quelle internazionali nelle settimane successive all’annuncio, segno che la domanda interna sarebbe stata più alta del solito. E parecchio denaro sarebbe stato convogliato in fondi d’investimento, i quali lo hanno dirottato sui mercati finanziari. Insomma, Modi non è riuscito a cogliere i truffaldini con le mani nel sacco, perché questi hanno trovato il modo di portare altrove il loro denaro, “ripulendolo” senza grossi problemi, non da ultimo acquistando Bitcoin, le cui quotazioni sono decuplicate nell’ultimo anno. 

Tutto come prima? Non proprio. La crescita economica ha rallentato nel sub-continente asiatico e nel secondo trimestre di quest’anno risulta scesa al 5,7%, la più bassa dal 2014 e nettamente inferiore al +7,1% dello stesso periodo del 2016. La demonetizzazione, infatti, ha colpito le transazioni, impedendo a molti consumatori di effettuare acquisti nella fase di passaggio al nuovo sistema di emissione delle banconote. E nonostante sia stato mancato l’obiettivo del governo di centrare 25 miliardi di transazioni non in contanti in un anno, pur in presenza di una crescita più lenta, il governo si difende, sostenendo che l’iniziativa di un anno fa avrebbe abbassato a 12.500 miliardi le banconote di più alto valore detenute dagli indiani dai 18.000 altrimenti tendenziali. E il partito del premier, dei nazionalisti del BJP, è uscito vincitore dalle elezioni di marzo nello stato di Uttar Pradesh e anche per quelle in programma nel Gujarat, lo stato di Modi, sembra in vantaggio, beneficiando dell’immagine di un partito anti-corruzione e teso a redistribuire ricchezza, allargando la scarna platea dei contribuenti, visto che ad oggi solo il 5% delle famiglie indiane compila una dichiarazione dei redditi. Insomma, la lotta al cash è servita più sul piano della propaganda che non dei risultati reali.

fonte: https://www.investireoggi.it/economia/india-un-anno-della-lotta-al-cash-fallita-demonetizzazione-stata-un-flop/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 10 Nov 2017 10:14:09 +0000
Lo scandalo dell’acciaio giapponese “farlocco” usato nelle auto di tutto il mondo http://coscienzeinrete.net/economia/item/3047-lo-scandalo-dell-acciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo http://coscienzeinrete.net/economia/item/3047-lo-scandalo-dell-acciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo

Scandalo acciaioPrima lo scandalo che ha portato al richiamo di milioni di auto, per gli airbag difettosi della Takata, ora quello dell’acciaio falsificato. Ancora una volta un caso tutto giapponese ma che ha pesanti riflessi sull’industria dell’auto in tutto il mondo. Protagonista la Kobe Steel, gigante della produzione e fornitore di 200 aziende mondiali e, nel settore automobilistico, di General MotorsFord, Honda, Mazda, Mitsubishi, Nissan, Subaru e Toyota.Il big dell’acciaio ha da poco rivelato che per almeno un anno ha spedito prodotti che non soddisfano effettivamente le specifiche di resistenza e durata concordate con i propri clienti.Una rivelazione choc, ma non del tutto inattesa dopo che lo scorso anno era emerso un caso analogo presso una sua controllata. Da quel momento sono stati scoperte decine di migliaia di tonnellate di prodotti in alluminio e rame, spediti tra il 1° settembre 2016 e il 31 agosto 2017 che “non rispettavano” i contratti di consumo, come ha ammesso la società.

di Riccardo Quintili

Dieci anni di falsificazione

E non si trattava di difetti sconosciuti alla Kobe. I lavoratori dell’azienda sapevano che alcuni dei metalli non erano in linea con le specifiche ma falsificavano i dati.
“I dati nelle certificazioni di ispezione erano stati scritti in modo improprio”, afferma la nota della società, un problema che si è rivelato “a seguito di controlli di auto-ispezione e di qualità di emergenza” dei prodotti in questione.
Una condotta “sistematica” che, secondo quanto riferisce Bloomberg, continuava da un decennio.

Di che si tratta

Quando i produttori ordinano un metallo di un certo spessore e di una determinata composizione, lo fanno perché deve assicurare proprietà specifiche ai veicoli che fabbrica. È evidente che se quello che riceve e utilizza non risponde ai requisiti che ha richiesto, le caratteristiche di sicurezza del veicolo ne risultano compromesse.

E a giudicare dalle commesse della Kobe, non il discorso, e l’allarme, non si limitano al settore delle quattro ruote, L’azienda giapponese, infatti, contribuisce anche alla fabbricazione di alcuni treni Hitachi, aerei Boeing e razzi utilizzati dall’agenzia spaziale del Giappone.

Cosa ci aspetta

“La verifica e l’ispezione fino ad oggi non hanno riconosciuto problemi specifici che suscitano dubbi sulla sicurezza dei prodotti non conformi”, ha dichiarato Kobe, che ha istituito un comitato per esaminare le questioni di qualità, guidato dall’amministratore della società Hiroya Kawasaki.
Ma Kawasaki e i suoi difficilmente eviteranno un’ondata di cause legali da parte dei suoi clienti e delle autority, sia in Giappone che negli Stati Uniti. Ed è facile ipotizzare che ci aspetti un’altra lunga sequela di richiami delle nostre auto da parte di tutte le case produttrici europee. Dopo il caso di Takata, quello della Kobe sembra segnare il tramonto dell’industria del Sol Levante.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/12/lo-scandalo-dellacciaio-giapponese-farlocco-usato-nelle-auto-di-tutto-il-mondo/26727/?utm_content=buffer58edb&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Sat, 14 Oct 2017 09:53:43 +0000
LA POLONIA RIDUCE L’ETA’ PENSIONABILE SFIDANDO LA UE http://coscienzeinrete.net/economia/item/3043-la-polonia-riduce-l-eta-pensionabile-sfidando-la-ue http://coscienzeinrete.net/economia/item/3043-la-polonia-riduce-l-eta-pensionabile-sfidando-la-ue

Zloty euroVi proponiamo quest’articolo di Voci dall’estero che potete leggere anche qui, sull situazione in Polonia, dove il governo, fuori dall’euro, riesce a fare un surplus di bilancio, abbassa le età pensionabili e fa crescere l’economia del 3,9%,  giocando anche molto abilmente sulla sua qualifica di paese della UE in grado di svalutare. Macron ha tentato di impedire alle società di servizio polacche di offrire i propri servizi negli altri paesi ricevendone il veto. Dovremmo imparare dal fatto che c’è vita e ricchezza fuori dall’Euro.

Come riporta Reuters, pare che nel mondo sia possibile essere un’economia più piccola di quella italiana, permettersi una propria moneta, crescere a ritmi del 3,9 per cento, fare politiche demografiche attive e addirittura abbassare l’età della pensione. Fortunatamente ci pensano gli austeri banchieri a ricordare a tutti il più grande pericolo per l’umanità, ossia che gli stipendi dei lavoratori crescano troppo velocemente. E che è proprio un peccato che certi governi tengano addirittura fede alle proprie promesse elettorali.

Di Marcin Goettig

Varsavia (Reuters) – Lunedì la Polonia abbasserà l’età pensionabile, onorando una costosa promessa elettorale che il partito conservatore al governo aveva fatto, e andando controcorrente rispetto alle tendenze europee a incrementare gradualmente l’età della pensione, mentre le persone vivono più a lungo e rimangono più in salute.

L’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini è un provvedimento caro soprattutto ai sostenitori del governo di centro-destra (sì, avete letto bene, anche in Polonia è il centro-destra a preoccuparsi degli interessi dei lavoratori NdVdE) del Partito della Legge e della Giustizia (PiS), e inverte un provvedimento che l’aveva portata a 67 anni, approvato nel 2012 dal governo centrista allora in carica.

Il provvedimento dovrebbe avere impatti immediati limitati sull’economia, che è in fase di boom, ma potrebbe mettere sotto pressione il bilancio statale in futuro.

Questa mossa avviene mentre la disoccupazione in Polonia è scesa ai livelli più bassi dai tempi dell’abbandono del comunismo all’inizio degli anni ’90, e potrebbe aumentare la tensione sui salari che stanno già crescendo al ritmo più alto da cinque anni a questa parte (Orrore! I salari crescono e l’età della pensione cala! È proprio vero che fuori dall’eurozona c’è solo l’inferno NdVdE).

“Il mercato del lavoro polacco deve affrontare una disponibilità sempre più limitata di lavoratori” ha dichiarato Rafal Benecki, un economista di Varsavia che si occupa dell’Europa Centrale presso ING Bank.

La popolazione della Polonia è di 38 milioni di abitanti e sta invecchiando a uno dei ritmi più rapidi all’interno dell’Unione Europea.

“Il governo sta buttando via uno degli strumenti più efficaci per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro”, ha detto Benecki (commovente come un banchiere si preoccupi che non ci sia abbastanza concorrenza – da parte dei loro nonni – per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro NdVdE).

 

Gli economisti e i banchieri centrali dicono che il crescente afflusso in Polonia di centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dall’Ucraina potrebbe ridurre la tensione sui salari (ecco un’altra tendenza che accomuna i banchieri: la tutela degli immigrati quando questi possono fare concorrenza ai lavoratori locali NdVdE).

I numeri del ministero del Lavoro mostrano che i datori di lavoro polacchi hanno richiesto più di 900.000 permessi a breve termine per i lavoratori ucraini nella prima metà del 2017, rispetto a 1.260.000 permessi totali nell’anno 2016.

“Con l’arrivo di lavoratori dall’Ucraina, finora il problema che alcuni avevano previsto – mancanza di lavoratori, tensioni sul mercato del lavoro – sta diminuendo” ha detto il Governatore della Banca Centrale  Adam Glapinski all’inizio di settembre.

Il governo ucraino del partito PiS ha stimato che il costo della riduzione dell’età pensionabile è di circa 10 miliardi di zloty (eh già, perché in Polonia gli euro non ce li hanno, poveri loro… NdVdE), ossia 2,74 miliardi di dollari, nel 2018, all’incirca lo 0,5 per cento del PIL.

Da quando è andato al potere, nel 2015, l’attuale governo ha velocemente aumentato la spesa pubblica per tenere fede alle promesse elettorali di aiutare le famiglie e ridistribuire i frutti della crescita economica in modo più equo (già scorgiamo gli austeri anti-populisti nostrani scuotere la testa con veemenza di fronte a questi sciagurati provvedimenti NdVdE).

Nonostante la crescita della spesa pubblica, il bilancio pubblico ha registrato il primo surplus da più di due decenni nel periodo gennaio-agosto, principalmente grazie a un intervento governativo contro l’evasione fiscale e grazie ai bonus concessi per i nuovi nati, che hanno alimentato i consumi (intollerabile: non solo la Polonia fa politiche di aiuto alle famiglie per risolvere i problemi demografici, ma addirittura osa sfruttare il moltiplicatore keynesiano! NdVdE).

La crescita economica ha raggiunto il 3,9 per cento nel secondo trimestre, ma gli economisti avvertono che l’aumentato costo delle pensioni potrebbe causare problemi, se l’economia dovesse rallentare.

“Sono preoccupato di quello che succederà quando il ciclo economico si invertirà” dice Marcin Mrowiec, capo economista presso Bank Pekao.

“Potremmo svegliarci con salari superiori a quelli che le società possono permettersi e… spese permanentemente più alte per le pensioni” (fortunatamente invece, nell’eurozona potremo affrontare la prossima recessione con una disoccupazione vicina ai massimi storici, un’età pensionabile sulla soglia della demenza senile e uno stato sociale che ha fatto passi indietro di decenni. Evviva! NdVdE)

fonte: https://scenarieconomici.it/la-polonia-riduce-leta-pensionabile-sfidando-la-ue-da-voci-dallestero/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Mon, 09 Oct 2017 10:11:12 +0000
IL MISSILE DI KIM FA VOLARE IL BITCOIN http://coscienzeinrete.net/economia/item/3028-il-missile-di-kim-fa-volare-il-bitcoin http://coscienzeinrete.net/economia/item/3028-il-missile-di-kim-fa-volare-il-bitcoin

BitcoinSarà anche cripto, ma sempre più investitori considerano il bitcoin una valuta rifugio. Ieri, nel giorno in cui la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico che ha sorvolato l’isola giapponese di Hokkaido per poi cadere nell’Oceano Pacifico, la criptovaluta ha registrato il nuovo record di tutti i tempi a 4.703 dollari (mentre l’oro ha toccato un massimo di giornata a 1.331 dollari l’oncia). L’impennata si è verificata in contemporanea con l’apertura al ribasso di Wall Street e il rialzo rispetto al record precedente, segnato lo scorso 18 agosto, è stato del 4%.

È interessante notare che i più forti acquisti di bitcoin sono arrivati dal Giappone e dalla Corea del Sud, i due Paesi più direttamente minacciati dai missili del presidente nordcoreano Kim Jong-un. Della corsa a un rifugio sicuro hanno beneficiato anche le altre critpovalute, come l’ethereum, tanto che la loro capitalizzazione complessiva ha raggiunto il nuovo record di 162 miliardi di dollari. Un balzo impressionante dall’8 di agosto, quando la capitalizzazione era di poco inferiore ai 90 miliardi.

Ma è davvero un rifugio sicuro il bitcoin?

di Marcello Bussi

Nei giorni scorsi hacker nordcoreani hanno attaccato alcune delle borse sudcoreane in cui vengono scambiati i bitcoin, ma l’assalto non ha avuto successo. L’operazione potrebbe essere solo uno dei tanti modi di Pyongyang per innervosire Seul, ma c’è anche chi ipotizza che si sia trattato di un vero e proprio tentativo di rapina per impossessarsi di criptovaluta in un momento in cui le casse nordcoreane cominciano a soffrire per l’embargo cinese alle esportazioni di carbone.

Quando si parla del mondo delle criptovalute è spesso difficile stabilire la fondatezza delle notizie. La notizia dell’attacco è stata però data da un ente ufficiale, il Centro di ricerca sudcoreano sulla cyber-guerra. L’interpretazione dell’evento resta aleatoria. Ma se si fosse trattato di un vero tentativo di rapina, questo non farebbe altro che aumentare lo status del bitcoin: lo vuole anche uno Stato sovrano come bottino di guerra. L’attivismo degli investitori sudcoreani è però dettato anche da un altro motivo: il parlamento di Seul ha intenzione di regolamentare in maniera più stretta le criptovalute. Il mese prossimo sarà sottoposta all’esame del parlamento una proposta di legge che, tra l’altro, impone alle società che offrono servizi di trading in criptovalute di avere riserve per almeno 450 mila dollari. Il vice ministro delle Finanze russo, Alexei Moiseev, ha invece proposto di riservare la compravendita di criptovalute ai soli investitori qualificati, elimando così dalla partita gli investitori retail.

Bitcoin2

 

Bitcoin1Intanto dagli Stati Uniti è arrivata la notizia che la criminalità sta abbandonando il bitcoin per altre criptovalute che meglio garantiscono l’anonimato delle transazioni, prima fra tutte monero, ritenuta la più sicura in questo senso. Non a caso nel giro di un anno le quotazioni sono salite di oltre il 1.000 per cento. Lunedì scorso monero ha toccato il record di tutti i tempi a 154,58 dollari, mentre ieri è sceso del 3,3% a 134,23 dollari. Evidentemente chi compra questa criptovaluta non è rimasto impressionato dai missili di Kim Jong-un. La capitalizzazione di monero è comunque ancora molto bassa, poco più di 2 miliardi di dollari contro i 75,2 miliardi del bitcoin (62,9 miliardi di euro). Tanto per fare un paragone, a Piazza Affari il titolo Enel ha una capitalizzazione di 51,1 miliardi di euro.

Per Shone Anstey, presidente e co-fondatore di Blockchain Intelligence Group le transazioni di natura illegale in bitcoin sono precipitate dal 50% del volume totale a meno del 20%. Mentre un funzionario della Homeland Security degli Stati Uniti ha dichiarato a Cnbc che la criminalità «guarda con più attenzione ad altre valute come monero ed ethereum». Secondo alcuni analisti, però, il bitcoin gode ancora dell’apprezzamento della malavita perché è comunque la criptovaluta più diffusa e pertanto è più facile convertirla in contanti senza il bisogno di intermediari. Come ogni altra valuta, il bitcoin può essere utilizzato per opere di male ma anche di bene: Danny Sessoms, il conduttore del programma Crypto Show trasmesso da una radio di Austin, ha raccolto donazioni in criptovalute per 50 mila dollari da destinare alle vittime dell’uragano in Texas. Il grosso della somma è stato donato da un tale Bill Kline, che ha messo sul tavolo 10 bitcoin.

Fonte: https://scenarieconomici.it/il-missile-di-kim-fa-volare-il-bitcoin-di-marcello-bussi/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Thu, 31 Aug 2017 09:27:51 +0000
Due anni dopo, ecco che cosa resta del miracolo di Expo http://coscienzeinrete.net/economia/item/2963-due-anni-dopo-ecco-che-cosa-resta-del-miracolo-di-expo http://coscienzeinrete.net/economia/item/2963-due-anni-dopo-ecco-che-cosa-resta-del-miracolo-di-expo

Sono passati due anni dal 1 maggio 2015, quando si sono aperti i cancelli di Expo. Sulla narrazione dell’esposizione universale sono stati costruiti il mito della rinascita di Milano e il successo politico del suo commissario, Giuseppe Sala, poi diventato sindaco di Milano. Ora è possibile un bilancio meno ideologico e trionfale e più pacato. Tentiamo di farlo sulla base dei numeri oggi a disposizione.
expo smantellamento

1. Lo smantellamento. A due anni dall’inizio e 19 mesi dopo la chiusura, non sono ancora terminati neppure i lavori per smantellare i padiglioni (i lotti dovevano essere riconsegnati entro maggio 2016). Dei 53 padiglioni dei Paesi, 8 sono ancora lì. L’Ungheria non ha neppure cominciato i lavori. Smantellamento in corso per Turkmenistan, Nepal, Usa, Polonia, Barhain e Messico. Da smontare ancora lo stand Alitalia (che ora ha altro a cui pensare) e quello delle aziende private cinesi: dovrà occuparsene, con soldi suoi, Arexpo, la società che possiede le aree.

2. I contenziosi. Sono 18 gli appalti per la costruzione dell’esposizione che si sono trasformati in braccio di ferro con le aziende, che hanno chiesto più soldi per varianti ed extracosti. La Piastra è costata 225 milioni invece dei 165 aggiudicati nella gara vinta dalla Mantovani (ancora sotto indagine penale). Palazzo Italia (compreso il Cardo) ha raddoppiato il costo, da 27 a 54 milioni. La Cmc per la rimozione delle interferenze ha preteso 98 milioni invece dei 58 offerti al momento della gara. Per le vie d’acqua la Maltauro ha incassato 5 milioni in più. Per l’allestimento di Palazzo Italia la Castelli ha strappato 1 milione in più. Altri 13 dossier sono ancora aperti, con trattative con le aziende, contenziosi in corso e coinvolgimento dell’Autorità nazionale anticorruzione e dell’Avvocatura generale dello Stato.

3. Il bilancio. Expo è costato 2,4 miliardi di euro di soldi pubblici: 1,3 miliardi per la costruzione del sito e 960 milioni per la gestione dell’evento. I ricavi da biglietti e sponsorizzazioni sono stati circa 700 milioni. La società deve andare avanti, per chiudere i contenziosi e la liquidazione, fino al 2021. Mancano soldi. Almeno 23 milioni che dovranno essere versati dai soci: 9 milioni li ha messi il governo, il resto dovrà arrivare da Comune di Milano e Regione Lombardia. Ma questi sono i denari necessari per la gestione della società, a cui si devono aggiungere i soldi per i creditori non ancora pagati e per gli extracosti chiesti dalla imprese. Potrebbe aprirsi una voragine, che sarà ridotta se e quando Arexpo pagherà i 47 milioni che deve a Expo per l’infrastrutturazione dell’area.

4. Il buco. I fornitori aspettano da Expo spa pagamenti per 256 milioni (dati 2015) che oggi potrebbero essere scesi a 115 milioni. Expo, d’altra parte, non è solo debitore, ma anche creditore: sta ancora aspettando che i suoi clienti (da Alessandro Rosso ad alcune aziende cinesi) saldino le fatture per pacchetti di biglietti mai venduti ai visitatori e altre forniture. A fine 2016, i crediti considerati esigibili erano 10,4 milioni: 3,3 milioni sono stati incassati tra gennaio e marzo 2017; altri 7,1 milioni dovrebbero arrivare in questi mesi. I crediti considerati irrecuperabili sono 58,4 milioni.

La palla passerà ora al nuovo commissario unico per la liquidazione, Gianni Confalonieri, che dovrà battere cassa per far quadrare i conti. Intanto siamo in attesa che la gara avviata da Arexpo trovi uno sviluppatore in grado di trasformare il grande vuoto dell’area Expo (oltre 1 milione di metri quadrati, costati 142 milioni di euro nel 2011) in attività immobiliari e in un parco universitario, di ricerca e di produzione scientifica. Con finora un’unica certezza: il grande parco promesso di 440 mila metri quadrati non ci sarà, ma sarà spezzettato in tante aree verdi “condominiali”.

Fonte: http://www.giannibarbacetto.it/2017/05/08/due-anni-dopo-ecco-che-cosa-resta-del-miracolo-di-expo

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Tue, 16 May 2017 09:04:01 +0000
Terremoto in casa Lidl: Commissariati 214 supermercati per rapporti con Cosa nostra http://coscienzeinrete.net/economia/item/2962-terremoto-in-casa-lidl-commissariati-214-supermercati-per-rapporti-con-cosa-nostra http://coscienzeinrete.net/economia/item/2962-terremoto-in-casa-lidl-commissariati-214-supermercati-per-rapporti-con-cosa-nostra

Lidl mafiaTerremoto in casa di una delle maggiori catene di distrubizione alimentare presenti in Italia: Lidl è finita sotto amministrazione giudiziaria, in quattro delle dieci direzioni italiane, in seguito a un’indagine della Direzione distrettale antimafia di Milano, secondo cui all’interno del gruppo vi erano persone che curavano anche interessi della cosche mafiose. Secondo il procuratore aggiunto Ilda Boccassimo e il pm Paolo Storari, si sarebbero “favoriti gli interessi” del clan dei Laudani di Catania. 

di Leonardo Masnata

Logistica e allestimento al centro degli interessi mafiosi

Le direzioni generali riguardate dall’operazione sono quelle relative a Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e Sicilia. L’operazione coinvolge in tutto 214 supermercati e 4 centri logistici in 6 regioni, che corrispondono a una forza lavoro di 600 personeGli arresti sono 15, e riguardano un sistema elaborato ad hoc per creare una flusso di denaro illecito da mandare in Sicilia per il sostentamento del clan e per i detenuti in galera appartenenti alla famiglia dei Laudani. Questo comportava reati tributari, che si basavano sui movimenti di due gruppi che operavano al Nord, titolari di consorzi di cooperative nel settore della logistica e della vigilanza privata, che si erano aggiudicati con la Lidl commesse per gli allestimenti e la logistica dei punti vendita, sia al Nord che in Sicilia. Secondo gli inquirenti, mentre nell’isola erano queste cooperative a pagare delle tangenti direttamente al clan per aggiudicarsi la gara e poter lavorare con Lidl, in Piemonte bisognava pagare la mazzetta a ex funzionari o a responsabili in carica di filiali di Lidl, la cui casa madre risulta ignara dei movimenti criminali all’interno di alcune sue filiali.

Fermato anche un ex dipendente della Provincia

Nello specifico, gli arresti sono stati effettuati per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, appropriazione indebita, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze, intestazione fittizia di beni. A finire in manette cinque imprenditori, appartenenti al gruppo consortile Sigi Facilities (Luigi Alecci, Giacomo Politici, Emanuele Micelotta); e Nicola e Alessandro Fazio, responsabili di una quindicina di srl, che – secondo quanto riporta il Corriere della Sera – si erano anche aggiudicate l’appalto per la sorveglianza del Tribunale di Milano. Arrestato anche attuale responsabile degli allestimenti dei supermercati Lidl, Simone Suriano. Tra i fermati anche Domenico Palmieri, ex dipendente della Provincia di Milano, che avrebbe usato le sue conoscenze nel settore, per mettere in contatto la cosca dei Laudani con esponenti dell’amministrazione pubblica. L’accusa per lui è dunque di “traffico d’influenze”.

Fonte:https://ilsalvagente.it/2017/05/15/terremoto-in-casa-lidl-commissariati-214-supermercati-per-rapporti-con-cosa-nostra/22473/?utm_content=buffercb519&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Mon, 15 May 2017 10:29:20 +0000
Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano http://coscienzeinrete.net/economia/item/2961-storia-del-concentrato-di-pomodoro-prodotto-in-cina-e-venduto-come-italiano http://coscienzeinrete.net/economia/item/2961-storia-del-concentrato-di-pomodoro-prodotto-in-cina-e-venduto-come-italiano

Pomodori cinesi2Il bambino ha l’aria concentrata. Vestito con una tuta lacera, le mani protette da un paio di guanti, scava un foro nel terreno. Ci infila la piantina. Copre il foro. Si sposta di circa 30 centimetri e ripete la stessa operazione. Dice di avere dodici anni, ma ne dimostra anche meno. Intorno a lui, un’altra ventina di persone, donne, uomini, qualche altro ragazzo più grande. Tutti fanno gli stessi gesti, veloci e ripetitivi: afferrano le minuscole piante da cassette di plastica e le collocano a terra, a una distanza fissa l’una dall’altra. Finita una cassa, ne attaccano un’altra. E poi un’altra ancora, seguendo le linee dell’aratura.Seduto su una panca di legno ai bordi del campo, il proprietario li osserva pigramente, mentre un caposquadra annota su un taccuino lo spazio che ha coperto ognuno di loro. La sera li pagherà in contanti, a cottimo: 0,17 yuan (2 centesimi di euro) al metro. A fine giornata, i più svelti riusciranno a mettere in tasca una settantina di yuan, più o meno dieci euro.Siamo nello Xinjiang, estremo ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino. Questa regione sconfinata, grande cinque volte e mezzo l’Italia, è tappezzata di terreni dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Una produzione destinata non al consumo interno, ma all’esportazione: i frutti delle piantine immesse nel terreno da questi braccianti a giornata di ogni età saranno trasbordati in una fabbrica, per essere lavorati e mandati in giro per il pianeta sotto forma di triplo concentrato. Dopo opportuna rilavorazione, finiranno nel ketchup della Heinz, nei barattoli che si vendono a due soldi nei mercati africani. O in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.Perché il principale importatore di questo prodotto è proprio il nostro paese: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.Intere famiglie nei campi

di Stefano Liberti

Le piantine nascono in serra e quando le temperature diventano più miti, tra aprile e maggio, vengono trapiantate per crescere in campo aperto. Questa è precisamente l’operazione che sta compiendo la squadra di braccianti di cui fa parte il bambino con la tuta lacera.Nel giro di un paio di mesi, tra luglio e settembre, i frutti matureranno e saranno raccolti da altre squadre molto più numerose. Per l’occasione si riverseranno nello Xinjiang migliaia di migranti da altre zone della Cina: intere famiglie con prole al seguito, tutti insieme a lavorare nei campi. Il proprietario del campo, che dice di chiamarsi semplicemente signor Li, conferma: “Bisogna raccogliere velocemente, prima che il pomodoro marcisca. I bambini sono particolarmente adatti a questo lavoro: grazie alle loro mani piccole sono più svelti”.

Come mai l’Italia, importa così tanto dall’estremo oriente? Dove finisce questo mare di concentrato?

Centinaia di camion assicureranno poi il trasbordo dai campi alle fabbriche, dove i pomodori saranno trasformati e spediti in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino, luogo di raccolta in attesa dell’esportazione. Da qui navi cargo attraverseranno gli oceani e porteranno il prodotto in giro per il pianeta. Molte di queste sbarcheranno al porto di Salerno, dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatrici e diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati.Come mai l’Italia, che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, importa simili quantitativi dall’estremo oriente? E soprattutto, dove finisce questo mare di concentrato prodotto all’altro capo del mondo?“Il pomodoro che importiamo dalla Cina non è immesso nel mercato nazionale. È utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”, sottolinea il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav) Giovanni De Angelis. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Per questo l’industria che fa la rilavorazione è esentata dal pagamento dei dazi doganali.L’allarme di Coldiretti
Nel suo ufficio al centro direzionale di Napoli, nel cuore della regione che storicamente trasforma il pomodoro, De Angelis mostra le tabelle statistiche a suffragio delle sue affermazioni: “Esportiamo il concentrato in quantità due-tre volte maggiori rispetto a quello che importiamo”.Il direttore è perentorio su questo punto e lo sottolinea più volte: “I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know-how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di euro su un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.“In termini quantitativi, non lo definirei propriamente marginale”, ribatte Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’organizzazione che più di ogni altra negli ultimi anni ha lanciato l’allarme sulle importazioni di concentrato cinese. “Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.Origini non etichettate
Bazzana studia da anni i movimenti del concentrato cinese, registra le oscillazioni nelle importazioni e non si stanca di denunciare la mancanza di trasparenza dell’industria, che non indica sui prodotti la provenienza della materia prima. “Confezionando concentrato cinese in prodotti italiani si danneggia tutta la filiera, perché questi hanno standard di uso di fitofarmaci più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione europea. Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”.Il concentrato “confezionato in Italia” ma prodotto da “pomodoro cinese” finisce quindi prevalentemente nei barattoli venduti in Africa, ma in parte anche nei sughi pronti e nel pomodoro da pizza smerciato in vari paesi europei (la Germania è il primo importatore di concentrato italiano, la Francia il terzo), e a volte nella passata (quella venduta in Italia deve essere fatta da pomodoro fresco, ma la legislazione ha validità solo nazionale).

Pomodori cinesi
Regione dello Xinjiang, Cina, agosto 2015. 

Non tutto il pomodoro cinese entra infatti in regime di temporanea importazione: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, 14mila tonnellate sono entrate in via definitiva e sono rimaste all’interno dell’Unione europea. “Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente di quel prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro”, continua Bazzana. “Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.Che sia venduto all’interno del’Ue o nei mercati africani, l’origine del pomodoro non è mai indicata in etichetta, dove c’è l’obbligo di scrivere solo il paese dove il pomodoro è inscatolato. In pratica, denuncia la Coldiretti, quel pomodoro raccolto nello Xinjiang anche da bambini è venduto come italiano a milioni di consumatori in tutto il mondo. “Noi vendiamo un processo industriale”, ripete De Angelis. “Il triplo concentrato è un materiale grezzo, che la nostra industria trasforma grazie a competenze e tecnologie acquisite nel corso del tempo. È un procedimento che nell’agro-nocerino-sarnese, culla della trasformazione di pomodoro del sud Italia, si fa da più di un secolo”.Dagli anni novanta a oggi
La storia del concentrato cinese è invece parecchio più recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era l’ombra di un pomodoro. Poi sono arrivati proprio gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi e a una riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune (pac), hanno pensato di esternalizzare la produzione.Con sé hanno portato due cose fondamentali: la tecnologia e il mercato per l’esportazione. E in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California. Ma come mai la Cina, che già ha di per sé scarsità di terre per sfamare la sua popolazione, ha deciso di coltivare in scala massiccia un prodotto non destinato al mercato interno?La risposta si trova nella particolarità dell’area in cui è stata impiantata la produzione. Lo Xinjiang è una regione complicata, scossa da tensioni sociali e da spinte separatiste. Gli abitanti autoctoni, gli uiguri di lingua turcofona e religione musulmana, ne rivendicano da anni l’indipendenza. I cinesi han, arrivati in massa grazie a un generoso programma di incentivi, controllano le leve politiche ed economiche, lasciando gli uiguri in una situazione di cittadini di serie b. Per stabilizzare l’area, fin dagli anni cinquanta Mao Zedong ha inviato nella regione un vero e proprio esercito di pionieri, reclutati in tutta la Cina, e li ha inquadrati in una specie di ente militare, lo Xinjiang shengchan jianshe bingtuan (Corpi di produzione e costruzione dello Xinjiang), più comunemente chiamato bingtuan (Corpi).Incaricato di rappresentare i nuovi arrivati, ma anche di costruire nuove città e far fruttare le terre che gli erano state assegnate, il bingtuan nasce come filiazione del governo centrale e deve rispondere solo a questo. Formava – e ancora forma per certi versi – una società a parte all’interno dello Xinjiang, con le proprie scuole, le proprie città, le proprie terre.La storia dello sviluppo del pomodoro in Cina è legata a doppio filo a quella del bingtuan. Nel corso degli anni, con la modifica delle priorità e degli obiettivi della Repubblica popolare, l’ente ha perduto la sua connotazione originaria di corporazione militar-rurale per assumere un ruolo più prettamente urbano, orientato ad attività industriali e commerciali.Nel 1998, il bingtuan è diventato ufficialmente una corporation, una struttura privata, i cui obiettivi sono legati alla “apertura delle regioni occidentali” ufficializzata dal presidente Jiang Zemin l’anno successivo. È stata la progressiva trasformazione dei Corpi da gruppo militare con interessi agricoli a vera e propria industria orientata al profitto a fare da propulsore allo sviluppo dei “cash crop”, cioè prodotti destinati all’esportazione, come per l’appunto il pomodoro. Il grande balzo in avanti nella produzione dell’“oro rosso” è cominciato proprio in concomitanza con la trasformazione del bingtuan in impresa commerciale, alla fine degli anni novanta.Sviluppo folgorante
In quegli anni è nata la Chalkis. Espressione dei Corpi, quest’azienda ha avuto uno sviluppo a dir poco folgorante: nel giro di pochi anni, ha decuplicato il suo fatturato, aprendo 23 fabbriche di trasformazione in Cina e acquisendo temporaneamente un importante gruppo estero, i francesi di Conserve de Provence-Le Cabanon. Chalkis è partita da un vantaggio non indifferente: in quanto legata al bingtuan, è proprietaria della terra in cui si coltiva il pomodoro e delle fabbriche in cui si produce il concentrato, foraggiate da sussidi statali e portate avanti da manodopera a basso costo, fra cui anche i bambini.Vedendo il suo successo, altri si sono lanciati sul promettente settore. All’inizio degli anni 2000, una piccola azienda di nome Tunhe ha cominciato a svilupparsi in questo comparto, aprendo numerose fabbriche di trasformazione. Nel 2004, la Tunhe è stata acquisita dal conglomerato di stato cinese Cofco, il grande braccio commerciale e produttivo del governo di Pechino, che ha iniettato nell’azienda vagonate di soldi pubblici. Oggi, i due gruppi si dividono il mercato: insieme controllano complessivamente l’80 per cento della produzione cinese e il 15 per cento del commercio globale di concentrato. Gran parte dei derivati di pomodoro consumati in giro per il pianeta ha origine dalla materia prima proveniente da questi due gruppi: il braccio commerciale di un’azienda nata come una impresa paramilitare di colonizzazione e il principale conglomerato di stato in mano al governo cinese, che ha affari in tutto il mondo.

L’industria del pomodoro concentrato italiano deve importare il prodotto dal suo principale concorrente internazionale

“Il nostro mercato migliore è l’Italia”, esclama con un certo orgoglio Tian Jun nell’accogliermi in una specie di improvvisata sala conferenze nella sede centrale dell’azienda a Urumqi, capitale dello Xinjiang. “La collaborazione è antica, i rapporti ottimi. Vendiamo a gran parte dei principali gruppi. Poi, con l’aumento del cambio del dollaro, dal 2015 i nostri volumi di esportazione sono aumentati perché i nostri acquirenti preferiscono comprare da noi piuttosto che dai produttori statunitensi”.Figlio della colonizzazione han della regione, questo responsabile commerciale di 39 anni sciorina le cifre del successo e prospetta ulteriori sviluppi. Con un entusiasmo debordante, mostra la ambizioni del gruppo, ben evidenziate dallo slogan usato nelle varie operazioni di marketing: “Chalkis will tomato the world!”. La grande inondazione di pomodoro del pianeta deve partire proprio da questa sede anonima nella capitale dello Xinjiang e dai campi coltivati in tutta la regione. Tian Jun indica chiaramente la strategia per il futuro: “Il nostro primo mercato di riferimento è l’Italia. Ma, negli ultimi anni, abbiamo diversificato. Da un po’ di tempo forniamo ditte cinesi che vendono direttamente nel mercato africano”.

Pomodori cinesi1
 
Regione dello Xinjiang, agosto 2015. 

Tian riassume bene con le sue parole l’evoluzione degli ultimi anni. Nata alla fine degli anni novanta, la collaborazione tra i cinesi e gli italiani era basata su uno scambio: gli italiani fornivano ai cinesi la tecnologia e gli impianti e questi li ripagavano in concentrato, che poi gli italiani ritrasformavano e vendevano sui loro mercati di riferimento.Ma pian piano, i cinesi si sono affinati e hanno trasformato l’idea apparentemente geniale di delocalizzare la produzione in Cina in una specie di mostro di Frankenstein sfuggito di mano ai suoi creatori: perché invece di rifornire in modo esclusivo i loro ex mentori italiani, i produttori cinesi hanno cominciato a fargli concorrenza. E, nell’impossibilità di competere con ditte sostenute dallo stato che usano manodopera anche minorile a prezzi stracciati, questi hanno perso consistenti quote di mercato.La memoria storica del concentrato
“Ormai non c’è più partita. I cinesi ci stanno buttando fuori”. Angelo D’Alessio è una sorta di memoria storica del concentrato italiano.La sua ditta di famiglia è nel settore da più di un secolo e, con il nome di Centro di esportazioni concentrato (Cec), a partire dagli anni cinquanta si è specializzata nel doppio concentrato destinato ai mercati africani. Nel suo ufficio a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, ricorda quando il concentrato non si importava dall’estero ma si produceva nel centro Italia. E, soprattutto, quando il business era saldamente in mano agli italiani. “Nessuno poteva competere con noi”. D’Alessio mostra con orgoglio i manifesti storici appesi alle pareti dei vari marchi che la sua ditta di famiglia ha esportato in tutto il mondo, dal concentrato “Sole d’Italia” ai pelati “la Chitarrella”, fino ai marchi “pupetta nera” e “faccetta nera” usati durante il ventennio fascista.D’Alessio produce ancora una linea di concentrato completamente “certificato italiano” con materia prima proveniente dal nord Italia. “Ma è una nicchia per i più ricchi, che si vende a prezzi decisamente più alti”. Per il grosso della produzione, è costretto a importare i fusti di triplo concentrato da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. E in parte anche dalla Cina. “È l’unico modo per competere su quei mercati”. Paradossi della globalizzazione, D’Alessio si rifornisce – anche se, assicura, “al massimo per il 15 per cento” della materia – dai suoi stessi concorrenti, di cui dice peste e corna. “Fanno dumping perché le loro aziende sono sovvenzionate e perché usano manodopera a costo zero. Poi, nei mercati africani, mandano merce scadente, con additivi di vario genere, che gli costa anche meno”.Ricapitolando, l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova nella necessità di dover importare concentrato da quello che è il suo principale concorrente sui mercati internazionali. Non potrebbe contrastarlo con un prodotto proprio, originale, fatto con materia prima italiana? “Si tratta di mercati poveri in cui già stiamo perdendo competitività. Con il concentrato prodotto ai costi italiani, usciremmo fuori dal mercato”, continua Giovanni De Angelis. Che ribadisce: “Se vogliamo alzare muri e impedire l’arrivo della materia prima cinese, facciamolo. Ma assumiamoci la responsabilità di distruggere un intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati”.“Noi non vogliamo alzare muri”, ribatte Lorenzo Bazzana di Coldiretti. “Vogliamo semplicemente un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli”. Su questo punto gli industriali non sono in disaccordo. “Noi non abbiamo nulla in contrario a indicare la provenienza della materia prima”, aggiunge De Angelis. “Siamo per la trasparenza più completa”.Ma poi verrà da chiedersi: quando sulla latta sarà scritto “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”, il consumatore africano non preferirà comprare un prodotto totalmente cinese, che costa pure meno? E i consumatori di pizza tedeschi, francesi o inglesi non avranno a loro volta qualcosa da ridire su un pomodoro che viene dalla Cina e che è stato raccolto da bambini di dodici anni pagati dieci euro al giorno?

Quest’inchiesta è un ampliamento di un capitolo del libro di Stefano Liberti I signori del cibo.

Fonte: http://www.internazionale.it/reportage/stefano-liberti/2017/04/08/pomodoro-cina-italia

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Sat, 13 May 2017 11:59:24 +0000
Parigi e la novità ‘Lulu dans ma rue’, il portierato di quartiere per risolvere problemi quotidiani http://coscienzeinrete.net/economia/item/2959-parigi-e-la-novita-lulu-dans-ma-rue-il-portierato-di-quartiere-per-risolvere-problemi-quotidiani http://coscienzeinrete.net/economia/item/2959-parigi-e-la-novita-lulu-dans-ma-rue-il-portierato-di-quartiere-per-risolvere-problemi-quotidiani

lulu rue conciergerie proximite L 99qd0yInventarsi un lavoro come il “portierato di quartiere”: un’idea geniale al tempo della crisi arriva da Parigi. L’edicola si trova nel cuore della capitale francese, a due passi dalla place de Vosges e di fronte alla chiesa di Saint Paul, nel Marais, e non vende giornali, ma soluzioni di problemi.

L’idea di creare un portierato di quartiere è venuta a Charles-Edouard Vincent, insegnante di economia sociale alla HEC, con trascorsi da docente in giro per il Mondo (ha insegnato anche alla Stanford University). Vincent ha pensato di installare un piccolo chiosco che fosse un punto di riferimento per i parigini in cerca di aiuto per i motivi più disparati. Il professore, in merito alla sua idea, ha dichiarato: “Lulu dans ma rue è un portierato di quartiere, grazie al quale abbiamo ridato umanità alla vita di tutti i giorni. Il nostro obiettivo è quello di aiutare i cittadini di Parigi a risolvere problemi quotidiani piccoli e grandi”. In meno di un anno, “Lulu dans ma rue” di problemi ne ha risolti più di 4000: ha montato tende, aiutato bambini a fare i compiti, preparato cene, riparato rubinetti, portato la spesa su per cinque piani senza ascensore.

La prima ‘Lulu dans ma rue’ (‘Lulu nella mia strada’) è diventata operativa ad aprile dell’anno scorso in pieno centro a Parigi, di fronte alla chiesa di Saint Paul e a due passi da Place des Vosges. Inizialmente il nome sarebbe dovuto essere ‘Comptoir de Services’, ma alla fine si è optato per una soluzione più fantasiosa e ‘musicale’ con tanto di nome proprio femminile. È un’edicola, ma non vende riviste, caramelle, biglietti per il trasporto pubblico o quotidiani. Vende soluzioni a problemi e offre opportunità lavorative ai residenti parigini. Chi ha bisogno di riparare un rubinetto, una tenda o un elettrodomestico può rivolgersi a Lulu. Gli studenti che hanno bisogno di una mano per i compiti di scuola possono rivolgersi a Lulu. Chi vive ai piani alti di un palazzo ed ha bisogno di una mano a portare buste della spesa o altri oggetti può rivolgersi a Lulu. Anche i parenti di persone anziane non più autonome possono chiedere aiuto a Lulu per l’assistenza ai propri cari. Stesso discorso per chi ha un animale domestico ed è alla ricerca di qualcuno che se ne prenda cura quando necessario.

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Le modalità di richiesta del servizio sono molteplici: si può telefonare il chiosco, inviare una mail, visitare il sito web o semplicemente passare per la sede ‘fisica’ di Lulu (al momento soltanto una) ed esporre il problema a chi è presente. In pochissimo tempo, uno dei 1000 Lulu, ovvero coloro che lavorano effettivamente quando ce n’è bisogno, con le capacità richieste, si prodigherà per risolvere il problema. Nel team di Lulu ci sono sia uomini che donne con abilità di ogni tipo, tra cui giardinieri, informatici, persone in grado di effettuare riparazioni casalinghe e studenti universitari (o laureati) che impartiscono ripetizioni a quelli più giovani.

Le tariffe sono alla portata di tutti: si va dai 5 ai 10 euro per mansioni brevi di circa venti minuti a prezzi più alti concordati in anticipo per lavori più lunghi ed impegnativi. Il tutto detraibile dalle tasse al 50%. Nei primi dieci mesi di attività, l’unico chiosco presente in città ha risolto i problemi di 4000 persone. Vista la buona riuscita del progetto, è probabile che nei mesi a venire ne sorgeranno di nuovi in altri punti della città.

 

Fonti: 

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Thu, 11 May 2017 11:15:51 +0000
Aiuti di Stato all’economia: in Germania quasi il quadruplo rispetto all’Italia http://coscienzeinrete.net/economia/item/2939-aiuti-di-stato-all-economia-in-germania-quasi-il-quadruplo-rispetto-all-italia http://coscienzeinrete.net/economia/item/2939-aiuti-di-stato-all-economia-in-germania-quasi-il-quadruplo-rispetto-all-italia

CIR Aiuti di StatoLa spesa pubblica viene, da alcuni, considerata come un freno per l'economia, tanto che si chiede una riduzione dell'intervento dello Stato che lasci campo libero al settore privato. Inoltre, l'Italia viene indicata come uno dei paesi nei quali l'intervento dello Stato, con "la spesa pubblica improduttiva", in aiuto all'economia, sarebbe più pregnante che altrove. Siamo sicuri che sia realmente così?!

È stato recentemente pubblicato sul sito della Commissione Europea un report intitolato "State Aid Scoreboard 2016" (Quadro di valutazione degli aiuti di Stato nel 2016), che riporta gli aiuti concessi (nel 2015), alla propria economia, da parte dei singoli Stati membri dell'Unione Europea in percentuale del loro PIL. A parte il fatto che pubblicare nel 2017 un report relativo al 2016, con i dati del 2015, qualche dubbio sulla "produttività" della Commissione potrebbe alimentarlo, l'obiettivo sarebbe quello di valutare in quali Stati l'intervento pubblico sia maggiore, ed in quali settori si sia concentrato.

di Luca Pezzotta

 

Questo in ragione del fatto che uno dei "mantra" ripetuti all'infinito, ed automaticamente, dai mass media, in questa crisi che potremmo ormai definire perenne, è stato quello dello Stato spendaccione che intervenendo nell'economia, soprattutto negli ormai arcinoti PIIGS, falsava la concorrenza e non lasciava che si realizzassero quelle condizioni nelle quali i "mercati" si sarebbero trovati a loro "pieno agio" conducendoci, così, grazie alla loro spinta, fuori dalla crisi. Senza considerare pure il solito leitmotiv della spesa pubblica improduttiva rispetto alla produttività del settore privato "virtuoso".

La materia degli aiuti di Stato all'economia è regolamentata dall'art. 107 del Testo Unico sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFEU) che recita testualmente:

1. Salvo deroghe contemplate dai trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza.
2. Sono compatibili con il mercato interno:
a) gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall'origine dei prodotti;
b) gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali;
c) gli aiuti concessi all'economia di determinate regioni della Repubblica federale di Germania che risentono della divisione della Germania, nella misura in cui sono necessari a compensare gli svantaggi economici provocati da tale divisione. Cinque anni dopo l'entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare una decisione che abroga la presente lettera.
3. Possono considerarsi compatibili con il mercato interno:
a) gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione, nonché quello delle regioni di cui all'articolo 349, tenuto conto della loro situazione strutturale, economica e sociale;
b) gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell'economia di uno Stato membro;
c) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse;
d) gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio, quando non alterino le condizioni degli scambi e della concorrenza nell'Unione in misura contraria all'interesse comune;
e) le altre categorie di aiuti, determinate con decisione del Consiglio, su proposta della Commissione.

Pertanto, pare abbastanza evidente come, in questo caso, ci si riferisca agli aiuti di Stato compatibili con il mercato interno, oppure a quelli che possono considerarsi compatibili con il mercato interno, previsti, rispettivamente, nei commi 2 e 3 dell'art. 107.

Sottolineiamo, ancora, che non è obiettivo di questo articolo quello di valutare la dottrina e la giurisprudenza relativamente a singoli e vari pronunciamenti che riguardino quale genere di aiuti e perché siano stati ritenuti compatibili, o no, con il mercato interno e la normativa in vigore; e nemmeno, a livello "statistico", giurisprudenziale o dottrinario, le varie pronunce, da parte della Corte di Giustizia, relativamente agli aiuti nei singoli Stati per valutare come siano state interpretate le norme. Infine, non ci interessa nemmeno vedere, sempre nella presente sede, quali siano i vari settori dell'economia che hanno fruito di questi aiuti.

L'obiettivo del presente articolo è molto più semplice: vedere, sic et simpliciter, quali siano i paesi europei nei quali l'intervento del settore pubblico nell'economia sia stato maggiore in relazione al suo PIL. Questo, per poter così valutare se possa ritenersi reale quella diffusa idea a termine della quale, nei paesi della periferia, gli aiuti di Stato siano stati utilizzata in una misura inopinatamente "massiccia", tanto da risultare, invece che in un volano, in un freno per l'economia. A questo fine è sufficiente avvalerci di una semplice info-grafica compresa proprio nel report sopracitato (e riportata sotto) senza però dimenticarci un paio di dati generali.

In accordo con i rapporti annuali sulle spese del 2015, gli Stati membri hanno speso 98 miliardi in aiuti a livello di Unione europea. Questi rappresentano solo lo 0,64% del PIL dell'Unione (una parte abbastanza modica), con una diminuzione dello 0,04% del PIL rispetto al 2014. Ma vediamo ora nel particolare, per i singoli Stati, proprio grazie alla info-grafica appena richiamata, la percentuale di aiuti concessi dai singoli Stati dell'Unione in relazione al proprio PIL.

Spesa totale per aiuti di Stato come percentuale del PIL nel 2015, linee ferroviarie escluse.

Aiuti di Stato alla economia

Il paese che ha concesso più aiuti alla propria economia, in percentuale del PIL, non è solo un paese dell'Unione Europea, bensì è anche un paese dell'Eurozona: la Lettonia, che ha concesso il 2,25% del proprio PIL in aiuti di Stato alla sua economia. Al secondo posto, a "pari merito", troviamo la Repubblica Ceca e la Danimarca (entrambe nell'Unione ma fuori dall'Eurozona) che hanno concesso aiuti pubblici nella misura dell'1,62% del proprio PIL. Al terzo posto c'è l'Ungheria (nell'Unione, ma non nell'Eurozona), con aiuti per l'1,42% del PIL. Dopodiché troviamo la Grecia (al quarto posto) con aiuti per l'1,3% del PIL e la Germania (quinta) con aiuti per l'1,21% del PIL (entrambe sia nell'Unione che nell'Eurozona).

E il resto della periferia?! Gli altri PIIGS?! Se escludiamo la Grecia, gli aiuti di Stato all'economia nella periferia (da intendersi, ovviamente, come Portogallo, Italia, Irlanda e Spagna), non sono solo in percentuale minore rispetto a quelli concessi dal "core" (Francia e Germania); ma sono anche inferiori alla percentuale concessa dall'Unione considerata nel suo complesso.

Inoltre, se proprio vogliamo guardare meglio e, per esempio, restringere la valutazione della misura degli aiuti alla sola Eurozona, notiamo come la Lettonia resti sul gradino più alto del podio; mentre al secondo posto si piazza la Grecia; e sul terzo gradino del podio troviamo la Germania.

Pertanto, concludendo, non è vero che nella periferia si siano utilizzati i soldi della "spesa pubblica improduttiva" per aiutare l'economia. Anzi, se escludiamo la Grecia, Germania e Francia hanno aiutato la loro economia più di quanto abbia fatto il resto della periferia. Per cui, quello dei paesi periferici spendaccioni che usano in modo massiccio i soldi pubblici per aiutare la propria economia, frenandola, falsando la concorrenza e facendo, così, i "furbetti", sembrerebbe essere un altro falso mito indotto dalla crisi perenne al fine di instillare una specie di senso di colpa e procurarsi una scusa (irragionevole, visti i dati) al fine di imporre le politiche economiche dall'alto dell'Unione. Politiche che finiscono, guarda caso, sempre per penalizzare ulteriormente i paesi che già stanno maggiormente "arrancando".

Quanto detto da ultimo sembra avallato anche dai dati relativi agli aiuti concessi ai sistemi bancari. Infatti, nel 2014, secondo i dati Eurostat, il sistema bancario che ha fruito dei maggiori aiuti è stato quello della Germania. Perciò, se vogliamo fare un raffronto tra Italia e Germania, basato sui dati, dobbiamo dire che il sistema bancario tedesco ha ricevuto, negli anni recenti, molti più aiuti pubblici di quello italiano; e la stessa cosa vale per l'economia. Questo non sembra collimare per nulla con le informazioni ed i dati sulla situazione economica attuale, ed i motivi della stessa, come riportati, per la maggiore, "dai e sui" media nostrani; sempre pronti a biasimare il paese ed i suoi abitanti, ed a esaltare la produttività economica del "core" e del nord-Europa.

Fonte: https://scenarieconomici.it/aiuti-di-stato-alleconomia-in-germania-quasi-il-quadruplo-rispetto-allitalia/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Fri, 31 Mar 2017 11:42:57 +0000