Politica http://www.coscienzeinrete.net Sat, 22 Sep 2018 02:11:01 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it No Tap: «Ecco il libro che denuncia il vero impatto sulla gente» http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3278-no-tap-ecco-il-libro-che-denuncia-il-vero-impatto-sulla-gente http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3278-no-tap-ecco-il-libro-che-denuncia-il-vero-impatto-sulla-gente

Si intitola "Cos'è cambiato con Tap" ed è il libro, scritto a più mani da attivisti e cittadini, che denuncia «il vero impatto sociale che questo devastante progetto ha avuto e ha sulla popolazione del Salento» spiega Serena Fiorentino, ideatrice della pubblicazione.

TAP

L'idea del libro è di Serena Fiorentino e la pubblicazione si può trovare presso l'info point No Tap di Melendugno o si può richiedere direttamente sul sito www.notap.it .
Il libro è autoprodotto e non ha un prezzo di copertina. Tutti gli incassi sono devoluti alla cassa di resistenza del movimento No Tap, per aiutare gli attivisti a sostenere le spese legali.

Serena, com'è nata l'idea di mettere per iscritto in un libretto le storie di chi ha vissuto in prima persona l'impatto che il progetto del TAP ha significato e significa per un vasto territorio e per chi ci abita?
«L’idea sorge dalla nostra necessità di “non rimanere invisibili”, di non rimanere "seppelliti" nel nostro territorio, già violato da altre realtà inquinanti quali Ilva, Colacem, eccetera. L’insediamento del progetto Tap impatta in una situazione ambientale già fortemente compromessa e, avendo acquisito nel corso del tempo, maggiore consapevolezza in tema ambientale e sociale, la nostra comunità non è più disponibile ad accettare passivamente scelte speculative così impattanti per le nostre vite senza esercitare il nostro diritto ad opporci».

Cosa emerge da questi racconti e spaccati di vita? Cosa è cambiato per voi, che avete contribuito con la vostra voce a questo libro, nel quotidiano?
«Sono cambiati molti aspetti della nostra quotidianità: da una parte siamo diventati “comunità attiva”, una specie di nuova famiglia nella quale abbiamo ritrovato valori importanti di condivisione e partecipazione in relazione alle scelte che riguardano direttamente le nostre vite e, ancor più, quelle delle nuove generazioni. Dall'altra ha sconvolto completamente la nostra routine familiare, i nostri equilibri di vita producendo pesanti ferite e disincanto rispetto alle istituzioni. Ma, tutto sommato, ora ci sentiamo più forti, più informati e ancora più fiduciosi che, con l'apporto di tutti/e si possa invertire questa tendenza pericolosa all'indifferenza».

Secondo voi il resto degli italiani sottovaluta o ignora il problema? L'informazione mainstream come ha riportato quanto accaduto e sta accadendo con il TAP?
«Probabilmente una sottovalutazione del problema è funzionale a un sistema che, da troppo tempo, impone il proprio modello di sviluppo. Un modello che non ha futuro, perché continuare a investire in fonti fossili, invece di supportare le energie rinnovabili, è un boomerang che ha già prodotto a livello mondiale troppi danni. Gli accordi di Parigi sul clima impongono un’inversione di tendenza che noi siamo decisi ad attuare. L’informazione è in gran parte “figlia” di questo sistema e ha, ovviamente, tutto l’interesse a diffondere notizie di parte, dipingendoci come violenti ed ignoranti. La pubblicazione "Cos'è cambiato con Tap", nel suo piccolo, si propone di fornire una visione “altra” di quello che succede realmente in queste latitudini».

Cosa vi hanno chiesto i vostri figli e cosa avete spiegato loro?
«Già con la prima pubblicazione, “Racconti sotto gli ulivi”, abbiamo voluto fornire ai nostri figli una risposta relativa a ciò che stava accadendo sotto i loro occhi. La spiaggia, la campagna di San Basilio dove loro hanno sempre giocato si stava trasformando, l’espianto degli ulivi e l’arrivo di “mostri” meccanici esigevano una spiegazione. Attraverso quelle fiabe abbiamo cercato di rendere quella situazione meno drammatica e più comprensibile anche ai più piccoli. Continuiamo il nostro lavoro di controinformazione, utilizzando ovviamente linguaggi differenti in relazione agli interlocutori ai quali ci troviamo di fronte. Le fiabe e i racconti ai bimbi davanti al fuoco sono stati, anche per noi adulti, occasione di complicità e partecipazione».

Quali sono le aspettative che avete e che cosa potrebbe accadere? Siete ottimisti o pessimisti?
«Siamo ottimisti. Più che di aspettative però, vorremmo insistere sulla determinazione. Quella convinzione di sentirci dalla parte giusta di quel mondo che vogliamo lasciare in eredità alle nuove generazioni. Non vogliamo avallare un sistema speculativo, non vogliamo essere complici di chi punta esclusivamente al proprio profitto a discapito delle comunità, dei territori, dell’ambiente».

Perchè è opportuno che tutti gli italiani guardino quanto sta accadendo nei vostri territorio facendosi carico del problema e sostenendovi?
«Tap non è un problema salentino, ma si inserisce appieno nel sistema che noi denunciamo ormai corrotto che sottostà al progetto di qualsiasi grande opera imposta sui territori, a partire dal Tav fino al Muos. Combattere Tap è combattere questo sistema, dal Piemonte fino alla Sicilia. Inoltre il TAP non si ferma agli 8 chilometri melendugnesi che la multinazionale continua a mostrarci, ma, approdato sulle nostre coste dopo il lungo percorso che parte dal lontano Azerbaijan, prosegue lungo tutto lo stivale fino a Minerbio (Bo) e poi su verso il nord Europa. Solo con la solidarietà ed il sostegno di tutti possiamo condurre a vittoria questa battaglia di dignità e democrazia».

Fonte: https://www.terranuova.it/News/Ambiente/No-Tap-Ecco-il-libro-che-denuncia-il-vero-impatto-sulla-gente

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Tue, 18 Sep 2018 10:07:00 +0000
11 SETTEMBRE: 17 ANNI DI ATTACCHI ALLE COSCIENZE http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3274-11-settembre-17-anni-di-attacchi-alle-coscienze http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3274-11-settembre-17-anni-di-attacchi-alle-coscienze

11settembre

L’11 settembre 2001 è partita una nuova fase delle strategie della tensione tendenti ad ostacolare il risveglio delle coscienze umane.

Le forze mondiali anti-coscienza hanno portato a termine un enorme rito nero alle torri gemelle di New York. Una strage di innocenti immolati agli spiriti della paura, della rabbia e dell’odio che aleggiano nelle anime di tutti gli esseri umani. Perché evocarli, risvegliarli in modo così impattante per l’intera umanità fosse la base di partenza per una lunga campagna di strategie della tensione, capaci di ostacolare gli impulsi di amore degli esseri umani deviandoli verso i sentimenti più bassi.

Le grandi ondate di paura, terrore, odio, violenza e rabbia della prima metà del novecento, sopite dalla ripresa ideale e consumistica del secondo dopoguerra, sono state risvegliate quel giorno.

E subito dopo la macchina da guerra occidentale si è messa in moto per creare ferite tuttora sanguinanti in Medio Oriente, in Africa, attraverso il terrorismo e l’attuazione di un velenoso piano di emigrazione di massa incontrollata.

Una accurata gestione delle crisi economiche, dell’uso della chimica, di medicinali e cibi “deformati”, di onde elettromagnetiche sparse ovunque, avrebbe contribuito ulteriormente a indebolire ed ostacolare le coscienze in risveglio. E la politica sarebbe stata invasa sempre di più dalla corruzione, dai partiti dell’odio e da quelli della rabbia…

Chi ha organizzato la strage dell’11 settembre ?

 

A ben guardare non ha molto senso ormai chiedersi se sono stati i terroristi di al Qaeda oppure il Deep State americano tramite la CIA ed altri elementi. Si tratta chiaramente di un atto ben organizzato, pianificato ed eseguito per produrre il risultato che voleva produrre: l’inizio di una nuova, terribile strategia della tensione contro le coscienze umane.

E allora tutti gli attori diretti dalle forze mondiali anticoscienza sono stati attivati e coordinati per eseguire il piano: Al Qaeda, la Cia, altri servizi occidentali, gli eserciti, la finanza, i governi, i media, i partiti…

Tutti quelli che prima, durante e dopo l’11 settembre sono stati attivati per eseguire questa strategia. Compresi i nostri governi, che tuttora partecipano entusiasticamente alle missioni militari di questa operazione, ed alle spese militari enormi che sono necessarie…. Necessarie per combattere le nostre coscienze.

Cosa fare di fronte a questi ripetuti attacchi alla nostra interiorità?

Non lasciamoci condizionare, non lasciamoci impaurire, portare all’odio, all’intolleranza, alla rabbia..

Guardiamo con attenzione e consapevolezza alle nefandezze dei poteri oscuri, esterni ed interiori, e soprattutto concentriamoci su quanto di buono, per noi e per gli altri, possiamo fare nella quotidianità della nostra vita.

Di 11 settembre ce ne hanno fatti e ce ne faranno ancora. L’importante è che non abbiano effetto sulla nostra anima.

E poi, sappiamo bene che ogni operazione che fanno contro le nostre coscienze, non fa che risvegliarne altre…

]]>
carotenutoteam@iol.it (Fausto Carotenuto) Politica Tue, 11 Sep 2018 10:02:47 +0000
Perchè i 5 Stelle stanno facendo di tutto per far crescere la Lega http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3269-perche-i-5-stelle-stanno-facendo-di-tutto-per-far-crescere-la-lega http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3269-perche-i-5-stelle-stanno-facendo-di-tutto-per-far-crescere-la-lega

CIR 5S LegaGli ultimi sondaggi elettorali danno Lega e Movimento sostanzialmente appaiati al 29%. Ciò significa che in soli sei mesi il Movimento ha perso il 3%, e la Lega ha guadagnato quasi il 12%. Numeri simili, normalmente, spingerebbero un partito teoricamente giovane e dinamico a prendere serie contromisure. Invece Di Maio&Co proseguono imperterriti nell'opera di demolizione controllata del loro stesso consenso, come dimostra il salto mortale avvitato sulla proroga dell'autocertificazione vaccinale.

Ma è solo l'ultimo di una sequela di dietrofront e tentennamenti dei 5 stelle, che stanno perdendo clamorosamente la guerra d'immagine con la Lega.

 

5S Lega1Mentre infatti Salvini ha fatto jackpot con scenate cosmetiche fermando l'ingresso di poche centinaia di migranti, dando l'idea al proprio bacino (e non solo) di essere uomo d'azione efficace e immediata, gli elettori di Di Maio si sono sentiti dire che la Tav andrà avanti, che l'obbligo vaccinale non si tocca, per non parlare degli F35, ecc.

Il primo 3%, quelli più attenti, se lo sono quindi giocato. Non hanno abboccato alla buffonata del ricalcolo dei vitalizi, che non cambia di una virgola la realtà economica del paese. Dei rimanenti ce ne sono molti che cominciano ad avere dubbi, ma pensano che occorra dare tempo al tempo e sperano che qualcosa di veramente buono verrà fuori. Speriamo, ma se il buon giorno si vede dal mattino...

Parrebbe quindi che i 5 Stelle stiano tentando di allargarsi nel "bacino perduto" del PD, ma è evidente che sia una strategia perdente, almeno nel corto-medio termine: se sono stati sbaragliati solo sei mesi fa, è perchè la gente non ne può più di partiti-zerbino delle lobby. E' per questo che hanno votato per chi gli sembrava estraneo al giro.

5S LegaEd è per questo che la Lega sale vertiginosamente, perchè danno l'impressione di dare battaglia a lobbies e UE, anche se poi non fanno un gran chè. Altri sei mesi così e rischiano di andare al 40%.

Per il momento comunque, il governo dovrebbe restare stabile. Almeno fin quando non sarà stato completato il "rinnovamento" degli apparati burocratici statali, vera anima dello Stato. Una volta cambiati  tutti i dirigenti cambiabili dei ministeri, della RAI e delle partecipate, allora questo governo probabilmente non avrà più motivo di essere.

Ma da qui ad allora i pentastellati dovranno inventarsi qualcosa di vero, se vorranno rimanere forza di governo. Già ora i numeri dicono che una coalizione di centrodestra prenderebbe oltre il 42% dei voti. Se il trend continuasse potrebbero avere la maggioranza assoluta. Perchè fare il Ministro dell'Interno, quando puoi fare il Primo Ministro?

Ma perchè questo andazzo?

Per trarre un senso da questa apparente inettitudine bisogna abbandonare lo scacchiere italiano e guardare quello continentale.

La modalità con cui la formazione del super-stato europeo è stata fatta procedere negli ultimi venti anni ha esaurito il suo corso. Il monoblocco gesuito-massonico (Draghi, Barroso, Juncker, Van Rompuy, ecc), la crisi economica volutamente creata e prolungata con politiche apparentemente suicide e/o predatorie hanno finito per creare grandi bacini di euroscetticismo che rischiano col tempo di far sembrare il monoblocco un po' come è sembrato il PD agli elettori nostrani lo scorso marzo. Per questo gli scetticismi vanno incanalati e guidati, tenendo sempre a mente che la trasformazione della macroarea europea in stato unico è un passo fondamentale per la globalizzazione intesa come creazione dello stato mondiale. Quindi si sta passando da una fase "granitica" ad una di aperto "divide et impera" in cui l'euroscetticismo va affidato non solo a forze populiste, ma possibilmente a quelle più becere, così che quando oltrepasseranno le linee della decenza, e lo faranno, il rifugio sicuro sarà il vecchio e caro "più Europa!". 

Per questo scopo la Lega ha una marcia in più rispetto ai 5 Stelle, nonchè una certa affinità elettiva con i gruppi a cui è stato affidato l'euroscetticismo nel resto d'Europa.

Ovviamente nessuno (quasi) in entrambi i partiti si rende conto di ciò che succede. E' un peccato, perchè una presa di coscienza da parte di Deputati e Senatori e militanti, soprattutto 5Stelle, potrebbe portare a cambiamenti realmente importanti non solo in Italia.

Comunque qualcosa sembrerebbe muoversi all'interno dei gruppi parlamentari pentastellati, primi cenni di dissenso con le vette imperscrutabili del partito. Sarebbe opportuno che sempre più parlamentari si rendano conto che in questo momento hanno in mano un potere che non avevano quando il Movimento era all'opposizione. Infatti, mentre prima i "dissidenti" venivano messi alla porta non appena accennavano a voler usare la propria testa, ora questa leva non esiste più: se i vertici cacciano via i pensanti, finiranno per non avere i numeri per governare. Cosa che i vertici vogliono evitare specialmente in questa fase in cui il rinnovamento degli apparati burocratici è ancora in atto. Speriamo quindi che chi è nella posizione, e ha il cervello e il cuore per fare qualcosa di buono, approfitti della situazione.

]]>
enricocarotenuto@gmail.com (Enrico Carotenuto) Politica Fri, 07 Sep 2018 09:07:57 +0000
ECCO LA LISTA DEI MEDICI ITALIANI E DELLE FONDAZIONI, UNIVERSITÀ FINANZIATI DALLA GLAXO-SMITH-KLINE NEL 2015, 2016 E 2017 http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3256-ecco-la-lista-dei-medici-italiani-e-delle-fondazioni-universita-finanziati-dalla-glaxo-smith-kline-nel-2015-2016-e-2017 http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3256-ecco-la-lista-dei-medici-italiani-e-delle-fondazioni-universita-finanziati-dalla-glaxo-smith-kline-nel-2015-2016-e-2017

CIR Lista GlaxoA SORPRESA NELLA LISTA COMPARE L’ISTITUTO SUPERIORE DELLA SANITÀ

IL CODACONS: LA TRASPARENZA È D’OBBLIGO, A COSA SERVONO QUESTI SOLDI?

Il Codacons ha deciso di pubblicare sul proprio sito, per ovvie ragioni di trasparenza di corretta informazione ai cittadini, la lista dei medici italiani e delle fondazioni/università/istituti finanziati dalla casa farmaceutica Glaxo-Smith-Kline, così come diffuso dalla EFPIA. Inoltre il Codacons inoltrerà questo elenco all’Anac, a seguito dell’esposto già presentato per conflitto di interessi nei confronti del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Gualtiero Ricciardi.

La EFPIA (European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations) è infatti un’associazione delle industrie farmaceutiche, con una rappresentanza diretta di 33 associazioni nazionali e 40 case farmaceutiche leader, caratterizzata da forte accento sulla trasparenza che richiede ai propri affiliati. È proprio per rispondere a questa richiesta che la Glaxo-Smith-Kline ha reso pubblici, fra le altre cose, anche gli elenchi dei medici italiani che nel 2015/2016/2017 hanno ricevuto finanziamenti (a titolo di servizi, consulenze, eventi vari).

Nonostante manchino riferimenti nel dettaglio rispetto a questi finanziamenti, e per lo più ci si limiti a riferimenti generici, il totale elargito dalla Glaxo-Smith-Kline appare in crescita: più di 11 milioni nel 2015, più di 13 milioni nel 2016, quasi 15 milioni nel 2017. ora, la domanda è lecita: a cosa servono questi soldi?

Tra Università, Fondazioni e Aziende Ospedaliere stupisce, in particolare, leggere il nome dell’Istituto Superiore di Sanità (125.660,00 nel 2016, 93.940,00 euro nel 2017 per “servizi e consulenze”): appare quanto meno inopportuno, infatti, che l’organo tecnico-scientifico del Servizio Sanitario Nazionale rientri nella lista, e sarebbe davvero il caso di spiegare le ragioni di questi trasferimenti – diffondendone i dettagli – così da accrescere la trasparenza e la conoscenza sul punto. Il che, è ovvio, non potrebbe che contribuire alla credibilità complessiva del Sistema Sanitario Nazionale.

Di seguito i report citati:

GSK_IT_2015_EFPIA_HCPO_Disclosure_Report

GSK_IT_2016_EFPIA_HCPO_Disclosure_Report

GSK_IT_2017_EFPIA_HCPO_Disclosure_Report

Fonte: https://codacons.it/ecco-la-lista-dei-medici-italiani-e-delle-fondazioni-universita-finanziati-dalla-glaxo-smith-kline-nel-2015-2016-e-2017/

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Tue, 21 Aug 2018 13:43:18 +0000
Prima Repubblica, quarto potere - Una lezione antica http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3253-prima-repubblica-quarto-potere-una-lezione-antica http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3253-prima-repubblica-quarto-potere-una-lezione-antica

CIR Quarto PotereCon tanti altri figli del baby boom, ho fatto in tempo anch'io a conoscere la Prima Repubblica. L'ho vista e vissuta da bambino nei suoi risvolti pratici, quelli dell'Italia spendacciona (leggi socialdemocratica) e provinciale (leggi sovrana). Da adolescente, prima che un manipolo di magistrati smantellasse tutto, ne intravidi anche i metodi politici.

di Il Pedante

Nel mio paese alla periferia della periferia di un grande capoluogo del Nord, la Democrazia Cristiana aveva il volto del parroco don Remigio e del maestro Orlando. Il primo fu a capo della parrocchia per più di trent'anni. Andai a trovarlo poco prima che morisse, nel suo paese natale all'imbocco della Valsassina, dove si era ritirato. In quella grande casa c'erano migliaia di libri. Don Remigio mi spiegò che, essendo anche una sezione locale della DC, vi si era costituita una piccola biblioteca a disposizione dei militanti. Sugli scaffali trovai di tutto: autori cristiani di ogni epoca, romanzi anche recenti, classici greci e latini, saggi, enciclopedie, dizionari e grammatiche di lingue straniere. In un angolo a parte, una collezione di poeti in lingua còrsa di cui Remigio era cultore.

Il maestro Orlando era un ex seminarista che insegnava religione nei licei, grecista e bibliofilo, giornalista e critico cinematografico. È ancora vivo. Oltrepassati gli ottanta ha pubblicato una bella raccolta di poesie in cui si dichiara omosessuale e racconta il tormento di avere represso quel segreto per tutta la vita, ricavandone una lunga e grave depressione. Oggi ne parla con serenità e ha imparato ad amarsi come Dio lo ha creato.

Il braccio secolare dei due uomini DC era un gruppetto di industriali e dirigenti d'azienda che in quattro decenni, dal '50 ai primi anni '90, ha dato lavoro a mezzo paese. Di questi, l'unico ancora in vita ha incassato una serie impressionante di lutti famigliari e si è visto l'azienda, un tempo leader in Europa, messa in ginocchio dall'apertura del mercato ai produttori stranieri, dalle delocalizzazioni dei concorrenti e dagli squilibri del cambio.

Più sotto c'era la «scuola di partito». Che non era un luogo, ma un sistema capillare di reclutamento e formazione delle nuove leve politiche che pescava dal vivaio cattolico per eccellenza, l'oratorio. Lì si selezionavano i «talenti» da preparare alla professione politica - non ci si vergognava allora di definire la politica una professione: difficile, nobile, faticosa - e a un cursus honorum che dagli aspera dei consigli comunali poteva dischiudere gli astra del governo nazionale.

***

Nei primissimi anni '90 frequentai brevemente la «scuola di partito». Le «lezioni» si tenevano in gruppo in una saletta dell'oratorio sotto la guida di ragazzi più grandi già avviati alla carriera, o dallo stesso Orlando. Ciò che mi colpì - allora negativamente - fu il fatto che durante i corsi non si parlava della situazione politica allora attuale, né di storia dei partiti, né di leggi o di diritto pubblico. Gli istruttori si limitavano a sbattere sul tavolo un pacco di quotidiani del giorno e ad analizzarne con noi non già le notizie, ma il modo di dare le notizie. Ci invitavano, ad esempio, a interrogarci sul perché alcuni giornali riportassero in prima pagina fatti che in altri occupavano poco spazio o non erano affatto menzionati, sui toni utilizzati nel testo, sulla scelta dei titoli, delle foto, dei commenti. Nel corso dell'analisi ci fornivano informazioni sul posizionamento politico degli editori, sul contesto delle notizie e sugli interessi sottesi ai fatti riportati, ma in modo indiretto e mai sistematico, come tessere che i candidati, con l'avanzare della formazione, avrebbero dovuto autonomamente comporre.

Per un tredicenne «normale» era francamente un po' troppo e cedetti presto alla noia. Ma ripensandoci oggi, oggi che quel mondo e quel modo di fare politica non esistono più, mi rendo conto che per quei formatori e per la tradizione in cui si erano a loro volta formati, una conoscenza precisa e disincantata della macchina dell'informazione, delle sue leve retoriche e del suo vero ruolo di costruzione e decostruzione del consenso non era solo un bagaglio importante per chi si avvia alla carriera politica, ma il primo, fondamentale requisito di accesso a quella carriera, tanto da mettere in ombra, filtrandola, ogni altra competenza. Perché agli esponenti della scuola democristiana - come, immagino, anche di quella comunista e delle altre - era lampante che le narrazioni della stampa sono per chi è governato, non per chi governa. E che la lettura dei giornali non serve ad avere le notizie, se non per eterogenesi dei fini e in mancanza di fonti migliori, ma per conoscere e anticipare le intenzioni di chi scrive, pubblica e finanzia i giornali. Per quei maestri il politico doveva al limite ispirare l'informazione ma mai, per nessun motivo al mondo, lasciarsene ispirare.

Quelle preoccupazioni e quei metodi possono sembrare ossessivi, ma il tempo trascorso da allora ha dimostrato che non lo erano affatto. Oggi alcuni amici, credendomi interno alle cose del Palazzo, mi chiedono consigli su come iniziare una carriera politica. Io mi rallegro che come allora ci siano persone, soprattutto giovani, che desiderano impegnarsi nel governo comune, ma quando chiedo loro quali siano i loro programmi scopro che, a seconda dei casi e del giorno del mese, essi intendono contrastare «l'avanzata delle destre» o «i comunisti», dichiarare guerra al «razzismo», al «populismo» o alla «corruzione» (che-mangia-miliardi), «fare qualcosa» per i «migranti», frenare le «spese pazze» dello Stato, «mettere ordine nei conti pubblici» eccetera. Al che mi taccio. Non perché quelle idee non meritino discussione. La meriterebbero se fossero appunto... idee e non parafrasi, nei contenuti e nelle formule, degli editoriali del giorno. Se aggiungessero un'analisi o quantomeno una parola, un punto di vista, a ciò che può già leggersi nelle bacheche delle edicole, nei titoli dei telegiornali o sui portali web dell'informazione «accreditata». Se ci fosse insomma la sensazione, anche vaga, che ci si stia solo affacciando da una piccola finestra distorta sul mondo e sulle possibili scelte di pensiero e di azione per comprendere e per cambiare quel mondo.

Capisco allora che sta accadendo oggi ciò che ieri l'Orlando e i suoi giovani assistenti temevano: che il quarto potere di Welles, diventato il primo, avrebbe dettato a chi fa la politica e a chi sogna di farla non solo l'agenda ma più gravemente i confini di un dicibile e di un percepibile da non oltrepassare. Che pochi manovratori avrebbero condotto le classi politiche come falene alla luce, illuminando questo o quel minuscolo spigolo del tutto e lasciando sprofondare nel buio tutto ciò che non deve essere compreso, né disturbato. Già oggi sempre più politici, docili al guinzaglio della rassegna stampa mattutina, commentano le notizie mentre le notizie commentano i politici che commentano le notizie, in un teatro degli specchi tutto letterario in cui trionfa la parola e i fatti seguono a distanza, o non seguono affatto.

Tornando ai miei giovani amici, avrei potuto risponder loro che destra e sinistra sono due modi antichi e legittimi di intendere i rapporti sociali, ma che non devono necessariamente identificarsi ne «le destre» e ne «le sinistre» di cui scrivono oggi - non ieri, né domani - i giornali. E che il dramma delle migliaia che entrano nel nostro Paese non è più urgente di quello delle migliaia che lo lasciano, dei milioni che non possono o non vogliono partire e dei miliardi che, in generale, non hanno la fortuna di riscaldare il cuore o l'interesse della grande «opinione». E ancora, che il problema dei soldi pubblici si colloca nella loro definizione e giurisdizione, non nella loro quantità. Sono sicuro che avrebbero compreso senza fatica queste e altre nozioni, ma non altrettanto che avrebbero riconosciuto loro la dignità di esistere al di fuori del cono di luce del riflettore mediatico. Perché il merito è accessibile solo a patto che il metodo ne autorizzi l'inclusione. Temo perciò che sarebbe servito a poco.

Affinché la filologia e l'educazione al possibile diventino sistema e non tesi stravaganti di qualche blogger o anziano professore, servirebbe altro, ad esempio una scuola. Come la vecchia scuola di partito della vecchia Repubblica. Che forse anche per questo motivo, pur tra i tanti suoi limiti, ha smesso di esistere.

fonte: http://ilpedante.org/post/prima-repubblica-quarto-potere

]]>
enricocarotenuto@gmail.com (Enrico Carotenuto) Politica Mon, 20 Aug 2018 12:37:46 +0000
Il ponte dei soldi, il ponte degli avvoltoi, il ponte del dolore http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3248-il-ponte-dei-soldi-il-ponte-degli-avvoltoi-il-ponte-del-dolore http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3248-il-ponte-dei-soldi-il-ponte-degli-avvoltoi-il-ponte-del-dolore

pontemorandi

Il ponte Morandi è crollato a Genova producendo tanti morti, feriti, sfollati, problemi e dolore per la gente comune.

La società privata che lo gestisce ha continuato a rappezzarlo negli anni – come ha fatto per tutte le autostrade italiane - con un occhio attento a fare quanto indispensabile per mantenere la concessione, ma soprattutto a garantire enormi profitti.

Ed è chiaro che per generare questi enormi profitti, mantenere ed aumentare le concessioni governative e le quotazioni in borsa, in Italia occorre avere a disposizione un apparato di “protezione”: lobbies massoniche, pezzi di partiti, di Chiesa, circuiti bancari e assicurativi, dirigenti “amici” al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, all’Anas, nella magistratura.

Un notissimo massone piduista molto introdotto in Vaticano – vero e proprio successore di Gelli - ha per anni manovrato per garantire a questa gente delle autostrade il massimo delle coperture. E quindi il massimo di profitti.

Si sa: amicizie, simpatie, protezioni…. generano profitti enormi. Ma questi profitti generano prima o poi tanti morti, feriti, sfollati, problemi di tutti i tipi e dolore per la gente comune.

Ed anche - loro non se ne rendono conto - buchi neri nelle anime di tutta questa filiera di avvoltoi.

La prima repubblica aveva già al suo interno forti germi di malaffare. Ma nel tessuto del quadro politico di allora c’erano ancora forti freni morali. La seconda repubblica, sorta sostanzialmente grazie all’assassinio di Moro, al vero e proprio golpe di tangentopoli ed all’avvento al potere di ondate di individui proni al capitale finanziario nazionale ed internazionale, ha prodotto una degenerazione pressoché totale.

L’industria e i servizi pubblici sono stati saccheggiati da stormi di avvoltoi: trasporti, acqua, energia, chimica, comunicazioni, stabilimenti di tutti i tipi, sono stati distribuiti a voraci pescecani. Il cui scopo non era dare servizi alla gente, ma solo incrementare i profitti. E l’operazione è stata fatta dopo aver tolto dal tessuto politico - con omicidi e colpi di mano - elementi di moralità o quanto meno di sovranità che ancora contavano per la generazione di Moro, Pertini, Craxi ed altri leaders della prima repubblica.

Le istituzioni e i partiti, ridotti a deboli strutture rette da ominicchi servi dei poteri finanziari ed anticoscienza nazionali ed internazionali, hanno facilitato tutto questo.

Ora questa “terza repubblica” annunciata dalla nuova maggioranza M5s-Lega, afferma di voler fare pulizia, di voler togliere di mezzo questo sistema di malaffare.

Noi speriamo veramente che, almeno in parte, riesca veramente a farlo. E che non si fermi solo a voler cambiare con uomini propri le corrotte dirigenze attuali. Lasciando sostanzialmente intatto un sistema di potere oscuro e finanziario internazionale che, in fondo, vuole solo rinnovare una classe politica e dirigenziale. Una classe che il potere vero - quello anticoscienza dietro le quinte - considera ormai talmente corrotta, esaurita ed inefficiente da non essere più utile come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica.

Nel frattempo tragedie umane colme di dolore: tanti morti, feriti, sfollati, problemi di tutti i tipi e dolore per la gente comune.

Speriamo che almeno tutto questo generi ancora, per reazione, risvegli di coscienza.

]]>
carotenutoteam@iol.it (Fausto Carotenuto) Politica Thu, 16 Aug 2018 05:46:48 +0000
La legge che dice la verità su Israele http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3225-la-legge-che-dice-la-verita-su-israele http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3225-la-legge-che-dice-la-verita-su-israele

Israeli Apartheid

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una delle leggi più importanti della sua storia, oltre che quella più conforme alla realtà. La legge sullo stato-nazione (che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico nazionalismo di Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette fine anche alla farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno.

di , Haaretz, Israele

Se lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraica. Israele dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non uno stato formato dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante. È una legge sincera.

Le proteste contro la proposta di legge erano nate soprattutto come un tentativo di conservare la politica di ambiguità nazionale.

Il presidente della repubblica, Reuven Rivlin, e il procuratore generale di stato, i difensori pubblici della moralità, avevano protestato, ottenendo le lodi del campo progressista. Il presidente aveva gridato che la legge sarebbe stata “un’arma nelle mani dei nemici di Israele”, mentre il procuratore generale aveva messo in guardia contro le sue “conseguenze internazionali”. La prospettiva che la verità su Israele si riveli agli occhi del mondo li ha spinti ad agire. Rivlin, va detto, si è scagliato con grande vigore e coraggio contro la clausola che permette ai comitati di comunità di escludere alcuni residenti e contro le sue implicazioni per il governo, ma la verità è che a scioccare la maggior parte dei progressisti non è stato altro che vedere la realtà codificata in legge.

Era bello dire che l’apartheid riguardava solo il Sudafrica

Anche il giurista Mordechai Kremnitzer ha denunciato invano il fatto che la proposta di legge avrebbe “scatenato una rivoluzione, né più né meno. Sancirà la fine di Israele come stato ebraico e democratico”. Ha poi aggiunto che la legge avrebbe reso Israele un paese guida “per stati nazionalisti come Polonia e Ungheria”, come se non fosse già così da molto tempo. In Polonia e Ungheria non esiste un popolo che esercita la tirannia su un altro popolo privo di diritti, un fatto che è diventato una realtà permanente e un elemento inscindibile del modo in cui agiscono Israele e il suo governo, senza che se ne intraveda la fine.

Tutti questi anni d’ipocrisia sono stati piacevoli. Era bello dire che l’apartheid riguardava solo il Sudafrica, perché lì tutto il sistema si basava su leggi razziali, mentre noi non avevamo alcuna legge simile. Dire che quello che succede a Hebron non è apartheid, che quello che succede in Cisgiordania non è apartheid e che l’occupazione in realtà non faceva parte del regime. Dire che eravamo l’unica democrazia della regione, nonostante i territori occupati. Era piacevole sostenere che, poiché gli arabi israeliani possono votare, la nostra è una democrazia egualitaria. O fare notare che esiste un partito arabo, anche se non ha alcuna influenza. O dire che gli arabi possono essere ammessi negli ospedali ebraici, che possono studiare nelle università ebraiche e vivere dove meglio credono (sì, come no).

Ma quanto siamo illuminati. La nostra corte suprema ha stabilito, nel caso dei Kaadan, che una famiglia araba poteva comprare una casa a Katzir, una comunità ebraica, solo dopo anni di dispute. Quanto siamo tolleranti nel consentire agli arabi di parlare arabo, una delle lingue ufficiali. Quest’ultima è chiaramente una menzogna. L’arabo non è mai stato neanche remotamente trattato come una lingua ufficiale, come succede invece per lo svedese in Finlandia, la cui minoranza è nettamente più piccola di quella araba in Israele.

Era comodo ignorare che i terreni di proprietà del Fondo nazionale ebraico, che includono buona parte delle terre dello stato, erano riservati ai soli ebrei, una posizione sostenuta dalla corte suprema, e affermare che fossimo una democrazia. Era molto più piacevole considerarci egualitari.

Adesso ci sarà uno stato che dice la verità. Israele è solo per gli ebrei, anche sulla carta. Lo stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. I suoi arabi sono cittadini di seconda classe e i suoi abitanti palestinesi non hanno statuto, non esistono. Il loro destino è determinato da Gerusalemme, ma non sono parte dello stato. È più facile per tutti così.

Rimane un piccolo problema con il resto del mondo, e con l’immagine d’Israele che questa legge in parte macchia. Ma non è un grave problema. I nuovi amici d’Israele saranno fieri di questa legge. Per loro sarà una luce che illumina le nazioni. Tanto le persone dotate di coscienza di tutto il mondo conoscono già la verità, e da tempo devono farci i conti. Sarà un’arma nelle mani del movimento Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele)? Sicuramente. Israele se l’è guadagnata, e ora ne ha fatto una legge.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Fonte: https://www.internazionale.it/opinione/gideon-levy/2018/07/19/israele-legge-nazione

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Thu, 19 Jul 2018 18:39:27 +0000
Il Ministero della verità (versione Pedante) http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3219-il-ministero-della-verita-versione-pedante http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3219-il-ministero-della-verita-versione-pedante

fakenews TastoNella mattinata di mercoledì 6 giugno ho avuto il piacere di partecipare ai lavori del convegno Propaganda in the EU organizzato da Marco Zanni nelle sale del Parlamento Europeo a Bruxelles, dove ho presentato il personaggio e i lavori de Il Pedante (qui le slide). Nel corso dell'evento è stato denunciato con forza il fenomeno della «lotta alle fake news» con cui si mira, anche nel nostro Paese (leggasi l'inquietante DDL Gambaro, n. 2688), a limitare la libertà di espressione sulla rete internet adducendo la «falsità» e l'«odio» di alcuni suoi contenuti. A modesta integrazione di quanto è già stato detto in quella sede, mi piace sviluppare qui una riflessione pedante sul tema.

di Il Pedante

Il punto più dirimente e rivelatore del baraccone giuridico delle «fake news» è naturalmente il fatto che, nella pratica quando non anche nella teoria, si indirizza solo alle informazioni diffuse «attraverso piattaforme informatiche» (DDL Gambaro, art. 1), cioè su internet e i social network, facendo salvi i canali della stampa «accreditata» e delle istituzioni. Come ha esemplificato Marcello Foa, le notizie false, anche solo per distrazione o conformismo, sono però «democratiche» e toccano tutti, dall'anonimo commentatore di Twitter alle segreterie di Stato. Le bufale della provetta di Colin Powell, dell'esecuzione dell'ex fidanzata di Kim Jong Un o della morte del giornalista e dissidente russo Arkadij Babchenko, che colpivano rispettivamente i governi nemici dell'Iraq, della Corea del Nord e della Russia di Vladimir Putin (soddisfacendo così anche i requisiti dell'«odio») o, ancora, le accuse senza prove rivolte al governo siriano in una serie di attacchi alla popolazione civile o a quello russo nell'attentato all'ex spia Sergej Skripal, trovavano spazio anche su testate giornalistiche considerate autorevoli e prestigiose. Riferendo sui temi economici, Alberto Bagnai ha documentato nel suo intervento casi di informazioni non veritiere diffuse in televisione e sui giornali (ad esempio qui, qui o qui) e poi sbugiardate dagli utenti dei social network in modo così virale da costringere in certi casi gli autori a scusarsene. Il senatore leghista dimostrava così che la gerarchia ad auctoritatem sottesa al paradigma delle «fake news» può essere ribaltata e che la pluralità delle voci, riflettendo una pluralità di interessi, costituisce la miglior polizza contro l'impunità del falso.

Da una ricerca recentemente commissionata dall'agenzia di stampa Reuters all'Università di Oxford è emerso che in Italia non più del 3,5% degli utenti internet ha consultato siti internet di «fake news» nel 2017, laddove, ad esempio, i siti di Repubblica e del Corriere della Sera raggiungevano rispettivamente il 50,9% e il 47,7% del pubblico. E ancora, che il tempo trascorso mensilmente sui siti internet identificati come «inaffidabili» da «fact-checker indipendenti e altri osservatori» non superava i 7,5 milioni di minuti: l'1,7% di quelli spesi su Repubblica (443,5 milioni), il 2,5% di quelli spesi sul Corriere (296,6 milioni). Anche nei bassifondi di Facebook, così temuti dai benpensanti, le interazioni con il sito di Repubblica superavano di ben 35 volte la media delle citazioni dei siti incriminati (14 volte nel caso del Corriere). Ora, è evidente che un'informazione scorretta cagiona danni tanto più gravi quanto è maggiore la sua diffusione e l'autorevolezza percepita di chi la produce. Sicché, se si volesse davvero arginare la piaga delle «fake news» sarebbe logico concentrare l'attenzione e l'eventuale vis sanzionatoria sui più blasonati prodotti dell'industria mediatica e televisiva, non sulle periferie strampalate o carbonare del web. Ma poiché ciò non avviene - e avviene anzi il contrario - è facile intuire l'effetto oppressivo di queste misure, al netto delle intenzioni o illusioni di chi le promuove. Giacché tutti possono commettere errori, discriminarne le conseguenze fonda i presupposti di un monopolio del falso.

***

Mentre i relatori spendevano parole giustamente infuocate contro queste avanguardie censorie camuffate da morale di Stato, riflettevo sul fatto che un rischio così enorme per l'equilibrio democratico delle nostre comunità sembra essere non solo scarsamente percepito dai fruitori dell'informazione, ma in certi casi addirittura invocato come una garanzia. L'ascesa propedeutica dei «cacciatori di bufale» sul web - quasi sempre monotoni apologeti di una narrazione dominante in senso letterale, cioè di chi domina nei rapporti politici, economici e sociali - segnala un bisogno non tanto di verità, ma di identificare la verità con il potere in carica per realizzare l'«illusione fondamentale» della propria «credenza in un mondo giusto» (M. J. Lerner 1980). Che questo bisogno si rinforzi e si coltivi in un contesto di chiara flessione della fiducia nelle istituzioni in senso ampio - politiche, ma anche economiche, culturali, scientifiche ecc. - si spiega in alto come un tentativo di dogmatizzare messaggi sempre più miseramente traditi dalla prova empirica, in basso come un denial psicologico per non dissipare gli investimenti, in primis emotivi e reputazionali, profusi nell'aderire a quei messaggi. Come nella fiaba del lupo di Fedro, i fallimenti della pars dominans si addebitano ai soccombenti che li denunciano: i «falsari» come i «fascisti», i «populisti», i «rancorosi» e gli «ignoranti» sono gli antagonisti di carta su cui dovrebbe misurarsi l'alta, difficile e sofferta missione dei dominatori, rinverginati perché alle prese con rischi rigorosamente «epocali».

In punto di metodo, se è vero che la «lotta alle fake news» minaccia la democrazia, la sua accettazione segnala che quella minaccia si è già concretizzata a monte e sta già producendo i suoi effetti. Il fatto stesso che se ne debba discutere, che solo si prenda in considerazione l'idea di riservare ai forti il diritto di zittire i deboli, fa arretrare la linea dello scontro non già su chi attacca ma su chi, attaccato, si consegna al nemico. Perché la democrazia non prevede la disseminazione dei poteri, anche di parola e di critica, come una nota a margine, ma vi si fonda per intero affinché dalla contrapposizione degli interessi e delle idee emerga per correzione reciproca la migliore approssimazione di ciò che è «giusto» e «vero» per tutti.

Sarebbe tuttavia poco limitare l'allarme al requisito democratico, perché l'arretramento sotteso a questi dibattiti è così rocambolesco e puerile da travolgere il buon senso politico, e non solo, degli ultimi due o tre millenni. L'incompatibilità tra verità e potere è ontologica: non perché i potenti mentano (lo fanno spesso, possono non farlo) ma perché la prima è un giudizio, il secondo un atto che, per la costruzione dei concetti, è sempre assoggettabile a un giudizio. In epoche remote quell'incompatibilità era talmente ovvia che anche il più dispotico dei monarchi ambiva ad assicurarsi (con alterne fortune) l'appoggio dell'autorità religiosa per accreditare i suoi messaggi: perché era inconcepibile che la verità si incarnasse negli uomini in quanto potenti e tanto più se potenti, portatori cioè di enormi, spesso inconfessabili interessi. Ciò a cui si assiste oggi è il tentativo farsesco di recuperare, svuotandolo, quel paradigma predemocratico sostituendo al certificatore celeste i certificandi governi e ai ministri divini le commissioni, gli osservatori «indipendenti» e i debunker assoldati dal principe.

Così la coazione al «progresso» produce un regresso al cubo, un cortocircuito all'insegna di una teologia laica dove il governo degli uomini diventa il surrogato feticcio di un inquisitore senza dio, di un pastore del mondo «venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37). La spavalda ebbrezza del progressista di sentirsi «adulto» per avere irriso e negato le consuetudini, i miti e le «superstizioni» del passato lascia un vuoto in cui torna la nostalgia di un padre onnisciente a cui affidarsi per discernere il vero. Ma avendolo freudianamente ucciso, si rigetta nello stesso fango da cui voleva risorgere, con la stessa fede. In questa illusione circolare, di consegnarsi legati al problema per liberarsi dal problema, il bisogno disperato di un'informazione veritiera diventerebbe allora, in modo certo e definitivo, senza speranza.

Fonte: http://ilpedante.org/post/il-ministero-della-verita

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Mon, 16 Jul 2018 10:09:34 +0000
Ma questa ministra Trenta per chi lavora? Ricorda la storia dei Trenta Denari… http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3215-ma-questa-ministra-trenta-per-chi-lavora-ricorda-la-storia-dei-trenta-denari http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3215-ma-questa-ministra-trenta-per-chi-lavora-ricorda-la-storia-dei-trenta-denari

trentaCerto noi speriamo che questa Signora lavori, e bene, per noi tutti. Ma una vicenda di questi giorni fa sorgere seri e fondati dubbi.

Il Ministro della Difesa pentastellato Trenta ha dichiarato delle cose veramente “oscene” in America sulla conferma degli F-35 e sull'aumento enorme delle spese militari, ed è stata poi costretta a fare una parziale frenata in Italia. Ma a ben guardare solo parziale, ed anche debolissima.

Ricordiamo che la Trenta viene dai corsi e dall'insegnamento in una strana università, la Link University… un vero incrocio di influenze gesuite ed atlantiste, presieduta dal vecchio democristiano Enzo Scotti… , ed ha poi fatto una bella carriera tra Difesa ed affari connessi alla Difesa. “Strana” come pentastellata…

In una intervista alla rivista militare USA Defense News (clicca per il link), la ministra Trenta aveva affermato: “ E’ un programma (quello degli F-35) che abbiamo ereditato ed abbiamo molti problemi da risolvere; ecco perché valuteremo il programma considerando i benefici tecnologici per l’interesse nazionale… Quello che vorrei fare è alleggerire il carico dato che abbiamo altri impegni di spesa (militari) in Europa. Cercheremo di allungare i tempi delle consegne invece di tagliare gli ordini. Il che ridurrà gli effetti negativi e le penalità”.

Certo una bella virata di 180 gradi rispetto ai proclami di anni dei M5S sul taglio netto degli F-35, per usare quei soldi in spese sociali per i cittadini. I soldi, se si risparmieranno, ma non è detto, finiranno ancora in spese militari.

 

(continua a leggere in basso)

 

Ed ecco che alla ministra deve essere arrivata dai vertici pentastellati una tirata di orecchie fortissima perchè quello che ha detto in America, riportato dai "nemici" dell'Huffington Post, è dal punto di vista comunicativo un pugno nello stomaco della base pentastellata e di tanti che hanno votato per il M5S. Cosicché rapidamente la ministra si presenta alla trasmissione Omnibus di La7 per dire: “Non compreremo più altri F-35”… ma poi stranamente ribadire che bisogna vedere se conviene farlo. (vedi l’intervista a questo link ), che si cercherà di allungare i tempi (di cosa, se non delle future consegne di aerei? ) e confermare che comunque se si risparmiassero dei soldi andrebbero in progetti militari Europei.

Quindi non andrebbero a spese sociali o a migliorare il tenore di vita delle persone !

In effetti il vero problema degli F-35 non erano gli aerei in sé, ma l’enorme spesa che questi comportavano. Se ora si dice che la ministra vuole levare (forse) soldi dagli aerei per metterli in altri programmi militari, il problema rimane lo stesso: una grande fregatura per gli italiani.

Ma non basta: la ministra Trenta si è ben guardata dallo smentire ( e la giornalista non glielo ha chiesto) una cosa ben peggiore degli F-35. A dir poco scandalosa.

Sempre alla rivista americana aveva dichiarato di aver assicurato personalmente a Bolton (l’NSC, il Kissinger dell’amministrazione Trump) che il suo governo vuole raggiungere nei prossimi anni una spesa militare pari al 2% del PIL.

Vale a dire passare dagli attuali già elevatissimi 23 miliardi l'anno (che comprendono gli F-35) a ben 39 miliardi di euro!!! Il più grande aumento di spese militari della storia della repubblica...

Al confronto lo scandalo degli F-35 impallidisce… Ma su questo, tra le smentite della Trenta non c’è traccia.

Un vero scandalo…. Vergogna.

A chi verranno sottratti quei soldi visto che il PIL non accenna ad aumentare? A quali spese sociali, sanitarie, pensionistiche, scolastiche, culturali, di salvaguarduia del territorio… verranno sottratti soldi per comprare armi e fare missioni militari di “pace” all’estero?

E Di Battista, e Fico che dicono? Qui si vedrà se sono veri o finti.

E la base pentastellata dorme infinocchiata da questi nuovi gattopardi?

Speriamo e contiamo su un loro risveglio prima che sia troppo tardi.

 

]]>
carotenutoteam@iol.it (Fausto Carotenuto) Politica Sun, 08 Jul 2018 09:46:34 +0000
Copyright, la partita non è finita. Quattro punti irrinunciabili perché la prossima proposta sia seria http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3213-copyright-la-partita-non-e-finita-quattro-punti-irrinunciabili-perche-la-prossima-proposta-sia-seria http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3213-copyright-la-partita-non-e-finita-quattro-punti-irrinunciabili-perche-la-prossima-proposta-sia-seria

Il Parlamento europeo – 278 favorevoli, 318 contrari e 31 astenuti – ha detto no all’approvazione della proposta di direttiva sul copyright, rinviando il testo alla discussione in aula a settembre. La foto del tabellone del voto elettronico postata via Twitter da Julia Reda – l’eurodeputato del Partito Pirata tedesco, animatrice della protesta contro la proposta di direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale – ha fatto il giro di mezza Europa nello spazio di una manciata di minuti.

di Guido Scorza

parlamento europeo 1200x545 c 990x450

 

Tweet RedaÈ l’immagine più plastica della vittoria di chi, specie nelle ultime settimane, ha fatto il possibile per far cambiare idea agli europarlamentari che nella Commissione giuridica avevano dato il via libera alla proposta e della sconfitta dell’industria dei contenuti che avrebbe voluto, a ogni costo, che oggi il Parlamento europeo votasse sì, chiudendo, di fatto – anche se non nelle liturgie di Bruxelles – la partita. Ma si sbaglierebbe ad archiviare semplicisticamente il voto di oggi come la vittoria di alcuni e la sconfitta di altri, come il giorno della verità – come, pure, qualcuno inevitabilmente, titolarità nelle prossime ore e ad abbandonarsi a rumorosi festeggiamenti.

Oggi dovrebbe, in realtà, essere il giorno della serietà. La partita non è finita ma, al contrario, appena iniziata. Demolire, come è noto, è più facile di costruire. L’Europa delle libertà e dei diritti fondamentali e quella – perché va detto senza abbandonarsi a utopici eccessi di romanticismo – quella dei gestori delle grandi piattaforme di aggregazione di contenuti editoriali e pubblicati dagli utenti ha dato una straordinaria prova di forza ma la parte più difficile inizia adesso. È ora che, accantonati gli spot, le campagne favorevoli e contrarie e i manifesti, ci si metta tutti insieme a lavorare a una modifica della proposta di direttiva che sia più equilibrata, moderna, attuabile e rispettosa dei diritti di tutti rispetto a quella alla quale gli europarlamentari hanno appena detto di no.

 

Fallire oggi in questo intento, andare al muro contro muro, limitarsi a fare melina – va detto con eguale determinazione a entrambe le parti ma, forse, in questo caso, specie ai protagonisti del fronte del no – offenderebbe il lavoro, l’intelligenza, la straordinaria passione civile di quanti, nelle ultime settimane, sono riusciti a trasformare un sì che appariva quasi scontato in un no e, soprattutto, consegnerebbe alla storia l’immagine di una società civile digitale capace di distruggere ma incapace di contribuire alla costruzione di un’infrastruttura normativa della quale è innegabile l’ecosistema digitale ha bisogno perché il mercato e la tecnologia, da soli, non bastano a governare fenomeni complessi dai quali dipendono diritti e interessi straordinariamente rilevanti.

Le regole servono, sono indispensabili, necessarie e preziose ma devono essere giuste, eque e accessibili, includere i diritti e gli interessi di tutti nella società online e non escludere quelli di nessuno. Non è vero che la libertà online può – o addirittura deve – fare a meno delle regole. Le regole – se sono quelle giuste – sono garanzia di libertà. Ed è per questo che ora si tratta di cominciare a lavorare tutti assieme a una proposta di direttiva che riconosca ai titolari dei diritti un’adeguata tutela senza, tuttavia, comprimere al di là della soglia del democraticamente sostenibile gli altri diritti e interessi.

Bisognerebbe mettere sul tavolo un elenco di elementi irrinunciabili per ciascuno dei portatori dei diversi interessi e, poi, provare a assemblare un testo che soddisfi i più senza sacrificare troppo i diritti dei meno. Mettere d’accordo tutti, conciliare le posizioni più estreme – da una parte e dall’altra – non sarà possibile ma far meglio di quanto si era fatto sin qui, sembra, al contrario, un risultato accessibile.

Ecco i miei primi paletti, non sono tutti, ma sono quelli irrinunciabili.

1. Nessuna deroga in fatto di giurisdizione: quando la pubblicazione di un contenuto è lecita e quando viola i diritti di qualcuno lo decide solo e sempre un giudice e un’autorità anche nell’ambito di procedimenti sommari, cautelari, urgenti, veloci e, eventualmente, persino basati sull’utilizzo di tecnologie di intelligenza artificiale moderne, terze e imparziali.

2. Chiunque pubblica un contenuto online, se lo vede rimuovere, deve poter contestare la decisione e ottenere giustizia in un tempo non superiore rispetto a quello che occorrerà garantire a chi ritiene che quel contenuto sia stato pubblicato in violazione dei propri diritti.

3. Nessuna concessione a filtri o sistemi automatici gestiti da soggetti privati.

4. Nessuna concessione all’idea secondo la quale decidere se esiste o non esiste una violazione dei diritti d’autore è questione binaria o algoritmica che possa essere risolta nella verifica della circostanza che un pezzo dell’opera di tizio sia stata usato senza il suo consenso. Le libere utilizzazioni sono un pezzo essenziale della disciplina autorale, ne rappresentano una gamba e non un orpello, un optional o un accessorio. Si chiameranno anche eccezioni ai diritti d’autore ma sono eccezioni necessarie perché il diritto d’autore resti un ecosistema giusto, equo, rispettoso dei diritti di tutti e, soprattutto, il cui fine ultimo sia massimizzare la produzione e circolazione dei contenuti creativi, culturali e informativi e non semplicemente le rendite di posizione di pochi.

Per i tanti altri vincoli – da una parte e dall’altra – c’è ora un’intera estate che, speriamo, sia di riflessione, dialogo e confronto ma non di scontro, non più.

È il momento della prova di serietà, quello nel quale è fondamentale fare appello alle nostre coscienze perché restino al loro posto, vigili e attente ma capaci di suggerirci di rinunciare, in parte, a qualcuna a cui pure teniamo, nell’interesse degli altri membri della comunità unica digitale che è  il vero irrinunciabile e unico presupposto del mercato unico digitale.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/07/05/copyright-la-partita-non-e-finita-quattro-punti-irrinunciabili-perche-la-prossima-proposta-sia-seria/4472850/

 

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Fri, 06 Jul 2018 09:20:47 +0000