Politica http://www.coscienzeinrete.net Sun, 24 Mar 2019 16:11:02 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it “Io, ex vicesegretario dell’Onu vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio” http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3446-io-ex-vicesegretario-dell-onu-vi-spiego-il-grande-imbroglio-della-crisi-in-venezuela-tra-wall-street-e-petrolio http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3446-io-ex-vicesegretario-dell-onu-vi-spiego-il-grande-imbroglio-della-crisi-in-venezuela-tra-wall-street-e-petrolio

CIR Venezuela Imbroglio 2 19Se c’è una lezione che si impara dirigendo una grande organizzazione internazionale come l’Onu è che, nelle cose del mondo, la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi giorni si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.

di Pino Arlacchi - Vicesegretario Generale dell’Onu dal 1997 al 2002

(Generalmente noi di Coscienze In Rete non prendiamo mai per buone le dichiarazioni dell'ONU. In particolar modo di coloro che raggiungono alte cariche all'interno di quella organizzazione. Il perchè lo abbiamo spiegato ripetutamente nel corso degli anni, e chi vuole comprendere meglio può fare una ricerca sul nostro sito usando la parola chiave "ONU" o può leggere il nostro dossier sui club mondialisti. Siamo però anche consci che l'unico modo di ottenere informazioni reallistiche, in una società così controllata dalle piramidi del potere, sia di raccogliere le briciole d'informazione che cadono quando due o più piramidi se le danno di santa ragione. In quest'ottica questo articolo di Pino Arlacchi ci sembra molto informativo. - Nota di CIR)

Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.

Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).

Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.

Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.

Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street – I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.

Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.

È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/02/27/venezuela-in-crisi-cosa-nasconde-il-grande-imbroglio/5000660/?fbclid=IwAR0E0NB8iAG6YpG2gT0-90PR5sfJ6qwXcVCnHYLUcFsS3EJPrVqfPduFkwk

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Thu, 28 Feb 2019 09:23:06 +0000
The making of Juan Guaidò - Il fantoccio creato in laboratorio per il colpo di stato in Venezuela. http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3432-the-making-of-juan-guaido-il-fantoccio-creato-in-laboratorio-per-il-colpo-di-stato-in-venezuela http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3432-the-making-of-juan-guaido-il-fantoccio-creato-in-laboratorio-per-il-colpo-di-stato-in-venezuela

Prima della data fatidica del 22 gennaio, meno di 1 su 5 venezuelani avevano mai sentito parlare di Juan Guaidó. Solo pochi mesi fa, il trentacinquenne era un personaggio oscuro in un gruppo di estrema destra di scarsa influenza politica, strettamente associato a macabri atti di violenza di strada. Anche nel suo stesso partito, Guaidó era una figura di medio livello nell'Assemblea Nazionale dominata dall'opposizione, che sta ora agendo in maniera incostituzionale.

di Dan Cohen e Max Blumenthal

Guaidò

Ma dopo una sola telefonata dal vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, Guaidó si è proclamato presidente del Venezuela. Unto come capo del suo paese da Washington, uno sguazzatore di bassifondi politici precedentemente sconosciuto è stato fatto salire sul palcoscenico internazionale, selezionato dagli Stati Uniti come il leader della nazione con le maggiori riserve petrolifere del mondo.

Facendo eco al consenso di Washington, il comitato editoriale del New York Times ha definito Guaidó un "rivale credibile" per il presidente Nicolás Maduro con uno "stile rinfrescante e una visione per portare avanti il ​​Paese." Il comitato editoriale di Bloomberg lo ha applaudito per aver cercato "il ripristino della democrazia", e il Wall Street Journal lo ha dichiarato "un nuovo leader democratico". Al contempo il Canada, numerose nazioni europee, Israele e il blocco dei governi latinoamericani di destra conosciuti come il gruppo di Lima hanno riconosciuto Guaidó come il leader legittimo del Venezuela.

Mentre Guaidó sembra essersi materializzato dal nulla, è, in realtà, il prodotto di oltre un decennio di coltivazione attenta da parte delle "fabbriche di cambio di regime" del governo degli Stati Uniti. Accanto a un gruppo di attivisti studenteschi di destra, Guaidó è stato coltivato per minare il governo socialista, destabilizzare il paese e un giorno prendere il potere. Sebbene sia stato una figura minore nella politica venezuelana, ha passato anni a dimostrare la sua "dignità" nelle sale del potere di Washington.

"Juan Guaidó è un personaggio creato per questa circostanza", ha detto a Grayzone Marco Teruggi, sociologo argentino e tra i principali cronisti della politica venezuelana. "È la logica di laboratorio: Guaidó è come una miscela di diversi elementi che creano un personaggio che, in tutta onestà, oscilla tra risibile e preoccupante".

Diego Sequera, giornalista e scrittore venezuelano per l'agenzia investigativa Mision Verdad, concorda: "Guaidó è più popolare fuori dal Venezuela che dentro, specialmente nelle élite Ivy League e nei circoli di Washington". "È un personaggio conosciuto lì, è prevedibilmente di destra ed è considerato fedele al programma."

Mentre Guaidó è oggi venduto come il volto della restaurazione democratica, ha trascorso la sua carriera nella fazione più violenta del partito di opposizione più radicale del Venezuela, posizionandosi in prima linea in una campagna di destabilizzazione dopo l'altra. Il suo partito è stato ampiamente screditato in Venezuela, ed è ritenuto in parte responsabile della frammentazione di un'opposizione fortemente indebolita.

"Questi leader radicali non hanno più del 20 percento nei sondaggi d'opinione", scrive Luis Vicente León, il principale sondaggista del Venezuela. Secondo Leon, il partito di Guaidó rimane isolato perché la maggioranza della popolazione non vuole la guerra. "Quello che vogliono è una soluzione."

Ma questo è precisamente il motivo per cui Guaidó è stato scelto da Washington: non è previsto che guidi il Venezuela verso la democrazia, ma che collassi un paese che negli ultimi due decenni è stato un baluardo di resistenza all'egemonia degli Stati Uniti. La sua improbabile ascesa segna il culmine di un progetto durato due decenni per distruggere un solido esperimento socialista.

Obbiettivo "Troika della tirannia"

Dall'elezione del 1998 di Hugo Chavez, gli Stati Uniti hanno combattuto per ripristinare il controllo sul Venezuela e le sue vaste riserve petrolifere. I programmi socialisti di Chavez hanno in parte ridistribuito la ricchezza del paese e aiutato a sollevare milioni dalla povertà, ma gli hanno anche dipinto un bersaglio sulle spalle. Nel 2002, l'opposizione di destra venezuelana lo depose con un colpo di stato che aveva il sostegno ed il riconoscimento degli Stati Uniti, ma l'esercito ripristinò la sua presidenza dopo una mobilitazione popolare di massa. Durante le amministrazioni dei presidenti degli Stati Uniti George W. Bush e Barack Obama, Chavez è sopravvissuto a numerosi tentativi di omicidio, prima di soccombere al cancro nel 2013. Il suo successore, Nicolás Maduro, è sopravvissuto a tre attentati.

Guaidò1
Maduro mostrato come un fantoccio di Fidel Castro in una protesta anti-governativa nel marzo 2014.

L'amministrazione Trump ha immediatamente elevato il Venezuela al vertice della lista dei cambi di regime di Washington, dandogli il marchio di leader di una "troika della tirannia". L'anno scorso, la squadra di sicurezza nazionale di Trump ha cercato di reclutare membri dell'esercito venezuelano per istaurare una giunta militare, ma questo sforzo è fallito. Secondo il governo venezuelano, gli Stati Uniti erano anche coinvolti in una trama chiamata Operazione Costituzione per catturare Maduro nel palazzo presidenziale di Miraflores, e un'altra chiamata Operazione Armageddon per assassinarlo a una parata militare nel luglio 2017. Poco più di un anno dopo, i leader dell'opposizione esiliata hanno cercato di uccidere Maduro, usando droni-bomba durante una parata militare a Caracas.

Più di un decennio prima di questi intrighi, un gruppo di studenti dell'opposizione di destra fu selezionato e curato da un'accademia di formazione d'elite per il cambio di regimi, finanziata dagli Stati Uniti per rovesciare il governo venezuelano e ripristinare l'ordine neoliberista.

Allenamento per l'insurrezione

Il 5 ottobre 2005, con la popolarità di Chavez al suo apice e il suo governo che pianifica vasti programmi socialisti, cinque "leader studenteschi" venezuelani arrivarono a Belgrado, in Serbia, per iniziare l'addestramento per un'insurrezione.

Gli studenti erano arrivati ​​dal Venezuela per gentile concessione del Centro per le azioni e strategie nonviolente applicate, o CANVAS. Questo gruppo è finanziato in gran parte attraverso il National Endowment for Democracy, un cut-out della CIA che funziona come il braccio principale del governo degli Stati Uniti per promuovere i cambi di regime; e propaggini come l'International Republican Institute e il National Democratic Institute for International Affairs. Secondo le e-mail interne trapelate da Stratfor, una società di intelligence nota come "La CIA-ombra", "CANVAS potrebbe aver ricevuto finanziamenti e addestramento dalla CIA durante la lotta anti-Milosevic del 1999/2000".

CANVAS è uno spin-off di Otpor, un gruppo di protesta serbo fondato da Srdja Popovic nel 1998 all'Università di Belgrado. Otpor, che significa "resistenza" in serbo, è stato il gruppo studentesco che ha guadagnato fama internazionale - e la pubblicità di Hollywood - mobilitando le proteste che alla fine hanno fatto cadere Slobodan Milosevic. Questa piccola cellula di specialisti del cambio di regime operava secondo le teorie del defunto Gene Sharp, il "Von Clausewitz della lotta non violenta". Sharp aveva lavorato con un ex analista della Defense Intelligence Agency, il colonnello Robert Helvey, per ideare le linee guida per l'utilizzo della protesta come una forma di guerra ibrida, mirata agli stati che resistevano alla dominazione unipolare di Washington.

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Otpor agli MTV Europe Music Awards del 1998. (Brian Rasic)

Otpor è stato sostenuto dal National Endowment for Democracy, dall'USAID e dall'Istituto Albert Einstein di Sharp. Sinisa Sikman, uno dei cratori di Otpor, una volta ha detto che il gruppo ha persino ricevuto finanziamenti diretti della CIA. Secondo un'e-mail trapelata dallo staff di Stratfor, dopo aver eliminato Milosevic dal potere, "i ragazzi che gestivano OTPOR sono cresciuti, si sono vestiti bene e hanno progettato CANVAS ... o in altre parole un gruppo "export-a-revolution" che ha gettato i semi delle varie altre "rivoluzioni colorate". Sono ancora legati ai finanziamenti degli Stati Uniti e fondamentalmente vanno in giro per il mondo cercando di rovesciare dittatori e governi autocratici (quelli che agli USA non piacciono) ".

Stratfor ha rivelato che CANVAS "ha rivolto la sua attenzione al Venezuela" nel 2005, dopo aver addestrato i movimenti di opposizione che hanno portato le operazioni di cambio di regime pro-NATO in tutta l'Europa orientale.

Mentre monitorava il programma di formazione CANVAS, Stratfor ha delineato il suo programma insurrezionalista in un linguaggio straordinariamente chiaro: "Il successo non è affatto garantito, e i movimenti studenteschi sono solo l'inizio di quello che potrebbe essere uno sforzo di anni per innescare una rivoluzione in Venezuela, ma i formatori sono le persone che si sono fatte le ossa col "Macellaio dei Balcani". Hanno delle abilità pazzesche. Quando vedrete studenti in cinque università venezuelane tenere dimostrazioni simultanee, saprete che la formazione è finita e il vero lavoro è iniziato. "

Generazione 2007

Il "vero lavoro" è iniziato due anni dopo, nel 2007, quando Guaidó si è laureato presso l'Università Cattolica Andrés Bello di Caracas. Si è trasferito a Washington, DC, per iscriversi al corso di governance e gestione politica presso la George Washington University sotto la guida dell'economista venezuelano Luis Enrique Berrizbeitia, uno dei principali economisti neoliberali latinoamericani. Berrizbeitia è un ex direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale che ha trascorso oltre un decennio lavorando nel settore energetico venezuelano sotto il vecchio regime oligarchico che è stato estromesso da Chavez.

Quell'anno, Guaidó contribuì a guidare i raduni anti-governativi dopo che il governo venezuelano rifiutò di rinnovare la licenza di Radio Caracas Televisión (RCTV). Questa stazione privata svolse un ruolo di primo piano nel colpo di stato del 2002 contro Hugo Chavez. RCTV aiutò a mobilitare i manifestanti anti-governativi, diffondendo informazioni false che incolpavano i sostenitori del governo di atti di violenza compiuti in realtà dai membri dell'opposizione e censurò tutte le dichiarazioni pro-governative in occasione del colpo di stato. Il ruolo di RCTV e di altre stazioni di proprietà degli oligarchi nel guidare il fallito tentativo di colpo di stato è stato ben descritto nell'acclamato documentario "La rivoluzione non sarà trasmessa".

Nello stesso anno, gli studenti rivendicarono il merito di aver soffocato il referendum costituzionale di Chavez per un "socialismo del XXI secolo" che prometteva di "impostare il quadro legale per la riorganizzazione politica e sociale del paese, dando un potere diretto alle comunità organizzate come prerequisito per lo sviluppo di un nuovo sistema economico ".

Dalle proteste su RCTV e referendum, nacque un gruppo specializzato di attivisti del cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti. Si sono definiti "Generation 2007."

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Yon Goicoechea vince il premio Milton Friedman del 2008 di Cato Institute for Advancing Liberty.

I formatori di Stratfor e CANVAS di questa cellula hanno identificato un organizzatore chiamato Yon Goicoechea, alleato di Guaidó - quale "fattore chiave" nel soffocamento de referendum costituzionale. L'anno seguente, Goicochea fu ricompensato per i suoi sforzi con il Milton Friedman Prize for Advancing Liberty del Cato Institute, insieme a un premio di $ 500.000, che investì prontamente nella costruzione della sua rete politica Prima la Libertà (Primero Justicia).

Friedman, naturalmente, era il padrino del famigerato think tank neoliberista dei Chicago Boys che fu importato in Cile dal leader della giunta dittatoriale Augusto Pinochet per attuare politiche di radicale austerità fiscale in stile "shock-doctrine". E il Cato Institute è il think tank libertario di Washington, fondato dai fratelli Koch, due grandi donatori del Partito repubblicano che sono diventati aggressivi sostenitori della destra in tutta l'America Latina.

WikiLeaks ha pubblicato un'e-mail del 2007 che l'ambasciatore americano in Venezuela William Brownfield ha inviato al Dipartimento di Stato, al Consiglio di sicurezza nazionale e al Comando meridionale del Dipartimento della Difesa elogiando "la Generazione del '07" per aver "costretto il presidente venezuelano, abituato a fissare l'agenda politica, a reagire spropositatamente". Tra i "leader emergenti "identificati da Brownfield c'erano Freddy Guevara e Yon Goicoechea. Ha applaudito quest'ultima figura come "uno dei difensori più articolati delle libertà civili".

Riempiti di denaro dagli oligarchi libertari, i quadri radicali venezuelani hanno portato le loro tattiche Otpor nelle strade, insieme a una loro particolare versione del logo del gruppo, come mostrato di seguito:

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La manipolazione del sentimento Anti-Chavez

Nel 2009, gli attivisti giovanili di Generation 2007 hanno messo in scena la loro dimostrazione più provocatoria, calandosi i pantaloni nelle strade e scimmiottando le "scandalose" tattiche di guerrilla delineate da Gene Sharp nei suoi manuali sul cambio di regime. I manifestanti si erano mobilitati contro l'arresto di un alleato di un altro gruppo giovanile chiamato JAVU. Questo gruppo di estrema destra "raccolse fondi da una varietà di fonti governative degli Stati Uniti, che gli permisero di acquisire rapida notorietà come l'ala più dura dei movimenti di opposizione", secondo il libro dell'accademico George Ciccariello-Maher, "Building the Commune".

Mentre i video della protesta non sono disponibili, molti venezuelani hanno identificato Guaidó come uno dei suoi partecipanti chiave. Sebbene l'accusa non sia confermata, è certamente plausibile; i manifestanti con le natiche nude erano membri del nucleo interno di Generazione 2007 a cui apparteneva Guaidó e indossavano le T-shirt col loro marchio di fabbrica "Resistencia!", come da foto:

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Quell'anno, Guaidó si espose al pubblico in un altro modo, fondando un partito politico per catturare l'energia anti-Chavez che la sua Generazione 2007 aveva coltivato. Il partito, chiamato "Volontà popolare", fu guidato da Leopoldo López, un purosangue di destra educato a Princeton, pesantemente coinvolto nei programmi del National Endowment for Democracy ed eletto sindaco di un distretto di Caracas tra i più ricchi del paese. Lopez era un ritratto dell'aristocrazia venezuelana, direttamente discendente dal primo presidente del suo paese. È anche cugino carnale di Thor Halvorssen, fondatore della Human Rights Foundation, con sede negli Stati Uniti, che funge da facciata pubblicitaria per gli attivisti anti-governativi sostenuti dagli Stati Uniti in paesi presi di mira da Washington.

Sebbene gli interessi di Lopez fossero allineati perfettamente con quelli di Washington, i documenti diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks mettevano in luce le tendenze fanatiche che avrebbero portato alla marginalizzazione dal consenso popolare. Un comunicato identificava Lopez come "una figura di divisione all'interno dell'opposizione ... spesso descritta come arrogante, vendicativa e assetata di potere". Altri hanno evidenziato la sua ossessione per gli scontri e il suo "approccio intransigente" come fonte di tensione con altri leader dell'opposizione, che davano priorità all'unità e alla partecipazione alle istituzioni democratiche del Paese.

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Il fondatore di Volontà popolare Leopoldo Lopez con sua moglie, Lilian Tintori

Nel 2010 Volontà Popolare e i suoi sostenitori stranieri si sono mossi per sfruttare la peggiore siccità da decenni, che colpì il Venezuela. La grande carenza di energia elettrica aveva colpito il paese a causa della scarsità d'acqua, necessaria per alimentare le centrali idroelettriche. La recessione economica globale e un calo dei prezzi del petrolio aggravarono la crisi, provocando il malcontento pubblico.

Stratfor e CANVAS - i principali consiglieri di Guaidó e dei suoi quadri anti-governativi - escogitarono un piano scandalosamente cinico per pugnalare al cuore la rivoluzione bolivariana. Il piano prevedeva un crollo del 70% del sistema elettrico del paese già nell'aprile 2010.

"Questo potrebbe essere l'evento spartiacque, poiché c'è poco che Chavez possa fare per proteggere i poveri dal fallimento di quel sistema", dichiara il memorandum interno di Stratfor. "Questo avrà probabilmente l'effetto di galvanizzare i disordini pubblici in un modo che nessun gruppo di opposizione potrebbe mai sperare di generare. A quel punto, un gruppo di opposizione potrebbe servirsene per approfittare della situazione e scagliare l'opinione pubblica contro Chavez".

In quel momento l'opposizione venezuelana riceveva $ 40-50 milioni l'anno da organizzazioni governative statunitensi come USAID e National Endowment for Democracy, secondo un rapporto del think tank spagnolo, l'Istituto FRIDE. Aveva anche una grande ricchezza da attingere dai suoi conti, che erano per lo più al di fuori del paese.

Ma lo scenario immaginato da Statfor non si realizzò, gli attivisti del Partito della Volontà Popolare e i loro alleati misero quindi da parte ogni pretesa di non violenza e si unirono in un piano radicale di destabilizzazione del paese.

Destabilizzazione violenta

Nel novembre 2010, secondo le e-mail ottenute dai servizi di sicurezza venezuelani e presentate dall'ex ministro della Giustizia Miguel Rodríguez Torres, Guaidó, Goicoechea e diversi altri attivisti studenteschi hanno partecipato ad un corso di formazione segreto di cinque giorni presso l'hotel Fiesta Mexicana di Città del Messico. Le sessioni sono state condotte da Otpor, i formatori del cambio regime a Belgrado appoggiati dal governo degli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, l'incontro aveva ricevuto la benedizione di Otto Reich, un esiliato cubano fanaticamente anticastrista che lavorava nel Dipartimento di Stato di George W. Bush, e dall'ex presidente colombiano di destra Alvaro Uribe.

All'hotel Fiesta Mexicana, Guaidó ei suoi compagni attivisti hanno ordito un piano per rovesciare Hugo Chavez generando il caos attraverso spasmi prolungati di violenza di strada.

Tre personaggi dell'industria petrolifera - Gustavo Torrar, Eligio Cedeño e Pedro Burelli - hanno a quanto pare pagato il conto di $ 52.000 dell'albergo. Torrar è un autoproclamato "attivista per i diritti umani" e "intellettuale" il cui fratello minore Reynaldo Tovar Arroyo è il rappresentante in Venezuela della società petrolifera messicana privata Petroquimica del Golfo, che ha un contratto con lo stato venezuelano.

Cedeño, da parte sua, è un fuggitivo uomo d'affari venezuelano che ha chiesto asilo negli Stati Uniti, e Pedro Burelli un ex dirigente della JP Morgan e l'ex direttore della compagnia petrolifera nazionale venezuelana Petroleum of Venezuela (PDVSA). Lasciò la PDVSA nel 1998 mentre Hugo Chavez prendeva il potere e faceva parte del comitato consultivo del programma di leadership in America Latina della Georgetown University. (Toh! - Nota di CIR)

Burelli ha insistito sul fatto che le e-mail che dettagliavano la sua partecipazione erano state inventate e persino assunto un investigatore privato per dimostrarlo. L'investigatore dichiarò che i registri di Google mostravano che le e-mail che si presumeva fossero sue non vennero mai trasmesse.

Eppure oggi Burelli non fa mistero del suo desiderio di vedere deposto l'attuale presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e anche di volerlo trascinato per le strade e sodomizzato con una baionetta, come accaduto al capo libico Mohammar Gheddafi così trattato dai miliziani sostenuti dalla NATO.

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La presunta trama di Fiesta Mexicana è confluita in un altro piano di destabilizzazione rivelato in una serie di documenti mostrati dal governo venezuelano. Nel maggio 2014, Caracas ha rilasciato documenti che descrivono un complotto di omicidio contro il presidente Nicolás Maduro. Le fughe di notizie hanno identificato Maria Corina Machado, con sede a Miami, come leader del piano. Un'estremista con un debole per la retorica estrema, Machado ha funto da collegamento internazionale per l'opposizione, incontrando addirittura il presidente George W. Bush nel 2005.

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Maria Corina Machado e George W. Bush, 2005.

"Penso che sia tempo di raccogliere gli sforzi; fai le chiamate necessarie e ottieni finanziamenti per annientare Maduro e il resto andrà in pezzi ", ha scritto Machado in una e-mail all'ex diplomatico venezuelano Diego Arria nel 2014.

In un'altra email, Machado sosteneva che la trama violenta aveva la benedizione dell'ambasciatore statunitense in Colombia, Kevin Whitaker. "Ho già deciso e questa lotta continuerà fino a quando questo regime non sarà rovesciato e consegneremo il risultato ai nostri amici nel mondo. Se sono andata a San Cristobal e mi sono esposta all'OAS, non ho paura di nulla. Kevin Whitaker ha già riconfermato il suo sostegno e ha sottolineato i nuovi passaggi. Abbiamo un libretto degli assegni più forte di quello del regime per rompere l'anello di sicurezza internazionale. "

Guaidó si dirige verso le barricate

Nel febbraio 2014, i manifestanti studenteschi che agivano come truppe d'assalto per l'oligarchia in esilio eressero barricate in tutto il paese, trasformando quartieri controllati dall'opposizione in fortezze violente note come "guarimbas". Mentre i media internazionali ritraevano lo sconvolgimento come una protesta spontanea contro la regola del pugno di ferro di Maduro, ci sono molte prove che fosse Volontà Popolare ad orchestrare lo spettacolo.

"I manifestanti delle università non indossavano le loro magliette, tutti indossavano magliette di Volontà Popolare o Justice First", ha detto un partecipante alla Guarimba all'epoca. "Potrebbero essere stati gruppi di studenti, ma i consigli studenteschi sono affiliati ai partiti politici di opposizione e sono responsabili nei loro confronti".

Alla domanda su chi fossero i capobanda, il partecipante alla guarimba ha dichiarato: "Beh, ad essere onesti, quei ragazzi ora sono in parlamento".

Circa 43 sono stati i morti durante le guarimbas del 2014. Le stesse violenze eruttarono di nuovo tre anni dopo, causando grandi distruzioni di infrastrutture pubbliche, l'assassinio di sostenitori del governo e la morte di 126 persone, molte delle quali erano Chaviste. In diversi casi, i sostenitori del governo sono stati bruciati vivi da bande armate.

Guaidó è stato direttamente coinvolto nelle guarimbas del 2014. Infatti, ha twittato un video in cui si mostrava vestito con un elmetto e una maschera antigas, circondato da elementi mascherati e armati che avevano bloccato un'autostrada e che si stavano impegnando in uno scontro violento con la polizia. Alludendo alla sua partecipazione alla Generazione 2007, proclamava: "Ricordo che nel 2007, abbiamo proclamato, 'Studenti!' Ora, gridiamo, 'Resistenza! Resistenza!' (Otpor! - Nota di CIR)

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Guaidó ha cancellato il tweet, dimostrando un'apparente preoccupazione per la sua immagine di paladino della democrazia.

Il 12 febbraio 2014, durante il culmine dei Guarimbas di quell'anno, Guaidó si è unito a Lopez sul palco di una manifestazione di Volontà Popolare e Prima la Giustizia. Con un lungo discorso contro il governo, Lopez esortò la folla a marciare verso l'ufficio del procuratore generale Luisa Ortega Diaz. Poco dopo, l'ufficio di Diaz venne attaccato da bande armate che tentarono di bruciarlo. La Diaz ha definito l'episodio come "violenza programmata e premeditata".

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Guaidó al fianco di Lopez nella fatidica manifestazione del 12 febbraio 2014.

In un'apparizione televisiva del 2016, Guaidó ha liquidato come "mito" le morti risultanti da guayas - una tattica di guarimba che consiste nel piazzare filo spinato su una strada ad altezza della testa per ferire o uccidere motociclisti. I suoi commenti hanno minimizzato una tattica micidiale che aveva ucciso civili disarmati come Santiago Pedroza e decapitato un uomo di nome Elvis Durán, tra molti altri.

Questo insensibile disprezzo per la vita umana definisce Volontà Popolare agli occhi di gran parte del pubblico, compresi molti avversari di Maduro.

La stretta su Volontà Popolare

Con l'intensificarsi della violenza e della polarizzazione politica in tutto il paese, il governo ha iniziato ad agire contro i leader di Volontà Popolare.

Freddy Guevara, vicepresidente dell'Assemblea nazionale e secondo in comando di Volontà popolare, è stato il principale leader delle rivolte di strada del 2017. Di fronte a un processo per il suo ruolo nelle violenze, Guevara si è rifugiato nell'ambasciata cilena, dove rimane.

Lester Toledo, un legislatore di Volontà Popolare dello stato di Zulia, è stato ricercato dal governo venezuelano nel settembre 2016 con l'accusa di finanziamento del terrorismo e di complotto a fine di omicidi. Si dice che i piani siano stati preparati insieme all'ex presidente colombiano Álavaro Uribe. Toledo è fuggito dal Venezuela e ha fatto diverse tournée con Human Rights Watch, la Freedom House, il Congresso spagnolo e il Parlamento Europeo, sostenuto dal governo degli Stati Uniti.

Carlos Graffe, un altro membro della generazione 2007 addestrata da Otpor, che ha guidato Volontà Popolare. E' stato arrestato nel luglio 2017. Secondo la polizia, era in possesso di una borsa piena di chiodi, esplosivo C4 e un detonatore. È stato rilasciato il 27 dicembre 2017.

Leopoldo Lopez, il leader di lunga data di Volontà Popolare, è oggi agli arresti domiciliari, accusato di aver avuto un ruolo chiave nella morte di 13 persone durante i Guarimbas nel 2014. Amnesty International (Un garanzia di parzialità - Nota di CIR) ha elogiato Lopez come "prigioniero di coscienza" e ha sbattuto il suo trasferimento dal carcere a casa "non abbastanza bene". Nel frattempo, i familiari delle vittime di guarimba hanno presentato una petizione per ulteriori accuse contro Lopez.

Goicoechea, il poster-boy dei fratelli Koch e fondatore di Prima la Giustizia, sostenuto dagli Stati Uniti, è stato arrestato nel 2016 dalle forze di sicurezza, che hanno affermato di aver trovato un Kg. di esplosivo nel suo veicolo. In un editoriale del New York Times, Goicoechea ha protestato contro le accuse che definisce false e ha affermato di essere stato imprigionato semplicemente per il suo "sogno di una società democratica, libera dal comunismo". È stato liberato nel novembre 2017.

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David Smolansky, anche lui membro dell'originale Generation 2007 di Otpor, è diventato il più giovane sindaco venezuelano quando è stato eletto nel 2013 nel ricco sobborgo di El Hatillo. Ma è stato spogliato della sua posizione e condannato a 15 mesi di prigione dalla Corte Suprema dopo essere stato trovato colpevole di aver fomentato le violenze delle guarimbas.

Prima dell'arresto, Smolansky si rasò la barba, indossò occhiali da sole e scivolò in Brasile travestito da prete con una Bibbia in mano e il rosario al collo. Ora vive a Washington, DC, dove è stato scelto dal Segretario dell'Organizzazione degli Stati Americani Luis Almagro per guidare il gruppo di lavoro sulla crisi dei migranti e dei rifugiati venezuelani.

Lo scorso 26 luglio, Smolansky ha tenuto quella che ha definito una "riunione cordiale" con Elliot Abrams, il criminale condannato nel processo Iran-Contra, ora mandato da Trump come inviato speciale degli Stati Uniti in Venezuela. Abrams è noto per aver supervisionato la politica segreta degli Stati Uniti di armare gli squadroni della morte di destra durante gli anni '80 in Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Il suo ruolo principale nel colpo di stato venezuelano ha alimentato i timori che un'altra guerra per procura potrebbe essere in arrivo.

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Quattro giorni prima, Machado aveva urlato un'altra violenta minaccia contro Maduro, dichiarando che se "vuole salvarsi la vita, dovrebbe capire che il suo tempo è scaduto".

Pedine nel gioco di altri

Il collasso di Volontà Popolare, sotto il peso della violenta campagna di destabilizzazione che aveva avviato, ha alienato il consenso di ampi settori dell'opinione pubblica e ha costretto gran parte della sua leadership in esilio o in carcere. Guaidó è sempre rimasto una figura relativamente minore, ha infatti trascorso gran parte della sua carriera di nove anni all'Assemblea nazionale come sostituto. Originario di uno degli stati meno popolati del Venezuela, Guaidó arrivò secondo alle elezioni parlamentari del 2015, assicurandosi il postoin Assemblea con appena il 26% dei voti. In effetti, si può dire che il suo sedere fosse più conosciuto della sua faccia.

Guaidó è conosciuto come il presidente dell'Assemblea Nazionale, dominata dall'opposizione, ma non è mai stato eletto. I quattro partiti di opposizione che comprendevano il Tavolo di Unità Democratica dell'Assemblea avevano deciso di istituire una presidenza a rotazione. La svolta di Volontà Popolare era in arrivo, ma il suo fondatore, Lopez, era agli arresti domiciliari. Nel frattempo, il suo secondo incaricato, Guevara, si era rifugiato nell'ambasciata cilena. Juan Andrés Mejía avrebbe dovuto essere occupare la presidenza dell'Assemblea, ma per ragioni che ora sono maggiormente chiare, gli fu preferito Juan Guaidò.

"C'è un ragionamento di classe che spiega l'ascesa di Guaidó" osserva Sequera, l'analista venezuelano. "Mejía è di classe alta, ha studiato in una delle università private più costose del Venezuela e non poteva essere facilmente venduto al pubblico come Guaidó. Guaidó ha caratteristiche meticce comuni alla maggior parte dei venezuelani, e sembra più un uomo della gente. Inoltre, non era stato sovraesposto nei media, quindi poteva essere presentato in praticamente qualsiasi salsa. "

Nel dicembre 2018, Guaidó si è recato a Washington, in Colombia e in Brasile per coordinare la preparazione di manifestazioni di massa durante l'inaugurazione della presidenza Maduro. La notte prima della cerimonia di giuramento di Maduro, sia il vicepresidente Mike Pence che il ministro degli esteri canadese Chrystia Freeland hanno chiamato Guaidó per confermare il loro sostegno.

Una settimana dopo, il senatore Marco Rubio, il senatore Rick Scott e il rappresentante Mario Diaz-Balart - tutti i legislatori della base della destra della lobby di esilio cubano di destra - si sono uniti al presidente Trump e al vicepresidente Pence alla Casa Bianca. Su loro richiesta, Trump dichiarò che se Guaidó si fosse dichiarato presidente, lo avrebbe sostenuto.

Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha incontrato personalmente Guaidó il 10 gennaio, secondo il Wall Street Journal. Tuttavia, Pompeo non riusci a pronunciare  correttamente il nome di Guaidó quando lo menzionò in una conferenza stampa il 25 gennaio, riferendosi a lui come "Juan Guido".

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L'11 gennaio, la pagina di Wikipedia di Guaidó è stata modificata per 37 volte, mettendo in evidenza la lotta per modellare l'immagine di una figura precedentemente anonima che ora era un tableau per le ambizioni del cambio di regime di Washington. Alla fine, la supervisione editoriale della sua pagina è stata consegnata al consiglio di elite di Wikipedia "bibliotecari", che lo ha definito presidente "conteso" del Venezuela.

Guaidó sarà anche una mezza figura, ma la sua combinazione di radicalismo e opportunismo soddisfa i bisogni di Washington. "Quel pezzo interno era mancante", ha detto di Guaidó un funzionario dell'amministrazione Trump. "Era il pezzo di cui avevamo bisogno perché la nostra strategia fosse coerente e completa".

Brownfield, l'ex ambasciatore americano in Venezuela, ha dichiarato al New York Times "Per la prima volta abbiamo un leader dell'opposizione che sta chiaramente segnalando alle forze armate e alle forze dell'ordine che vuole tenerle dalla parte degli angeli e dei bravi ragazzi. "

Ma è stata Volontà Popolare di Guaidó a formare le truppe d'assalto delle guarimbas che hanno causato la morte di agenti di polizia e comuni cittadini. Si era persino vantato della propria partecipazione alle rivolte di strada. E ora, per conquistare i cuori e le menti dei militari e della polizia, Guaidò ha dovuto cancellare questa storia intrisa di sangue.

Il 21 gennaio, un giorno prima che il colpo di stato iniziasse sul serio, la moglie di Guaidó ha presentato un video che invitava i militari a insorgere contro Maduro. La sua esibizione è stata legnosa e poco accattivante, e sottolinea le limitate prospettive politiche del marito.

In una conferenza stampa di fronte ai suoi sostenitori, quattro giorni dopo, Guaidó ha annunciato la sua soluzione alla crisi: "Autorizzare un intervento umanitario!" (ovvero, autorizzare un'invasione del Venezuela - nota di CIR)

Mentre attende l'assistenza diretta, Guaidó rimane quello che è sempre stato - una marionetta frutto del progetto di ciniche forze esterne. "Non importa se si brucerà dopo tutte queste disavventure", dice Sequera del fantoccio del colpo di stato. "Per gli americani, è sacrificabile."

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Guaidò col grembiulino...

Max Blumenthal è un giornalista pluripremiato e autore di numerosi libri, tra cui "Gomorra Repubblicana", "Golia", "La guerra dei cinquanta giorni" e "La gestione della ferocia". Ha prodotto articoli per numerose pubblicazioni, molti video report e diversi documentari, tra cui "Killing Gaza." Blumenthal ha fondato The Grayzone nel 2015 per puntare un faro giornalistico sullo stato di guerra perpetua dell'America e le sue pericolose ripercussioni domestiche.

Dan Cohen è un giornalista e regista. Ha prodotto reportage video ampiamente distribuiti e materiale cartaceo da tutta Israele-Palestina. Dan è un corrispondente di RT America e tweets a @ DanCohen3000. Vedi il suo sito Web per maggiori informazioni.

Fonte: https://consortiumnews.com/2019/01/29/the-making-of-juan-guaido-us-regime-change-laboratory-created-venezuelas-coup-leader/

Traduzione di Enrico Carotenuto per Coscienzeinrete Magazine

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enricocarotenuto@gmail.com (Enrico Carotenuto) Politica Tue, 12 Feb 2019 10:26:24 +0000
Quando gli scienziati scomodi vengono cacciati... http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3439-quando-gli-scienziati-scomodi-vengono-cacciati http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3439-quando-gli-scienziati-scomodi-vengono-cacciati

Peter Gøtzsche, uno dei padri fondatori della Cochrane Collaboration, ente di revisione scientifica e ricerca che si dice indipendente, è stato cacciato dai vertici dell'organizzazione dopo avere pubblicato affermazioni scomode su alcuni argomenti risultati tabù, come il tamiflu, la mammografia e la vaccinazione anti HPV. Giovanni Peronato, dell'associazione "No Grazie Pago Io", torna sull'argomento proponendo la libera traduzione di un'interessante analisi della giornalista scientifica Melanie Newman.

di Giovanni Peronato

Cochrane 2 19

Un terremoto ha scosso la Cochrane a causa di divergenze interne in relazione alla revisione sistematica sulla vaccinazione anti-HPV. Un articolo del BMJ ci aiuta a capire, per cui ne
proponiamo una traduzione adattata.

Melanie Newman, l’autrice dell’articolo, è una giornalista scientifica che ha fatto parte del Bureau of Investigative Journalism, organizzazione indipendente e no-profit che si occupa di grandi inchieste sul potere, per la quale è stata autrice di report sulle attività di lobby e sui finanziamenti della politica.

L’espulsione di Peter Gøtzsche, uno dei padri fondatori della Cochrane, e le conseguenti dimissioni di 4 membri del consiglio di amministrazione, sono da considerare un segno di malessere interno dovuto ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni. Fondata da Iain Chalmers nel 1993 come una rete internazionale di 77 ricercatori, la Cochrane Collaboration era nata con lo scopo di aiutare i medici a prendere decisioni informate attraverso revisioni sistematiche di qualità. Si presta servizio gratis, uniti dal lavoro di squadra, si condividono i processi decisionali e si combattono i bias.
“Contro ogni autoritarismo” (“Challenge authority”) è il grido di battaglia sulla T shirt indossata da Chalmers. A 25 anni dalla nascita, la Cochrane è prospera, vanta 12.500 iscritti, e i suoi proventi sono raddoppiati negli ultimi 4 anni raggiungendo gli 8 milioni di sterline. Ha aperto nuovi centri in Asia e America del sud, può contare su 7.500 revisioni, delle quali la metà di libero accesso, scaricate milioni di volte.

Quantità, non qualità
Ecco il dilemma di molti critici, come David Hammerstein, già membro del consiglio di amministrazione, per il quale conta poco il numero elevato di revisioni sistematiche, convinto che in sanità fare di più non significhi necessariamente fare meglio. Secondo Hammerstein, nell’ultima decade la Cochrane se l’è presa comoda nel dare risposta alle preoccupazioni sul fatto che molte revisioni derivassero da studi sponsorizzati. Hammerstein è anche favorevole a un accesso libero dopo un anno a pagamento. Un’altra voce critica dall’interno, Tom Walley, concorda che le priorità devono cambiare, perché la Cochrane è diventata “una macchina per sfornare revisioni”. Più che il numero è importante la qualità delle stesse e l’argomento trattato, che deve privilegiare aree di vasto interesse per i pazienti. Secondo Walley, la Cochrane deve essere più iconoclasta e maggiormente attenta alla medicina basata sulle evidenze scientifiche. Le divergenze sono anche su altri punti. Per Hammerstein e i sostenitori di Gøtzsche dovrebbe esserci maggiore indipendenza dei centri periferici; il centralismo burocratico avrebbe isolato il gruppo dirigente sia intellettualmente che professionalmente. Al contrario, secondo Walley, già finanziatore della Cochrane attraverso il suo ruolo di presidente del National Institute of Health Research, il cambiamento culturale va operato all’interno dei gruppi di revisione, quelli creati negli anni ‘90 sulla base dell’entusiasmo iniziale di individui ora però per la maggior parte in pensione. L’introduzione del team centrale, che ha individuato nuovi ambiti di interesse quali la medicina d’urgenza e l’oncologia, è una mossa nella giusta direzione. Meno interessi individuali, giustificabili negli anni passati, e più regole di indirizzo generali con obiettivi chiari e omogenei per tutti.

Divisioni interne
Il licenziamento di Gøtzsche è un fatto decisamente nuovo, ma anche in passato ci sono state molte controversie. All’inizio, negli anni ‘90, la governance era minima, come ricorda Lisa Bero, coordinatrice per un decennio negli USA. Tuttavia è sempre stata presa in seria considerazione l’influenza dell’industria e il pericolo che avrebbe rappresentato per i pazienti è sempre stato fatto presente ai revisori. Poi molti hanno cominciato a chiedere di inserire nelle revisioni studi non pubblicati, mentre i più radicali spingevano per poter accedere ai dati grezzi dai quali gli autori degli studi avevano tratto le loro conclusioni. In una decina d’anni, la Cochrane ha cambiato il modo di prendere decisioni in campo sanitario, conducendo la sua battaglia per una medicina basata su evidenze scientifiche.

Certo non è infallibile: una revisione del 1998 rivelava un eccesso di favore circa le conclusioni nel 23% di 53 revisioni. Un momento decisivo sul problema degli sponsor è intervenuto a 10 anni dalla sua nascita. La Cochrane prevedeva che fosse inaccettabile avere un’unica fonte di finanziamento con interessi finanziari sui risultati finali della revisione. A quel tempo la regola era già stata violata in due revisioni di farmaci finanziate dal produttore. Quest’ultimo aveva messo a disposizione tutti i dati grezzi, così i revisori avevano pensato di non dover applicare la regola. Ecco uno dei motivi di protesta di Gøtzsche, coordinatore del Nordic Cochrane Center, che al Cochrane Colloquium del 2003 proponeva l’abolizione tout court di ogni sponsorizzazione da parte dell’industria. Nonostante un’accettazione generica del principio, non veniva raggiunto un accordo pieno sul finanziamento dei singoli centri, mentre veniva concesso di produrre revisioni a soggetti dipendenti dell’industria farmaceutica e di apparecchiature medicali.

Una storia di successi
Il 2003 è stato un anno significativo per l’influenza delle revisioni Cochrane, visto che una di queste aveva favorito il rientro dell’amodiachina nell’elenco dei farmaci essenziali dell’OMS. La Cochrane si consolidava nel ruolo di fonte più affidabile di evidenze nel campo della salute. Nel 2009 Tom Jefferson e colleghi ribaltavano la loro precedente opinione sul farmaco anti influenzale oseltamvir (Tamiflu) sostenendo che non aveva vantaggi rispetto alla comune aspirina. Intanto l’OMS ne aveva suggerito l’uso per la preoccupazione di una nuova pandemia, con il conseguente accaparramento di ampie scorte da parte di numerosi paesi. Nel 2008 la Cochrane contava più di 50 gruppi di revisione con circa 20.000 collaboratori e una dozzina di finanziatori indipendenti, senza però perdere le caratteristiche di un’organizzazione non verticistica.

Aziendalizzazione
Nel 2009 venivano approvate raccomandazioni a favore di un maggiore sostegno ai centri periferici da parte degli organi centrali. Ciò comportava maggiori spese sulle quali dissentiva Jeremy Grimshaw, co-direttore del board centrale, secondo il quale i soldi dovevano servire per sostenere i gruppi periferici e non per gli organi centrali. La strategia per rafforzare l’influenza e i finanziamenti del gruppo dirigente viene messa in atto dal 2012, all’insediamento del nuovo amministratore delegato Mark Wilson, un giornalista esperto che aveva lavorato anche per la Croce Rossa Internazionale, ma privo di retroterra scientifico. Egli descrive la Cochrane come un’organizzazione gestita in modo semplicistico che necessita di una profonda trasformazione per affrontare il futuro e raccogliere la sfida al cambiamento. Il piano di Wilson sulla produzione delle revisioni e sull’influenza futura delle stesse in politica sanitaria viene approvato all’unanimità dal consiglio d’amministrazione.
Nel 2015 la Cochrane perde la definizione di Collaboration; il termine si può ancora usare ma con la ‘c’ minuscola. Contro questi cambiamenti si esprimeva Hilda Bastian, tra i fondatori, che aveva già lasciato la Cochrane. Secondo il suo modo di vedere, l’organizzazione stava diventando un marchio di qualità da appuntare su un prodotto da vendere piuttosto che una fonte di risposte alle domande della gente. Veniva poi istituita la figura del portavoce ufficiale, soprattutto in risposta alle opinioni personali di Gøtzsche, espresse nel suo libro del 2014, dove definiva l’industria farmaceutica un ‘crimine organizzato’, o in un articolo sul Lancet dove sosteneva che gli antidepressivi fanno più male che bene. A rincarare la dose arrivava una nuova revisione sul Tamiflu, dopo che la martellante campagna del BMJ aveva permesso di consultare dati fino ad allora secretati dal produttore, revisione che ne confermava la scarsa utilità nell’influenza. A questo punto Gøtzsche, con la sua cerchia di colleghi, viene salutato come campione della verità e della qualità della ricerca. Anche se qualche volta si era spinto un po’ troppo in là, aveva comunque sempre rifiutato ogni compromesso, mantenendo una posizione intransigente. La politica del portavoce ufficiale creava malumori, ma anche consensi. La stessa Lisa Bero sosteneva che in un’organizzazione degna di questo nome solo la leadership parla a nome di tutti. Al contrario Carl Heneghan, uno dei corevisori sul Tamiflu, all’assemblea annuale del 2015 ribatteva di avere sempre parlato a nome della Cochrane, se no perché si dovrebbe ancora chiamare collaborazione. Il direttore del gruppo francese, Philippe Ravaud, stava per dimettersi proprio per l’evoluzione ‘piramidale’ della Cochrane, retta da ‘tecnocrati assetati di potere’, mentre la qualità delle revisioni rimaneva in secondo piano.
Un altro problema si è verificato quando Wilson, l’amministratore delegato, ha messo in atto il controllo centrale sulle nuove revisioni, la scelta degli argomenti, la loro produzione, il coordinamento dei dati. Questo ha notevolmente scontentato i 52 coordinatori periferici che hanno visto minare la loro autonomia. Anche il gruppo dirigente ha subito cambiamenti e nel 2016 sono entrati membri esterni non elettivi, mentre quelli eletti cessavano la loro funzione di rappresentanza di specifici gruppi periferici. Le entrate della Cochrane salivano dai 4.4 milioni del 2014 ai 6.8 milioni di sterline del 2016, ma anche i costi della dirigenza erano lievitati a più di 3 milioni di sterline. In un’altra organizzazione la crescita sarebbe stata motivo di vanto, ma nella Cochrane venivano contestate le spese per il mantenimento di uno staff che non contribuiva per nulla alla ricerca, mentre si allungavano i tempi per il libero accesso alle revisioni. Un rappresentante per la Germania arrivava a proporre un taglio dei costi centrali del’80%.

Conflitti al vertice
Per Hammerstein, dal 2017 nel consiglio di amministrazione, il costoso gruppo dirigenziale non aveva favorito per nulla la qualità della ricerca, se mai il contrario. Molti aderenti premevano per ridurre il numero di revisioni, migliorandone qualità, credibilità e indipendenza. Certo questo rallentamento produttivo avrebbe influito negativamente sulle entrate. Nel 2017 la Cochrane ha fatturato 8.6 milioni sterline, dei quali 6.5 derivanti dalle royalties delle revisioni. Nancy Santesso, dal 2017 nel consiglio di amministrazione, non approvava i cambiamenti operati; secondo la sua opinione le nuove proposte erano state presentate in fretta e furia con troppo poco tempo per la discussione prima del voto. Come Hammerstein e Santesso, anche Gøtzsche, entrato nel 2017 nel consiglio di amministrazione, si era chiaramente espresso contro una gestione verticistica, auspicando inoltre un’azione più incisiva nei riguardi del conflitto di interessi. Su questo problema la politica della Cochrane aveva avuto una svolta nel 2014. Le revisioni dovevano essere prodotte da una maggioranza di autori non in conflitto d’interessi e con un autore principale senza conflitti, mentre non ci dovevano essere autori dipendenti da soggetti detentori di brevetti relativi agli studi esaminati. Regole severe, ben oltre quanto richiesto in genere dalle riviste biomediche, commentava Lisa Bero, anche se di fatto permettono che un revisore possa rivedere i propri studi e che quasi la metà del team di revisori possa avere relazioni con le società il cui prodotto è oggetto di valutazione. Nel 2018 Wilson riconosce che su questi argomenti l’opinione generale è disomogenea, ma le regole contestate da Hammerstein sono state approvate dalla maggioranza e del tutto valide.
Ma il vero scontro di Gøtzsche con il gruppo dirigente avviene dopo le sue critiche alla revisione sul vaccino anti HPV. In precedenza vi era stata un’altra accusa, quella di avere infranto la politica del portavoce ufficiale. In una lettera all’EMA, contenente una sua valutazione personale dei possibili danni del vaccino anti HPV, Gøtzsche aveva usato carta intestata della Cochrane. Queste ed altre accuse sono state sottoposte ad alcuni giuristi, ma le conclusioni, raggiunte nel settembre scorso, non sono state rese pubbliche. Nello stesso mese la direzione della Cochrane, con un voto di 6 a 5 (più un’astensione) ha proceduto all’espulsione per comportamento scorretto di Gøtzsche, non solo dal gruppo dirigente, ma addirittura dall’organizzazione stessa, fatto questo senza precedenti.
Immediatamente 4 dei 5 membri che avevano votato a suo favore elevavano una vivace protesta.
Successivi chiarimenti e precisazioni di Gøtzsche e poi della Cochrane non hanno fatto che gettare benzina sul fuoco. Il gruppo Cochrane di lingua spagnola (Spagna e America del Sud) ha invocato un’inchiesta indipendente, la Società dei Drug Bulletins ha sollecitato le dimissioni del gruppo dirigente oramai decimato. Gartlehner, del gruppo austriaco, ha dichiarato che le conseguenze stavano andando al di là del problema Gøtzsche: la Cochrane deve fronteggiare una crisi esistenziale, il gruppo dirigente attuale è oramai screditato e dovrebbe dimettersi, lasciando il posto a volti nuovi. La vicenda Gøtzsche coagula così il malcontento di tutti quelli che condividono i temi a lui cari: conflitto di interessi, miglioramento della qualità della ricerca, rapido accesso libero alle revisioni. A questo punto sembra proprio impossibile sentire l’opinione del 13.000 membri senza sottoporre loro un questionario. A maggior ragione dopo la notizia della petizione con 8000 firme al ministro della sanità danese per scongiurare il licenziamento di Gøtzsche dall’ospedale dove lavorava. Così un gruppo di membri della Cochrane guidato da Jos Verbeek, capo redattore del gruppo di lavoro sulle revisioni, ha stilato una petizione chiedendo alla Cochrane di intervenire su quattro punti chiave: discussione aperta senza recriminazioni, maggiore sostegno finanziario ai gruppi che producono revisioni, maggior coinvolgimento dei membri nella governance dell’organizzazione, maggiore possibilità di libero accesso alle revisioni. La petizione ha già ottenuto circa 600 firme.

E adesso?
Grimshaw, già co-presidente del consiglio di amministrazione, pensa che Gøtzsche avrebbe potuto evitare la sua espulsione, e sostiene che la Cochrane ha solo bisogno di migliorare le relazioni al suo interno. È stato un campanello d’allarme, si tratta solo di dare risposte adeguate. Ma sino ad oggi la leadership della Cochrane ha fatto orecchie da mercante resistendo alla richiesta di dimissioni, e il suo co-presidente Martin Burton ha sostenuto che è la maggioranza della Cochrane che ha deciso per l’espulsione di Gøtzsche. Secondo Burton sono solo pochi i protestatari, la Cochrane è una comunità di 13.000 persone delle quali oltre il 90% vuole andare avanti con il lavoro. Gli fa eco Mark Wilson che dichiara al BMJ: “se un gran numero di persone stesse abbandonando la Cochrane, si potrebbe giustamente affermare che la nostra strategia stia fallendo; ma non è questo il caso, la comunità è cresciuta enormemente.” Per i più critici, l’espulsione di Gøtzsche rappresenta l’ultimo passo di un percorso di allontanamento dai principi fondanti. Per i sostenitori della Cochrane è invece un passaggio obbligato per diventare un’organizzazione globale più potente. Il dibattito sul futuro sembra improbabile possa essere risolto rapidamente o facilmente. I firmatari della petizione di Verbeek includono alcuni dei membri più fedeli della Cochrane: scienziati che hanno dedicato molte ore di lavoro non pagato a una causa che consideravano più grande di loro.
Non si tratta di semplici impiegati, che possono essere costretti ad obbedire e allinearsi. Mantenere l’entusiasmo nei gruppi di volontari richiederà ben più di semplici linee guida imposte. Richiederà diplomazia, volontà di ammettere le proprie colpe e serrato dialogo all’interno dell’organizzazione. Dialogo la cui assenza è probabilmente la causa prima della crisi.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/quando-gli-scienziati-scomodi-vengono-cacciati

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Fri, 22 Feb 2019 15:52:49 +0000
Tutto il mondo vuole il cobalto, tutto il cobalto è in Congo: perché quindi in Congo muoiono di fame? http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3426-tutto-il-mondo-vuole-il-cobalto-tutto-il-cobalto-e-in-congo-perche-quindi-in-congo-muoiono-di-fame http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3426-tutto-il-mondo-vuole-il-cobalto-tutto-il-cobalto-e-in-congo-perche-quindi-in-congo-muoiono-di-fame

cobaltoScavare una latrina nel cortile di casa e trovare un tesoro. Non è una favola di altri tempi. È quello che può accadere nella Repubblica democratica del Congo. Un Paese, uno scandalo geologico come lo definiscono in molti, dove puoi trovare tutto quello che ti serve, in termini di materie prime. Un territorio popolato da circa 80 milioni di persone che vivono, per oltre il 50% in stato di povertà assoluta, ma così ricco da poter sfamare l’Europa intera e non riuscirebbe, neppure così, ad esaurire le sue scorte di riserve naturali.

di Angelo Ferrari

Costruire una latrina e trovare un tesoro. E’ quando è accaduto a un poliziotto di Kolwezi, una città mineraria abitata da mezzo milione di persone, nella parte meridionale del paese. L’ufficiale di polizia, come racconta Michael J. Kavanagh sul New Tork Times, nel 2014 ha deciso che la sua famiglia aveva bisogno di una nuova latrina.

I bambini che scavano a mani nude, la città svuotata

Pala in mano inizia a scavare nel cortile di casa e poco sotto, nemmeno tanti metri sotto, trova qualcosa che potrebbe cambiargli la vita. La terra scintilla: un cumolo di cobalto si presenta ai suoi occhi. Uno dei minerali più importanti al mondo. Kavanagh torna in quei luoghi nel 2015 e lo scenario che ha di fronte è di tutt’altra natura. Non più una città tranquilla dove ognuno degli abitanti si ingegnava con il proprio mestiere. No, le case cadevano a pezzi, e il territorio sembrava essere stato bombardato, crivellato, ferito. Un’immensa area di buchi profondi fino a 25 metri.

Leggi anche: A chi serve il Cobalto

Un luogo dove, tutti, si sono ingegnati a trovare fortuna con la ricerca del cobalto e del rame. I bambini non hanno altra attività se non quella di scavare a mani nude la cruda terra, entrare in questi buchi per portare alla luce un minerale che, appena estratto non ha nessun valore, non lo ha per quei bambini che scavano senza sicurezza, che spesso vengono inghiottiti dagli smottamenti della terra senza che nessuno se ne accorga o li reclami. Un minerale, tuttavia, che acquista valore appena arriva a un porto internazionale che lo trasporta nel mondo civilizzato. La dove serve. E a farla dai padroni, in questa attività, sono le aziende cinesi che si sono accaparrate i diritti di estrazione senza assicurare un salario giusto ai minatori, privi di ogni diritto che lavorano sette giorni su sette, che piova o ci sia il sole.

Perché tutti vogliono il cobalto

Il cobalto è un componente essenziale delle batterie ricaricabili delle automobili e nei telefoni cellulari. La rivoluzione dell’auto elettrica può essere grazie a quel minerale. La Repubblica democratica del Congo è il più grande produttore al mondo, con circa la metà di tutte le riserve conosciute. Eppure questo minerale finisce nelle mani di Pechino con ricadute per la popolazione che lo estrae praticamente nulle. Ad avvantaggiarsene, oltre alla Cina, sono i governanti del Congo che, in una sorta di bulimia di denaro, se ne spartiscono i profitti.

Quello che è capitato al poliziotto, può capitare a chiunque. Magari invece del cobalto trova un filone d’oro, oppure un giacimento di diamanti. Magari di uranio. E, come per la corsa all’oro, le aeree dei ritrovamenti diventano la meta di disperati in cerca di fortuna. Ma non solo. Sono la meta delle multinazionali, degli stati di mezzo mondo che vogliono approfittare delle risorse del Congo. La Repubblica democratica del Congo è un non luogo.

O meglio, è il luogo delle guerre fratricide, vendute come tribali, ma combattute proprio per le risorse minerarie. Come è stata la guerra che ha portato al potere Desiré Kabila padre, a cui è succeduto il figlio, denominata la prima Guerra Mondiale d’Africa. In sette paesi africani si sono contesi pezzi di territorio. Le aeree di più intenso conflitto corrispondevano a quelle più ricche di risorse naturali. Una guerra che ha provocato più di 4 milioni di morti, la maggior parte per fame e non per armi da fuoco. Il paese è arretrato di 100 anni.

La Repubblica democratica del Congo è un non luogo

Alla fine della guerra sono stato in questo paese e ho potuto constatare che la popolazione non aveva nulla. Molte organizzazioni hanno cominciato a ripristinare, innanzitutto, dispensari e ospedali, ma nessuno vi accedeva. Mi sono chiesto il perché. Sono andato nella boscaglia per capire ed ecco il risultato: la gente si vergognava ad andare in ospedale perché non aveva di che coprirsi, i vestiti erano un lusso. In quello stesso viaggio, nel 2003, ho incontrato un vecchio amico, Lino, nella capitale Kinshasa.

Era appena arrivato dalla città di Kikiwit. La strada che porta da Kinshasa a Kikiwit, circa 600 chilometri, l’avevamo percorsa insieme nel 1993 e ci avevamo impiegato circa 8 ore. Dieci anni dopo Lino ha impiegato 15 giorni per lo stesso percorso. La rete viaria completamente distrutta. Ma alle aziende minerarie non servono le strade, si muovono con aerei e elicotteri. Non solo. Paesi come l’Uganda sono diventati improvvisamente esportatori di oro. Il Ruanda del preziosissimo coltan che si trova solo in Congo.

Nella Repubblica democratica del Congo si trova di tutto: legno, rame, cobalto, coltan, diamanti, oro, zinco, uranio, stagno, argento, carbone, manganese, tugsteno, cadmio, petrolio. Materie prime che fanno gola a mezzo modo e che rappresentano una “condanna a morte” per molti degli abitanti del paese.

Ricchissimo di materie prime, e povero

Solo se i governanti investissero le royalty ricavate dalle estrazioni minerarie del paese, gli oltre 80 milioni di abitanti potrebbero vivere nel benessere, invece no. L’autosufficienza alimentare in molte aeree del paese è un miraggio. Le terre coltivate rappresentano solo il 4% del totale, nonostante il 75% della popolazione attiva si occupa di agricoltura, per lo più di sussistenza. Invece l’economia del paese è tradizionalmente orientata alle esportazioni, fortemente dipendente dalle commodities primarie.

Quello che interessa davvero è l’enorme ricchezza costudita dal sottosuolo congolese. Quello che vi cammina sopra un po’ meno. E, del resto, questo è un vecchio adagio del dittatore Mobutu Sese Seko, che in un’intervista a un quotidiano francese diceva: “Quello che c’è sotto terra è mio, quello che si muove sulla terra è mio, quello che c’è nelle acque è mio, quello che vola nel cielo è mio, l’intervistatore osservava: “Cosa rimane al popolo?, e Mobutu divertito rispondeva: “Il multipartitismo”, diremmo noi la democrazia. Ma con quella non si mangia: il pil pro-capite è di circa 450 dollari, uno tra i più bassi al mondo, e l’indice di sviluppo umano è 0,433 che colloca la Repubblica democratica del Congo al 176esimo posto al mondo.

Fonte:https://www.agi.it/blog-italia/africa/congo_cobalto-4909728/post/2019-01-27/?fbclid=IwAR1Tb57plg3xFIeT1bjsU-BqcTkbJP24zwljWIXeJg_lCBdDpWvgqYNvCMA

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Tue, 05 Feb 2019 18:25:58 +0000
Il falso teatrino della TAV http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3417-il-falso-teatrino-della-tav http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3417-il-falso-teatrino-della-tav

CIR TAV Teatrino 1 19Naturalmente noi speriamo che la spunti nel governo chi giustamente vuole che la TAV non si faccia.

Ma non possiamo fare a meno di sottolineare che quello che viene presentato dalla stampa e dalle dichiarazioni dei politici è il solito falso teatrino di due posizioni contrapposte che non colgono l'essenza del problema.

Sembra che la questione sia solo economica: “Conviene o non conviene economicamente portare a termine il progetto?”

E su questo si litiga, si discute… a suon di relazioni, conti, tecnici al lavoro...

Ma questo è un problema secondario. Non è il vero problema.

continua a leggere in basso:

Nessuno nelle dichiarazioni politiche e sui media si occupa invece del problema principale: i veri interessi della val di Susa e dei suoi abitanti.

Loro questo progetto non lo vogliono perché giustamente temono per la loro salute e vogliono salvaguardare il loro territorio. Messi gravemente a rischio dal progetto.

La loro voce, le loro esigenze, le loro preoccupazioni, dovrebbero essere in primo piano.

Non si può martoriare una valle con i suoi abitanti per fini economici, e nemmeno non farlo solo per fini economici. L’egoismo di una regione o di un intero paese o di un intero continente non possono prevalere, e devono moralmente inchinarsi agli autentici interessi primari.

L’essere umano e Madre Terra sono al centro, e non possono essere messi in secondo piano da conteggi tecnico-economici.

Nessun conteggio può decidere il sacrificio di un solo essere umano e della salubrità dell’ambiente.

L’economia e le istituzioni devono essere al servizio degli esseri umani, delle loro aspirazioni, dei loro bisogni profondi, della loro salute, fisica e psichica.

Non il contrario.

La prevalenza dell’economia sull’essere umano è un approccio amorale, disumano.

Questo dovrebbe essere il tema al centro del dibattito attuale.

La TAV non si deve fare perchè è un progetto antiumano e anti-Terra, anche dovesse convenire economicamente (cosa che non sembra). Altrimenti passa il principio che "se conviene" economicamente si può fare di tutto sacrificando le persone e i territori. E questo è del tutto inaccettabile.

Noi ancora una volta vogliamo ribadire una Verità dello Spirito e della Coscienza:

"Nessuno è sacrificabile a favore di altri".

La politica e la società dovrebbero essere mosse dagli ideali, dalla saggezza e dal cuore, non dal portafoglio.

Se non lo fanno le istituzioni, facciamolo noi come individui, e un giorno le potremo cambiare...

............................................................................................

Vedi le nostre principali prese di posizioni passate sul tema TAV:

TAV: nessuno è sacrificabile a favore di altri

 

TAV in Val di Susa - una visione spirituale TAV in Val di Susa - una visione spirituale 

 

Alta Velocità in Val di Susa – Una visione spirituale
II Parte: tutto sta andando bene, ora possiamo sconfiggere il ragno nero.

 

Alta Velocità in Val di Susa: un attacco brutale e ben programmato, ben al di là dell’aggressione alla natura ed alla salute fisica. Possiamo neutralizzarlo.
una visione spirituale

http://www.disinformazione.it/valdisusa.htm

TAV Il super stato oligarchico, il controllo delle masse e dei mezzi, e la crescita della coscienza


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carotenutoteam@iol.it (Fausto Carotenuto) Politica Wed, 30 Jan 2019 14:29:16 +0000
In bici per 2 euro a consegna: i "riders" senza tutele e malpagati http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3415-in-bici-per-2-euro-a-consegna-i-riders-senza-tutele-e-malpagati http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3415-in-bici-per-2-euro-a-consegna-i-riders-senza-tutele-e-malpagati

Sulla carta lavoratori autonomi, di fatto soggetti a turni e valutati con un algoritmo: sono i riders italiani. Stanchi di essere considerati lavoratori autonomi, chiedono un "decreto rider" che risolva la situazione dal punto di vista politico. Dai 2 euro a consegna alla mancata copertura assicurativa passando per la manutenzione dei mezzi e il diritto alla "disconnessione".

di Cristina Maccarrone

Fattorini

Corrono da una parte all’altra della città, in bici o in motorino, incuranti di pioggia e vento perché è il solo modo per guadagnare di più e magari portare a casa la giornata. Per loro non ci sono differenze tra festivi, weekend, orari notturni o tutto quello che un lavoratore dipendente di solito ha, e questo perché sono lavoratori “autonomi”, sebbene non siano loro a concordare la paga né a decidere le modalità con cui devono svolgere l’attività.

Sono i riders, i fattorini, ragazzi, ma anche over 40 che tramutano un ordine su Internet – di cibo, ma non solo – in una consegna a domicilio. E se in qualche modo questo ricorda i fattorini che hanno sempre trasportato le pizze ordinate per telefono, la situazione è invece un po’ diversa: un rider va “dove lo porta l’ordine”, può essere un ristorante cinese, un fast food o una pizzeria e non è detto sia sempre lo stesso, anzi il più delle volte non è così.

Chi sono i riders e come lavorano
Il datore di lavoro non è infatti l’esercizio, ma una piattaforma online di food delivery, di consegna di cibo a domicilio. Deliveroo, Glovo, Uber Eats, Just Eat, solo per fare qualche nome di marchi che, grazie a questo esercito di lavoratori su due ruote, riescono a garantire in alcuni casi consegne 24 ore su 24, in altri fino alle 2 di notte.

Quel che conta per un rider è essere dotato di buone gambe, qualora si usi la bici, che è comunque di sua proprietà, o saper guidare un motorino (anche questo non in dotazione) nel traffico cittadino e avere uno smartphone.

Perché nell’era dell’app economy, tutto viene gestito appunto tramite un’applicazione e un pc. Da quando ci si candida fino a che si ottiene il lavoro. A volte viene fatto un colloquio telefonico, qualche volta dal vivo, ma la maggior parte delle volte è tutto virtuale.

Colloqui virtuali e formazione volontaria
Si mette una firma digitale sul contratto e si è pronti a iniziare. «È tutto automatico», spiega Angelo Junior Avelli di Deliverance Milano, collettivo autonomo di fattorini e sindacato sociale autorganizzato, nato dopo i primi scioperi dei riders di Foodora a Torino. «Ti candidi su Internet e dopo massimo 24 ore hai la conferma. Il materiale, che consiste in cassone o valigia per le consegne, pettorina e in qualche caso anche power bank (batterie esterne per la ricarica veloce) e porta smartphone da polso, te lo spediscono a casa, in comodato d’uso gratuito, oppure con una cauzione di 65 euro da dare non appena si inizia.

E la formazione? «Prima facevi affiancamento, un paio d’ore, per strada. Adesso spesso è volontaria attraverso un manuale che include suggerimenti utili per la guida in moto sicuro.

«Ho appena portato un chilo di gelato al decimo piano e, ovviamente, ho dovuto pedalare di fretta perché non si sciogliesse. Per fortuna, stavolta la consegna era abbastanza vicina, ma non sempre è così. Io poi pedalo abbastanza veloce, a furia di fare consegne diventi quasi un furetto», dice Alex (il nome è di fantasia), calabrese, 32 anni, che parla così in una Milano a zero gradi alle 23 di un venerdì notte. Sì, qualcuno dice che così noi ci teniamo in allenamento e stiamo all’aria aperta, ma non sa cosa vuol dire pedalare con questo freddo. E qualche giorno fa mi sono pure dimenticato i guanti a casa e non mi sentivo più le mani. Sì, sarei potuto tornare a prenderli, ma questo avrebbe voluto dire perdere il turno e perdere “punteggio”».

Come spiega Avelli: «Ogni rider ha un punteggio legato all’affidabilità e qualità. L’affidabilità è determinata da ristoratori e clienti che lasciano una recensione sul lavoro svolto, dipende anche dal fatto che hai preso un turno e lo rispetti o, se non puoi farlo, che almeno avvisi per tempo. Dipende anche dalla disponibilità: più sei disponibile più lavori».

Turni, punteggio, classifiche: l’identikit del rider moderno
Al pari di come capita per qualsiasi prodotto che si può comprare online, valutato con le classiche stelline, anche i riders hanno un ranking, una sorta di posizione in classifica che viene determinata da un algoritmo che «noi rider non sappiamo davvero come funziona», aggiunge Angelo, che fa il rider nei weekend, mentre negli altri giorni è un camieriere. «È vero, ci viene richiesto di lavorare 40 ore a settimana, ma quanto ci sei e soprattutto quanto ci sei nelle ore calde, per intenderci dalle 20 alle 22, determina anche la scelta dei turni».

Un lavoro autonomo, dunque, che però prevede «dei turni in fasce. Funziona così: apri il sistema nel giorno in cui pensi di lavorare e, se hai il punteggio più alto, hai la priorità nello scegliere i turni che vuoi per la settimana successiva, magari al mattino. Ma se il punteggio dipende anche dalla disponibilità che dai, va da sé che più lavori più vantaggi hai così come riesci a gestirti meglio».

D’altra parte “autonomo” e turni non sono proprio due parole che stanno sulla stessa riga anche se, come assicurano da Deliveroo, c’è la massima libertà: ogni rider può rifiutare le consegne anche all’ultimo secondo senza alcuna penalizzazione e da parte dell’azienda non c’è né direzione né coordinamento.

Quanto guadagna un rider: compensi a consegna a partire da 2 euro
Deliveroo, con base a Londra e oltre 6.500 rider – che, stando a un sondaggio pubblicato di recente, sono soddisfatti per il 90% di collaborare con la piattaforma – offre un contratto con collaborazione occasionale con un sistema che non è né a cottimo né orario. La paga, spiegano, prevede un incentivo minimo orario di una consegna e mezza equivalenti a 7,50 euro lordi che si applica ai rider che accettano di fare consegne, paga che viene garantita anche nel caso in cui non ci fossero offerte dalla piattaforma.

Un cosiddetto “minimo garantito” che però non piace ai rider. «Gli ordini minimi», spiega Avelli, «saranno se non offerti, mutuati con un garantito di 7,50 lordi, mentre il modello di prima prevedeva un fisso di 5,60 (7 euro lordi) per ora di lavoro. In questo modo si paga l’inattività, ma solo se non viene offerta nessuna corsa al rider. Il modello attuale infatti prevede 5 euro lorde a consegna, oppure, se si sceglie il dynamic fee, sono previsti 2 euro alla consegna più 1 euro al ritiro, più il differenziale chilometrico calcolato di volta in volta dalla società».

Come si legge sulla pagina Facebook di Deliverance, ai rider non piace affatto questo sistema: «Il corriere è più portato ad accettare la corsa perché il nuovo sistema non gli assicura un guadagno come faceva prima, ma incentiva il corriere ad accettare (più consegne) perché guadagnerà quanto consegnerà».

Di recente, poi, sono stati allungati i raggi di consegna e può capitare «che un rider, magari più vicino al ristorante, non venga chiamato per la consegna, ma che questa venga affidata a chi si trova più distante e ci mette più tempo», aggiunge Angelo. «L’allungamento dei raggi di consegna è anche un modo per far sì che ci si incontri meno e si faccia meno gruppo con gli altri».

Ci sono, poi, dei casi in cui, come per Glovo, il collaboratore viene informato del compenso solo successivamente perché vengono erogati e comunicati bisettimanalmente. Si parla di parte fissa più una base aggiuntiva, non precisata. A chiarire come funziona è ancora Angelo: «Si viene pagati 2 euro a consegna più 63 centesimi a chilometro in linea d’aria, più si ha diritto a 5 centesimi per ogni minuti di ritardo da parte del ristorante», dice Avelli.

Anche se spesso il ritardo, per un rider che cerca di fare più consegne possibili, può arrivare anche da parte dei clienti stessi. Come succede a Ebo, originario del Ghana, in Italia da un paio d’anni: «Mi capita di portare il pranzo a dipendenti di banche e di doverli chiamare per diversi minuti prima che scendano a ritirarlo. Spesso fanno più ordini insieme e, quando fai notare il ritardo e che non rispondono al telefono, con una scrollata di spalle mi dicono che il numero era del collega e che comunque loro erano in riunione».

UberEats, che fa un contratto di collaborazione occasionale con il ristorante, «propone 2 euro a consegna più 1 a chilometro, anche se si tratta di chilometri in linea d’aria (che non tengono conto né del percorso stradale né di eventuali ostacoli), il che porta il rider a pedalare spesso in controsenso».

E a volte si rischia la vita
Questo con tutti i rischi che ne conseguono: sono diversi i casi di rider morti sul lavoro, tra gli ultimi Alberto Piscopo Pillini, studente di Bari di 19 anni investito mentre stava facendo una consegna in scooter. Così come Maurizio Camillini di 29 anni di Pisa. Poi c’è chi come Amin (nome di fantasia), di origine iraniana, ha fatto un incidente in bici, è stato portato via in ambulanza, ha dovuto pagarsi le spese mediche e anche il desposito della sua bici rotta presso i vigili urbani.

«L’assicurazione», dice Avelli, «avrebbe pagato se ci fossero stati almeno quattro giorni di degenza in ospedale, ma non era questo il caso».

Danni contro terzi e manutenzione a carico dei riders
Quanto a tutele per se stessi e nei confronti di danni a terzi, la situazione non è la stessa per tutte le piattaforme.

Ci sono casi in cui, come con Deliveroo, che ha potenziato l’assicurazione nel maggio scorso: vengono coperti gli infortuni dal momento in cui il rider ha fatto login fino a quando è uscito dall’applicazione, calcolando anche l’eventuale ora di rientro a casa, prevedendo una copertura fino al 75% in caso di inattività temporanea, e sono aumentati i massimali per spese mediche e previsti danni a terzi. In altri casi, ogni danno è a carico dei rider. Così come lo è, per tutte le piattaforme, la manutenzione del mezzo e anche l’eventuale costo di benzina e bollo.

«Il nostro è un lavoro subordinato, altro che imprenditori di noi stessi»
«Veniamo sempre definiti “imprenditori di noi stessi”, ma di fatto non è così», continua Avelli, originario della provincia di Bergamo e con una laurea triennale in Lettere.

«Come si può vedere a livello organizzativo, siamo dei veri lavoratori con dei turni, a tutti gli effetti subordinati. Per noi queste sono forme di neoschiavismo: non siamo riconosciuti come lavoratori e non beneficiamo delle plusvalenze e dei guadagni che sviluppano queste aziende. Basta vedere come a fronte di una consegna che viene pagata a partire da 2 euro all’ora, la società di food delivery chiede almeno 2,50 al cliente che la utilizza. Inoltre queste piattaforme, grazie agli ordini, sono in possesso di informazioni riguardo alle abitudini di una persona, di una determinata zona, sono capaci di influenzare aziende. Hanno pertanto una delle merci più preziose al giorno d’oggi: i dati».

La proposta dei fattorini: un decreto rider
Per i rider la situazione è diventata insostenibile, tant’è che a dicembre hanno presentato una loro proposta di decreto per i rider. Situazione che, come conferma Avelli, è al vaglio del ministero del Lavoro, che potrebbe inserirla insieme al reddito di cittadinanza.

«Visto che non c’è stata possibilità di accordo con le società (riunite in Assodelivery, associazione datoriale che si è ufficialmente costituita nel novembre scorso e presieduta da Matteo Sarzana, general manager di Deliveroo, ndr), abbiamo pensato di riportare tutto a livello politico. A giugno erano state fatte delle promesse che non erano state mantenute. Cosa chiediamo? Il riconoscimento del rapporto di subordinazione. Siamo lavoratori e come tali vogliamo essere riconosciuti. Il CCNL logistica sarebbe il più adatto al nostro caso perché è quello che somiglia di più al nostro lavoro di fattorini o eventualmente il contratto commercio».

«Chiediamo ancora la regolamentazione degli algoritmi utilizzati per assegnare i turni e per valutare le nostre prestazioni che dovrebbero entrare a vigore dopo un periodo di sperimentazione». Nel decreto si chiede anche il diritto alla disconnessione, ossia al non essere contattati se non dopo 11 ore da quando è passato il turno.

Per cortese concessione di Osservatorio Diritti

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/in-bici-per-2-euro-a-consegna-i-riders-senza-tutele-e-malpagati

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Tue, 29 Jan 2019 13:16:16 +0000
Un’idea vecchia per un Mondo Nuovo http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3410-un-idea-vecchia-per-un-mondo-nuovo http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3410-un-idea-vecchia-per-un-mondo-nuovo

Brave new World 1 19Nel commentare il controverso «Patto per la scienza» firmato da Beppe Grillo e Matteo Renzi sotto gli auspici del professor Burioni (ce ne siamo già occupati qui), Ivan Cavicchi ha scritto che l’idea di scienza che vi si esprime è «vecchia e superata», «un rottame d’altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritario e impositivo».

di Il Pedante

In effetti, in quel breve testo si chiede ai politici firmatari un impegno duplice e contraddittorio: da un lato di elevare la scienza a «valore universale di progresso dell’umanità» (intento lodevole ma inutile, non avendo mai alcuno affermato il contrario), dall'altro di non prestarsi «a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina che mettono a repentaglio la salute pubblica» e, quindi, di «fermare l’operato di quegli pseudoscienziati che con affermazioni non dimostrate e allarmiste creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti di presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica». Come se la scienza si riducesse solo alla medicina e alla salute pubblica, oltre tutto (qui una critica epistemologica dello stesso Cavicchi, qui una di Pier Paolo Dal Monte).

La contraddizione del messaggio risiede chiaramente nel fatto che il rispetto della scienza come «valore universale di progresso» non può coniugarsi con il suo assoggettamento a forze politiche che ne censurino i risultati o ne «ferm[ino]» i protagonisti. Se il principio di autorità è estraneo al metodo scientifico, tanto più deve esserlo quando si dota degli strumenti repressivi di uno Stato. Molte delle nozioni e delle pratiche scientifiche oggi riconosciute sono state, in qualche momento della storia, eterodosse perché nuove e non suffragate dalle esperienze successive. Altrettante convinzioni un tempo «ufficiali» (come, restando nella medicina, i numerosi farmaci ritirati dal commercio) oggi non sono più accettate grazie al lavoro di chi ha rimesse in discussione, spesso con fatica. Per farla breve, se fosse avvenuta anni fa, l’entrata a gamba tesa della politica nel mondo scientifico e il suo ergersi a gendarme di una parte o dell’altra del dibattito – inevitabilmente, della più forte – avrebbe rallentato e intralciato il miglioramento delle conoscenze e il processo critico di cui si nutre la ricerca, fino ad arrestarli.

All'analisi di questa contraddizione ho dedicato buona parte di Immunità di legge, il libro che ho firmato nel 2018 con Pier Paolo Dal Monte sul tema delle vaccinazioni obbligatorie (a cui il «Patto», al netto dei suoi voli pindarici, allude palesemente fin dai curricula dei suoi proponenti). Già nel sottotitolo, suggerivo che la velleità di mettere «la scienza al governo» avrebbe comportato il «governo – cioè la riduzione in servitù – della scienza» da parte del potere politico, per imporre obiettivi inevitabilmente politici: «Mentre giura di mettersi al servizio de “la scienza” e delle sue certezze – scrivevo – la politica ne stravolge il senso per avvalorare i propri decreti. Nei fatti, accade quindi che è invece il metodo scientifico a doversi piegare agli obiettivi di chi governa, sicché l’invito a “votare la scienza” si rivela essere tutt'altro: un attacco di tipo opportunistico con cui i decisori politici usurpano l’autorevolezza faticosamente maturata nei secoli dal discorso scientifico per farla propria e ammantarsi della sua luce riflessa».

CIR Huxley1L’idea è tutt'altro che nuova. Né è nuova l’intuizione degli effetti oppressivi, distopici e pericolosi di questo falso inchino alla scienza per poterla disciplinare e reprimere. Nel 1932 lo scrittore e intellettuale britannico Aldous Huxley, già professore di francese di George Orwell a Eton (Qui un suo prezioso insegnamento) , pubblicava il suo romanzo più famoso: Il Mondo Nuovo (The Brave New World), in cui immaginava un futuro dove gli esseri umani sono prodotti in laboratorio, le caste sociali sono geneticamente determinate fin dalla nascita e non esistono più né famiglia né religione né vecchiaia, perché la morte arriva per tutti al compimento dei sessant'anni di età, per eutanasia (quest'ultima fu idea poi ripresa dal mentore di Emmanuel Macron, Jacques Attali, già banchiere e consigliere di François Mitterand, in una famosa intervista del 1981, dove predisse che sarebbe stata una «regola della società futura»). Nel Mondo Nuovo le persone vivono in pace sotto un’unica dittatura mondiale e coltivano una sorta di felicità o spensieratezza grazie al progresso tecnologico, alla libertà sessuale incoraggiata fin dalla prima infanzia, a un incessante indottrinamento «ipnopedico» e, soprattutto, all'uso del soma, una droga sintetica priva di effetti collaterali che provoca benessere e oblio, fornita gratuitamente dallo Stato.

Dopo varie peripezie, i tre protagonisti del romanzo – il timido e complessato Bernard, il letterato Helmholtz e il “selvaggio” John, prelevato da una riserva del Centro America – sono tratti in arresto per avere attentato all’ordine sociale distruggendo grandi quantitativi di soma, nell’intento di risvegliare le coscienze dei loro concittadini. Finiscono così al cospetto del governatore dell’Europa Occidentale, Mustapha Mond, uomo di profonda cultura e intelligenza che si intrattiene con loro prima di mandarli in esilio su un’isola remota. Mond spiega loro i delicati equilibri sociali del Mondo Nuovo. Non solo l’arte, dice, deve essere repressa in quanto fonte di emozioni e interrogativi che minerebbero la serenità degli individui, ma anche la scienza: «la scienza è pericolosa. Noi dobbiamo tenerla con la massima cura incatenata, e con tanto di museruola».

Helmholtz reagisce sbalordito. «Ma come! Noi diciamo sempre che la scienza è tutto. È un ritornello ipnopedico». Che, aggiunge Bernard, va ripetuto «tre volte alla settimana, dai tredici ai diciassette anni». E poi, «tutta quella propaganda scientifica che facciamo all'università...».

«Sì, ma quale scienza?» chiede Mond. «Io ero un ottimo fisico, ai miei tempi. Troppo bravo, bravo quanto basta per rendermi conto che tutta la nostra scienza è una specie di ricettario, con una teoria ortodossa che nessuno ha il diritto di mettere in dubbio, e una lista di ricette alla quale non si deve aggiungere nulla se non dietro permesso speciale del capocuoco. Adesso il capocuoco sono io. Ma una volta ero un giovane sguattero curioso. Mi misi a fare un po' di cucina a modo mio. Cucina eterodossa, cucina illecita. Un po' di scienza reale, insomma».

«E poi che accadde?» chiede Helmholtz.

«Più o meno ciò che sta per accadere a voi giovanotti. Sono stato sul punto di essere spedito su un'isola».

Sarebbe superfluo chiosare questo estratto che, rispetto al «Patto» burioniano, ha solo il pregio di un’esposizione letteraria migliore e di una consapevolezza didascalica che manca alla sua più moderna versione notarile. Già negli anni Trenta era chiaro all'autore che la «propaganda» ossessiva e ritornellante della scienza («è tutto») non è solo compatibile con la sua repressione di Stato, ma serve a sostituirla, idealizzandola, con una versione più addomesticata e puerile («quale scienza?», non certo la «scienza reale»). Che, cioè, chi vuole incatenare gli uomini deve incatenare la scienza, non può permettersi di lasciarla agli scienziati.

Fonte: http://ilpedante.org/post/il-patto-per-la-scienza-un-idea-vecchia-per-un-mondo-nuovo

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Fri, 25 Jan 2019 11:38:58 +0000
Aquisgrana: cosa c'è dietro? http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3408-aquisgrana-cosa-c-e-dietro http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3408-aquisgrana-cosa-c-e-dietro

CIR Aquisgrana Dietro 1 19Il trattato firmato da Francia e Germania ha creato scompiglio tra gli analisti, ortodossi e non. Molti sostengono che sia la fine della UE. Ma è proprio così? O si tratta semplicemente di un ulteriore accorciamento delle linee di potere che serve a portare avanti il progetto di super-stato?

E perchè c'è stato bisogno di questo trattato, visto che alla prova dei fatti i due paesi sono anni e anni che si comportano esattamente così come hanno formalizzato?

Ma soprattutto: è giusto analizzare la questione dal punto di vista delle politiche nazionali? Ovvero: è corretto vedere ancora la politica internazionale (e anche quella nazionale), soprattutto in ambito europeo, come competizione tra stati nazionali? O si tratta, più profondamente, di scontro sempre più aperto tra centri di potere e popolazione, a prescindere dalle entità politiche nominali, e dai confini?

Innanzi tutto, chi non conosce i contenuti dell'accordo, se vuole può leggere il testo in italiano QUI.

I contenuti sono stati sommarizzati molte volte, ma fondamentalmente i punti principali sono:

1) l’appoggio francese per far entrare la Germania come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (La "Frangermania" avrebbe lo stesso peso dell'asse USA-GB nel Consiglio di Sicurezza)

2) l’istituzione di un Consiglio dei ministri franco-tedesco (Supervisione degli affari di stato in comune);

3) l’istituzione di un consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza (praticamente "Difesa" ed "Interni" in comune);

4) l’istituzione di un consiglio franco-tedesco di esperti economici (ricorda un po' il "Patto per la Scienza" di Burioni: un tentativo di accaparrarsi il diritto di stabilire il dogma) ;

5) la partecipazione di ministri delle rispettive nazioni, con turnazione trimestrale, ai consigli dei ministri dell’altro Stato.

6) Ulteriore spinta alla fusione anche frontaliera, dando più poteri a "Distretti  Europei" che sono in pratica "province" che gestiscono pezzi di territorio di entrambi gli stati.

Al primo impatto è facile pensare che questo patto serva a creare la base per un'Europa forte, il "core-state" della UE che sfrutti il suo peso per imporre le proprie scelte agli stati minori, fra cui, ovviamente, il nostro.

Ma sovviene un pensiero: "Nella UE e' sempre stato così!"

Non è un caso che il governo italiano debba sempre andare ad elemosinare un po' di budget, e quello francese no. O che si sia tolto di mezzo Gheddafi, che era una mano santa per gli interessi economici italiani, mentre non lo era molto per quelli francesi e tedeschi.

Altrettanto facile è pensare che ci sia anche il rischio che la UE si smonti per via dei risentimenti crescenti sia dei popoli mediterranei, che delle altre nazioni-membro che si trovano ora ufficialmente relegate al ruolo di satellite. E' la realizzazione del famigerato progetto di una "Europa a due velocità".

Un pochino più complicato, invece, è pensare che questo gesto serva PROPRIO ad approfondire i solchi del confronto Europa si, Europa no.

Ma come? Diciamo sempre che non fanno altro che lavorare alla creazione delle macroaree come step per arrivare al governo mondiale, e ora diciamo che rafforzano le barriere a questa realizzazione?
Intendiamoci: il Super-Stato si farà; ci lavorano da generazioni, lo vogliono, e lo faranno. Ma non è mai stato facile farlo, è un lavoro molto lungo e difficile anche per le grandi piramidi di potere: è difficile e lento accorciare le linee di comando, perchè gli uomini che hanno un po' di potere cercano sempre di non farselo levare, e questo vale dai gradini più alti delle piramidi ai gradini più bassi, i cosiddetti popoli, che tendono ad arrabbiarsi quando gli si leva quel poco di voce in capitolo. Per questo tutto il carrozzone va perennemente gestito con due meccanismi principali: bastone/carota e frammentazione dei fronti (divide et impera).

In questa ottica il trattato di Aquisgrana è molto funzionale: crea ufficialmente un fronte solidissimo di "Europa a tutti i costi, perchè l'Europa siamo NOI (FRA-GER)" a cui il resto dei politici europei può rispondere solo:

a) facendo altrettanto, aderendo alla Frangermania, e quindi accelerando direttamente l'unione europea

b) creando fronti opposti, come itaspagnaportogallo, o itapoloniaungheriaaustria e varie di questo tipo, per creare altri "agglomerati" intermedi che abbiano più peso all'interno della UE, quindi la formazione di una UE a "blocchi", anche questa più vicina di prima al superstato, oppure

c) essere "sovranisti" per modo di dire all'interno della UE, e contare come il due di coppe quando regna bastoni vista non solo l'impossibilità di avere alcun controllo sulla propria economia, ma anche la conclamata perenne inferiorità rispetto al centro di gravità franco-tedesco, o

d) essere sovrani fuori dalla UE, avendo il controllo nominale della propria economia, ma ritrovandosi a competere con un moloch per vicino che è proprietario di gran parte del tuo sistema industriale, commerciale e finanziario, a meno di non fare un'ondata di statalizzazioni che non si vedeva dall'Ottobre Rosso. Ce li vedete Salvini e Di Maio che statalizzano le banche dopo aver chiesto il 2.4% di deficit alla UE ed aver ottenuto il 2.04?

Col trattato di Aquisgrana, quelli che dicono a Macron e alla Merkel cosa firmare hanno messo il resto dei politici europei di fronte a queste quattro posizioni. Tutte e quattro vanno inevitabilmente ad accelerare verso il Super-stato. Le prime due creando direttamente unioni più forti, le seconde due creando condizioni sfavorevoli, se non impossibili ai sovranisti. Il che significa che la "durata" ideale dell'afflato sovranista in Europa è stata notevolmente ridotta.

Detto questo, è importante tenere a mente una cosa: in realtà non è cambiato nulla per i politici, i quali sono decenni che fanno quello che gli dicono di fare in questa direzione (quelli che remavano contro, come Moro, li hanno ammazzati o resi innocui da un pezzo). Il trattato di Aquisgrana non serve in realtà a livello dei poteri decisionali (le decisioni sono state prese decenni orsono colà dove si puote), ma serve a portare i popoli a più miti consigli, a farci credere prima che la strada possibile, in fondo, sia una sola.

Un'altra cosa importante da tenere in considerazione, e che pochissimi menzionano, è che quelli che hanno più da perdere dall'unione, sono proprio i tedeschi, per i motivi che abbiamo accennato QUI. In fondo, anche la città dove hanno firmato, non è stata scelta a caso: è la città dove ben 37 imperatori del Sacro Romano Impero vennero incoronati "Re dei Germani". Non Re dei Franchi... Siamo sicuri che anche questa ennesima "incoronazione" abbia il beneplacito del papato...

E la Brexit?

Come ripetuto altre volte, la Brexit merita un discorso a parte per le peculiarità della Gran Bretagna, molto diverse da quelle degli altri paesi europei. La Gran Bretagna ha legami molto forti con gli USA e con l'ex impero (il Commonwealth), che la rendono in grado di scegliere con chi formare un blocco. Probabilmente il vero motivo per questa separazione ha a che vedere con la preparazione di futuri scenari di competizione fra macroaree. Ad esempio una Gran Bretagna facente parte della macroarea nordamericana, ma residente geograficamente in Europa potrebbe essere un ottimo strumento di attrito per la fase successiva, quella in cui le macroaree globali dovranno mettersi d'accordo per fare il vero governo mondiale.

E quindi, come dobbiamo prendere questo accordo tra Francia e Germania?

Bene!

Molti di voi si chiederanno:"Perchè bene? A me questa cosa non piace, mi fa arrabbiare, significa che le cose vanno peggiorando!"

Noi siamo del parere che il "peggioramento" (l'accorciamento delle linee di comando) sia una manovra di retroguardia di certe forze di fronte a quello che sta succedendo realmente dal punto di vista evolutivo. E che la risposta a questo peggioramento imposto sia occasione di miglioramento delle coscienze individuali, quindi niente paura, ma occhi sempre più aperti ed azioni sempre più positive e concrete verso tutto quello che è alla nostra portata cambiare. In primis, la nostra interiorità.

Non praevalebunt.

AQUILAALBA

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enricocarotenuto@gmail.com (Enrico Carotenuto) Politica Wed, 23 Jan 2019 13:07:14 +0000
Il Trattato di Aquisgrana (testo completo tradotto) http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3406-il-trattato-di-aquisgrana-testo-completo-tradotto http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3406-il-trattato-di-aquisgrana-testo-completo-tradotto

AquisgranaTraduzione dal francese a cura di Mohamed Niang

Trattato tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania sulla cooperazione e l’integrazione franco-tedesca

La Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania,
Riconoscendo il successo storico della riconciliazione tra i popoli francese e tedesco a cui il trattato del 22 gennaio 1963 tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania sulla cooperazione franco-tedesca ha dato un contributo eccezionale e da cui è emersa una rete senza precedenti di relazioni bilaterali tra le loro società civili e le loro autorità pubbliche a tutti i livelli,
Convinti che sia giunto il momento di portare le loro relazioni bilaterali a un livello superiore e di prepararsi alle sfide che gli Stati e l’Europa del XXI secolo, e desiderosi di far convergere le loro economie e modelli sociali, promuovere la diversità culturale e avvicinare le loro società e i cittadini,
Convinti che la stretta amicizia tra Francia e Germania è stata decisiva e rimane un elemento essenziale di un’Unione europea unita, efficace, sovrana e forte,
Impegnati ad approfondire la loro cooperazione nel campo della politica europea per promuovere l’unità, l’efficienza e la coesione dell’Europa, mantenendo questa cooperazione aperta a tutti gli Stati membri dell’Unione europea,
Impegnati a rispettare i principi, i diritti, le libertà e i valori fondanti dell’Unione europea, che difendono lo Stato di diritto in tutta l’Unione europea e lo promuovono all’esterno,
Impegnati ad operare per una convergenza sociale ed economica dal basso verso l’alto all’interno dell’Unione europea, a rafforzare la solidarietà reciproca e a promuovere il miglioramento continuo delle condizioni di vita e di lavoro conformemente ai principi della base europea dei diritti sociali europei, in particolare prestando particolare attenzione all’emancipazione delle donne e alla parità di genere,
Riaffermando l’impegno dell’Unione europea a favore di un mercato globale aperto, equo e regolamentato, il cui accesso si basa sulla reciprocità e la non discriminazione e che è disciplinato da elevati standard ambientali e sociali,
Consapevoli dei loro diritti e doveri ai sensi della Carta delle Nazioni Unite,
Fortemente impegnati a favore di un ordine internazionale basato su regole e del multilateralismo, di cui le Nazioni Unite sono l’elemento centrale,
Convinti che la prosperità e la sicurezza possono essere raggiunte solo attraverso un’azione urgente per proteggere il clima e preservare la biodiversità e gli ecosistemi
deliberando in conformità delle rispettive norme costituzionali e giuridiche nazionali e nel quadro giuridico dell’Unione europea,
Riconoscendo il ruolo fondamentale della cooperazione decentrata tra comuni, dipartimenti, regioni, Länder, Senato e Bundesrat, nonché della cooperazione tra il plenipotenziario della Repubblica federale di Germania competente per gli affari culturali ai sensi del trattato sulla cooperazione franco-tedesca e i competenti ministri francesi,
Riconoscendo il ruolo essenziale della cooperazione tra l’Assemblea nazionale e il Deutscher Bundestag, in particolare nel quadro del loro accordo interparlamentare del 22 gennaio 2019, che costituisce una dimensione importante degli stretti legami tra i due paesi, hanno convenuto quanto segue:

Capitolo I: Affari europei

Articolo 1
I due paesi stanno approfondendo la loro cooperazione in materia di politica europea. Esse promuovono una politica estera e di sicurezza comune efficace e forte e rafforzano e approfondiscono l’unione economica e monetaria. Essi si sforzano di completare il mercato unico e si adoperano per costruire un’Unione competitiva, basata su una solida base industriale, che funge da base per la prosperità, promuovendo la convergenza economica, fiscale e sociale e la sostenibilità in tutte le sue dimensioni.

Articolo 2
I due Stati si consultano regolarmente a tutti i livelli prima dei grandi eventi europei, cercando di definire posizioni comuni e di concordare dichiarazioni coordinate dei rispettivi ministri. Essi si coordinano per il recepimento del diritto europeo nel diritto nazionale.

Capitolo 2: Pace, sicurezza e sviluppo

Articolo 3
I due Stati stanno approfondendo la loro cooperazione in materia di politica estera, difesa, sicurezza esterna e interna e sviluppo, cercando allo stesso tempo di rafforzare la capacità di azione autonoma dell’Europa. Essi si consultano per definire posizioni comuni su qualsiasi decisione importante che incida sui loro interessi comuni e per agire congiuntamente ogni qualvolta possibile.

Articolo 4
A seguito degli impegni assunti ai sensi dell’articolo 5 del trattato del Nord Atlantico del 4 aprile 1949 e dell’articolo 42, paragrafo 7, del trattato sull’Unione europea del 7 febbraio 1992, modificato dal trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 che modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, i due Stati, convinti che i loro interessi in materia di sicurezza non possono essere separati, stanno convergendo sempre più gli obiettivi e le politiche di sicurezza e di difesa, rafforzando così i sistemi di sicurezza collettiva cui appartengono. Essi si prestano reciprocamente aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione, comprese le forze armate, in caso di aggressione armata contro il loro territorio. Il campo di applicazione territoriale della seconda frase di questo paragrafo corrisponde a quello dell’articolo 42, paragrafo 7 del trattato sull’Unione europea.

(2) I due Stati agiscono congiuntamente ogniqualvolta possibile, conformemente alle rispettive norme nazionali, per mantenere la pace e la sicurezza. Essi continuano a sviluppare l’efficacia, la coerenza e la credibilità dell’Europa in campo militare. Così facendo, si impegnano a rafforzare la capacità d’azione dell’Europa e a investire congiuntamente per colmare le sue lacune di capacità, rafforzando così l’Unione europea e l’Alleanza del Nord Atlantico.

(3) I due Stati si impegnano a rafforzare ulteriormente la cooperazione tra le loro forze armate al fine di stabilire una cultura comune e di effettuare dispiegamenti congiunti. Essi stanno intensificando lo sviluppo di programmi comuni di difesa e la loro estensione ai partner. In tal modo, essi intendono promuovere la competitività e il consolidamento della base industriale e tecnologica di difesa europea. Essi sono a favore di una cooperazione quanto più stretta possibile tra le loro industrie della difesa, basata sulla fiducia reciproca. I due Stati svilupperanno un approccio comune alle esportazioni di armi per quanto riguarda i progetti comuni.

(4) I due Stati istituiscono il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza quale organo politico per orientare questi impegni reciproci. Il Consiglio si riunirà al più alto livello a intervalli regolari.

Articolo 5
Entrambi gli Stati stanno ampliando la cooperazione tra i loro ministeri degli esteri, comprese le loro missioni diplomatiche e consolari. Si scambieranno personale di alto livello. Essi istituiranno scambi nell’ambito delle loro rappresentanze permanenti presso le Nazioni Unite a New York, in particolare tra i loro gruppi del Consiglio di sicurezza, le loro rappresentanze permanenti presso l’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico e le loro rappresentanze permanenti presso l’Unione europea, nonché tra gli organi dei due Stati responsabili del coordinamento dell’azione europea.

Articolo 6
Nel settore della sicurezza interna, i governi di entrambi gli Stati stanno rafforzando ulteriormente la loro cooperazione bilaterale nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata, nonché la loro cooperazione nei settori giudiziario, dell’intelligence e della polizia. Essi attuano misure comuni di formazione e di spiegamento e creano un’unità comune per le operazioni di stabilizzazione nei paesi terzi.

Articolo 7
I due Stati si impegnano a stabilire un partenariato sempre più stretto tra l’Europa e l’Africa rafforzando la loro cooperazione in materia di sviluppo del settore privato, integrazione regionale, istruzione e formazione professionale, parità di genere ed emancipazione femminile, al fine di migliorare le opportunità socioeconomiche, sostenibilità, buon governo e prevenzione dei conflitti, risoluzione delle crisi, anche nel mantenimento della pace, e gestione delle situazioni postbelliche. I due Stati instaurano un dialogo annuale a livello politico sulla politica di sviluppo internazionale al fine di migliorare il coordinamento nella pianificazione e nell’attuazione delle loro politiche.

Articolo 8
(1) Nell’ambito della Carta delle Nazioni Unite, i due Stati cooperano strettamente in tutti gli organi delle Nazioni Unite. Essi coordineranno strettamente le loro posizioni, nel quadro di un più ampio sforzo di consultazione tra gli Stati membri dell’Unione europea in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e nel rispetto delle posizioni e degli interessi dell’Unione europea. Essi agiranno insieme per promuovere presso le Nazioni Unite le posizioni e gli impegni dell’Unione europea di fronte alle sfide e alle minacce globali. Essi faranno tutto il possibile per raggiungere una posizione unificata dell’Unione europea in seno agli organi competenti delle Nazioni Unite.

(2) Entrambi gli Stati si impegnano a proseguire gli sforzi per concludere i negoziati intergovernativi sulla riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’ammissione della Repubblica federale di Germania quale membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è una priorità per la diplomazia franco-tedesca.

Capitolo 3 Cultura, istruzione, ricerca e mobilità

Articolo 9
Entrambi gli Stati riconoscono il ruolo decisivo della cultura e dei media nel rafforzamento dell’amicizia franco-tedesca. Sono quindi determinati a creare per i loro popoli uno spazio comune di libertà e opportunità, nonché uno spazio culturale e mediatico comune. Essi sviluppano programmi di mobilità e di scambio tra i loro paesi, in particolare per i giovani nel quadro dell’Ufficio franco-tedesco della gioventù, e fissano obiettivi quantificati in questi settori. Al fine di promuovere legami sempre più stretti in tutti i campi dell’espressione culturale, anche attraverso istituti culturali integrati, stanno creando programmi specifici e una piattaforma digitale rivolta in particolare ai giovani.

Articolo 10
I due Stati ravvicinano i loro sistemi d’istruzione attraverso lo sviluppo dell’apprendimento reciproco della lingua dell’altro, l’adozione, conformemente alla loro organizzazione costituzionale, di strategie per aumentare il numero di allievi che studiano la lingua del partner, azioni per promuovere il riconoscimento reciproco dei diplomi e l’istituzione di strumenti franco-tedeschi di eccellenza per la ricerca, la formazione e l’istruzione professionale, nonché di programmi integrati franco-tedeschi duale franco-tedesco nell’istruzione superiore.

Articolo 11
Entrambi gli Stati promuovono il collegamento in rete dei loro sistemi di istruzione e di ricerca e delle loro strutture di finanziamento. Continuano a sviluppare l’Università franco-tedesca e incoraggiano le università francesi e tedesche a partecipare alle reti universitarie europee.

Articolo 12
I due Stati istituiscono un Fondo comune dei cittadini per incoraggiare e sostenere le iniziative dei cittadini e i gemellaggi di città al fine di ravvicinare ulteriormente i loro due popoli.

Capitolo 4 Cooperazione regionale e transfrontaliera

Articolo 13
(1) Entrambi gli Stati riconoscono l’importanza della cooperazione transfrontaliera tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania per rafforzare i legami tra i cittadini e le imprese su entrambi i lati del confine, compreso il ruolo essenziale delle autorità locali e di altri attori locali a tale riguardo. Essi intendono facilitare l’eliminazione degli ostacoli nei territori di confine per realizzare progetti transfrontalieri e facilitare la vita quotidiana degli abitanti di questi territori.

(2) A tal fine, conformemente alle rispettive norme costituzionali dei due Stati e nei limiti del diritto dell’Unione europea, entrambi gli Stati conferiscono agli enti locali e regionali dei territori di confine e alle entità transfrontaliere, quali gli eurodistretti, competenze adeguate, risorse dedicate e procedure accelerate per superare gli ostacoli alla realizzazione di progetti transfrontalieri, in particolare nei settori economico, sociale, ambientale, sanitario, energetico e dei trasporti. Se non sono disponibili altri mezzi per superare questi ostacoli, possono essere concesse anche adeguate disposizioni giuridiche e amministrative, comprese le deroghe. In questo caso, spetta ad entrambi gli Stati membri adottare la legislazione appropriata.

(3) Entrambi gli Stati restano impegnati a mantenere standard elevati nei settori del diritto del lavoro, della protezione sociale, della salute e della sicurezza e della protezione dell’ambiente.

Articolo 14
Entrambi gli Stati istituiscono un comitato di cooperazione transfrontaliera che comprende le parti interessate, quali lo Stato e le autorità locali, i parlamenti e le entità transfrontaliere, quali gli eurodistretti e, se necessario, le euroregioni interessate. Questo comitato ha il compito di coordinare tutti gli aspetti dell’osservazione territoriale transfrontaliera tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania, di definire una strategia comune per la selezione dei progetti prioritari, di monitorare e proporre soluzioni alle difficoltà incontrate nei territori di confine e di analizzare l’impatto della nuova legislazione sui territori di confine.

Articolo 15
Entrambi gli Stati si sono impegnati a perseguire l’obiettivo del bilinguismo nei territori di confine e a sostenere le comunità di confine nello sviluppo e nell’attuazione di strategie adeguate.

Articolo 16
I due Stati faciliteranno la mobilità transfrontaliera migliorando l’interconnessione delle reti digitali e fisiche tra loro, compresi i collegamenti ferroviari e stradali. Essi lavoreranno in stretta collaborazione nel campo della mobilità innovativa, sostenibile e inclusiva per sviluppare approcci o norme comuni per entrambi gli Stati.

Articolo 17
I due Stati incoraggiano la cooperazione decentrata tra le autorità dei territori non confinanti. Essi si impegnano a sostenere le iniziative lanciate da queste comunità che vengono attuate in questi territori.

Capitolo 5 Sviluppo sostenibile, clima, ambiente e affari economici

Articolo 18
Entrambi gli Stati stanno lavorando per rafforzare il processo di attuazione degli strumenti multilaterali relativi allo sviluppo sostenibile, alla salute globale e alla protezione dell’ambiente e del clima, in particolare l’accordo di Parigi del 12 dicembre 2015 e il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile fino al 2030. A tal fine, essi agiscono in stretta relazione per formulare approcci e politiche comuni, in particolare istituendo meccanismi per la trasformazione delle loro economie e promuovendo azioni ambiziose per combattere i cambiamenti climatici. Assicurano l’integrazione della protezione del clima in tutte le politiche, compresi regolari scambi intersettoriali tra governi in settori chiave.

Articolo 19
I due Stati faranno avanzare la transizione energetica in tutti i settori pertinenti e, a tal fine, svilupperanno la loro cooperazione e rafforzeranno il quadro istituzionale per il finanziamento, lo sviluppo e l’attuazione di progetti comuni, in particolare nei settori delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica.

Articolo 20
(1) I due Stati stanno approfondendo l’integrazione delle loro economie al fine di creare una zona economica franco-tedesca con regole comuni. Il Consiglio economico e finanziario franco-tedesco promuove l’armonizzazione bilaterale delle loro legislazioni, in particolare in materia di diritto commerciale, e coordina regolarmente le politiche economiche tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania al fine di promuovere la convergenza tra i due Stati e migliorare la competitività delle loro economie.

(2) I due Stati istituiscono un “Consiglio franco-tedesco di esperti economici” composto da dieci esperti indipendenti per formulare raccomandazioni ai due governi sulla loro azione economica.

Articolo 21
I due Stati stanno intensificando la loro cooperazione nel campo della ricerca e della trasformazione digitale, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale e delle innovazioni dirompenti. Promuoveranno orientamenti internazionali sull’etica delle nuove tecnologie. Per promuovere l’innovazione, hanno avviato iniziative franco-tedesche aperte alla cooperazione a livello europeo. I due Stati istituiranno un processo di coordinamento e un finanziamento congiunto a sostegno dei programmi comuni di ricerca e innovazione.

Articolo 22
Gli stakeholder e gli attori interessati di entrambi i paesi si sono riuniti in un Forum per il futuro franco-tedesco per lavorare sui processi di trasformazione delle loro società.

Capitolo 6 Organizzazione

Articolo 23
Le riunioni tra i governi dei due Stati si svolgono almeno una volta all’anno, alternativamente nella Repubblica francese e nella Repubblica federale di Germania. Dopo l’entrata in vigore del presente trattato, il Consiglio dei ministri franco-tedesco adotta un programma pluriennale di progetti di cooperazione franco-tedesca. I segretari generali della cooperazione franco-tedesca responsabili della preparazione di queste riunioni controllano l’attuazione del programma e riferiscono al Consiglio dei ministri.

Articolo 24
Un membro del governo di uno dei due Stati partecipa, almeno una volta ogni trimestre e alternativamente, al Consiglio dei ministri dell’altro Stato.

Articolo 25
I consigli, le strutture e gli strumenti della cooperazione franco-tedesca sono soggetti a revisione periodica e, se necessario, sono adeguati senza indugio agli obiettivi fissati di comune accordo. La prima di queste revisioni dovrebbe aver luogo entro sei mesi dall’entrata in vigore del presente trattato e proporre gli adeguamenti necessari. I segretari generali della cooperazione franco-tedesca valutano regolarmente i progressi compiuti. Essi informano i parlamenti franco-tedeschi e il Consiglio dei ministri franco-tedesco dei progressi generali della cooperazione franco-tedesca.

Articolo 26
Rappresentanti delle regioni e dei Länder, nonché del comitato di cooperazione transfrontaliera, possono essere invitati a partecipare al Consiglio dei ministri franco-tedesco.

Capitolo 7 Disposizioni finali

Articolo 27
Il presente trattato integra il trattato del 22 gennaio 1963 tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania sulla cooperazione franco-tedesca ai sensi del paragrafo 4 delle disposizioni finali di tale trattato.

Articolo 28
I due Stati si informano reciprocamente, attraverso i canali diplomatici, dell’espletamento delle procedure nazionali necessarie per l’entrata in vigore del presente Trattato. Il presente trattato entra in vigore alla data di ricevimento dell’ultima notifica

Fonte: http://appelloalpopolo.it/?p=48041&fbclid=IwAR3hKo9LCKczcONp23aab4VG4RiL8uKEc8wn6DUHRAqYM1XH0VDRV2JW1js

 

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Wed, 23 Jan 2019 10:43:50 +0000
Perché la scienza non può essere un dogma http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3403-perche-la-scienza-non-puo-essere-un-dogma http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/3403-perche-la-scienza-non-puo-essere-un-dogma

Cosa potrebbe accadere se la scienza diventasse ideologia e venisse canonizzata in guisa di articolo di fede, se ogni critica fosse stigmatizzata come eresia e su di essa si avventasse il Malleus Maleficarum del potere e del suo clero opportunista? Questo mi pare l’obiettivo del malaccorto “Patto trasversale per la scienza promosso da Burioni e firmato, tra gli altri, dai noti epistemologi Matteo Renzi e Beppe Grillo.

di Pier Paolo Dal Monte - chirurgo

Scienza 1 19

Come già evidenziato da Ivan Cavicchi, questo cosiddetto patto appare come un rabberciato coacervo di tautologie, tenuto assieme da una concezione di scienza ottocentesca, pedissequamente informata da un meccanicismo riduzionista. Una visione apodittica e fideistica che vorrebbe delimitare la sfera del concepibile definendo de jure, le categorie di ciò che può essere chiamato “scienza”, bandendo qualsiasi critica, anche fondata, dal consesso del lecito e, per ciò stesso, dell’esprimibile.

La scienza diventa così un potente metodo “governamentale”, perché, allo stesso modo delle notizie propalate dai mezzi di comunicazione di massa, crea l’immagine della realtà determinando l’“orizzonte del possibile”, ovvero i confini entro i quali devono essere delimitati il pensiero e la conoscenza. In questo modo si limita il campo delle possibili scelte, rendendole tutte impossibili poiché, secondo postulato, questo campo è definito da principi assoluti e ineludibili che, quindi, non possono costituire oggetto di discussione o, tanto meno, di scelta democratica.

Qui si può notare una sinistra concordanza con un’altra corbelleria che, in questi tempi, viene spacciata con una certa insistenza, e che recita: “La scienza (ma quale?) non è democratica”. Questa sonora scempiaggine è minata da una doppia fallacia:

1. la prima è logica, ovvero compara due “concetti incommensurabili”; la scienza è attinente al dominio cognitivo, mentre la democrazia – che è definizione di una modalità di governo – a quello politico. Per dirlo coi greci, la prima attiene all’epistème, la seconda alla praxis.

2. La seconda, invece, è una fallacia epistemologica: il metodo sperimentale fa sì che la scienza sia, da questo punto di vista, pienamente democratica. Essa ricusa il principium auctoritatis e si perché è basata sulle prove sperimentali. L’esperimento può essere considerato alla stregua di un “bene comune”, al quale (per statuto teorico) tutti possono attingere e concorrere, se non dal punto di vista pratico, senza meno da quello “veritativo”, visto prevede che sia possibile verificare ogni specifica asserzione “scientifica”.

La conoscenza del mondo, è data da un complesso di strumenti epistemici con i quali si studiano e apprendono (in senso etimologico) i fenomeni che, attraverso il metodo scientifico, vengono strutturati e inquadrati in sistemi di metafore utili a descrivere le “leggi generali” con le quali si costruisce la griglia del “sapere”. Questo sapere è sempre diveniente e sempre perfettibile; pertanto, almeno dal punto di vista teoretico, nulla è più lontano dal metodo scientifico dell’atteggiamento dogmatico del “manifesto” di cui sopra.

L’organizzazione della conoscenza si manifesta attraverso un processo di astrazione della realtà, che avviene mediante la descrizione del mondo con un sistema di metafore: rappresentazioni mentali dei fenomeni che, per loro natura, possono descrivere solo alcuni aspetti della realtà percepita, ossia quelli che sono considerati importanti dall’osservatore (scelta preanalitica), che fungono da paradigmi e modelli dei fenomeni naturali

Ogni modello, in quanto descrizione parziale della realtà, riflette soltanto una parte delle possibili interazioni tra l’osservatore e gli enti osservati. È doveroso ricordare che questa scelta preanalitica dipende sempre dalla visione del mondo dell’osservatore e, come tale, non è mai “neutrale” o “oggettiva” ma è sempre informata da una determinata visione del mondo. Si può quindi comprendere che “il discorso sul metodo”, per ciò che concerne la definizione di “scienza”, è un “poco” più complesso della visione semplicistica che traspare dal “manifesto” citato.

Inoltre, se parliamo delle relazioni tra politica e scienza, la prima non è – e non può essere – mera applicazione di postulati tecnici o “scientifici”. Il suo ambito non è quello dei postulati o delle “evidenze” ma quello dell’agire collettivo, che è basato sulla mediazione e il compromesso tra i vari interessi e le varie istanze in gioco. Pertanto, quando lo scopo è quello di convogliare ciò che è frutto di conoscenza scientifica nell’ambito delle scelte politiche, è necessario un accurato lavoro di negoziazione semantica per riuscire a giungere a un significato che sia condiviso da tutte le parti interessate, cioè a dire: un “perché”, che è la condizione necessaria per arrivare ad un “come”, ossia l’applicazione, nel mondo realmente esistente, di quella scienza che scaturisce dagli “esperti”.

Fatte queste premesse, ritengo quanto mai opportuna la proposta di Ivan Cavicchi di promuovere un patto sul modo di intendere la scienza. Essa diviene addirittura indispensabile, di fronte alle derive ideologiche circa il concetto di “scienza” alle quali stiamo assistendo, che sono sintomi di un pericoloso predominio del “pensiero calcolante” al quale è resistere tramite l’esercizio del “pensiero meditante” (per usare le definizioni di Heidegger).

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/20/perche-la-scienza-non-puo-essere-un-dogma/4909134/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Politica Mon, 21 Jan 2019 08:51:32 +0000